San Blas, il mare ai piedi

by azione azione
8 Luglio 2026

I Guna di Panama si preparano a lasciare isole destinate a scomparire, affrontando il primo grande reinsediamento climatico del continente

Pascual annusa l’aria, «No hay problema, el mar es suavito» («Nessun problema, il mare è calmo»). Per tutta la notte il vento le ha provate tutte per far decollare i cocchi dai ciuffi di palme che incoronano i Cayos (arcipelago) di San Blas. Se lo dice lui che questo Caribe ispido lo cavalca tutti i giorni appollaiato su un cayuco speriamo bene, anche se quando il suo precario taxi-piroga sembra infilarsi senza speranza in ogni onda che incontra mi rendo conto che questo mare tanto suavito non è.

Sullo sfondo si alza una cordigliera velata dall’umidità nebbiosa della selva, un confine sfuggente come il numero dei Cayos di questo arcipelago corallino sgranato lungo la costa settentrionale di Panama. Secondo i bene informati sarebbero 377, ma vai a capire come distinguere un’isola grande come un appartamento dalla vicina lingua di sabbia che non si sa bene perché non abbia diritto allo stesso titolo.

Fino a pochi anni fa era il paradiso quasi privato di circa cinquantamila Kuna, o Guna come preferiscono essere chiamati i discendenti dell’ultimo popolo autoctono semi-indipendente del Caribe. Oggi però questo scenario tropicale che sembra galleggiare sul blu psichedelico di un mare da cartolina potrebbe presto conquistare il poco invidiabile primato di prima comunità ufficiale di rifugiati climatici del mondo, una piccola avanguardia delle centinaia di milioni di persone costrette a spostarsi entro la fine del secolo. Secondo le previsioni governative, infatti, entro il 2050 quasi tutte le isole diventeranno inabitabili, perché la stragrande maggioranza emerge per poco più di un metro, o anche meno, sul livello di un mare che qui potrebbe alzarsi anche oltre sei millimetri all’anno, senza contare l’influenza di fenomeni metereologici come El Niño e La Niña. Già oggi i villaggi Guna visti dall’alto sono grumi di minuscole case ammassate l’una contro l’altra che occupano ogni centimetro disponibile.

«Neg bonniguana» («La nostra casa comune si sta ammalando»), sospirano rassegnate molte comunità che lottano già da decenni contro il mare, arretrando le case e costruendo precarie barriere di corallo e cemento, scelta poco lungimirante se si considera che distruggere i coralli indebolisce le difese naturali contro erosione e tempeste, peggiorando la situazione.

Il mare ai piedi ma non per molto, perché la stragrande maggioranza della popolazione sarà costretta a emigrare sulla vicina terraferma, anche se molti anziani rifiutano di muoversi perché credono che non capiterà durante la loro vita, o temono che si tratti dell’ennesima menzogna per impadronirsi delle isole e trasformarle in resort per ricchi stranieri. «Qui sono nati i miei genitori e i miei nonni, e se l’isola affonda, che affondi, io di certo non me ne vado» ride un’anziana seduta davanti alla sua casa.

Come sempre, a prendere decisioni così importanti saranno i saila, capi e guide delle comunità che dispensano saggezza stravaccati su confortevoli amache nella penombra delle Casas de Congreso, le grandi capanne collettive cuore di ogni villaggio. «Noi siamo i difensori della comunità perché conosciamo il mondo. Per questo dobbiamo essere perfectos, ma prima di prendere una decisione importante ascoltiamo i cantores che rievocano con antichi canti la storia degli antenati» spiega Daniel, saila di Mamardup, col suo faccione butterato che ricorda un ananas, tentando con scarso successo di trasudare modestia. «Qualche volta la mia testa impazzisce per il troppo pensare, ma dobbiamo educare i nostri giovani anche se emigrazione e turismo hanno cambiato tutto. Qui viviamo felici perché Ibeorgun, il nostro unico dio, ci ha dato i pesci e il mare senza dover pensare a come pagare cibo, acqua e luce. Cosa penserà se agiamo male? Figli miei guardate che terra benedetta avete, e voi mi tradite. Non ci sarà più pesce, e neanche tortuguitas» tuona il saila con una voce cantilenante come un mantra, cercando di imitare quella che dovrebbe essere una voce vagamente divina. Poi conclude le sue alate parole chiedendo cinque dollari per il disturbo, perché in un mondo che sembra aver fatto della monetizzazione l’ultima difesa dai waga, gli estranei, ogni cosa, ogni gesto ha un prezzo, rigorosamente in dollari, dallo sbarco su un cayo al grido che risuona ossessivo, «una foto un dollaro». Non si sgarra, al punto che ti viene il sospetto che persino Colombo abbia dovuto sborsare un pugno di dobloni per ancorarsi qui nel suo quarto viaggio.

Il futuro dei Guna crescerà nella selva dei loro antenati, mettendo tuttavia alla prova identità, economia e tradizione

Secondo le male lingue, però, Daniel ascolterebbe altre voci oltre a quella divina, perché in passato, nel cuore della notte i narcos colombiani gli puntarono la canna di un mitra a un palmo dal naso, chiarendo in modo molto convincente che se il carico di cocaina misteriosamente volatilizzatosi sull’isola non fosse ricomparso immediatamente avrebbero ammazzato tutti. «Qui la droga non solo passa, ma sta distruggendo un’intera generazione» confida Arquimedes, un maestro che ha scelto di tornare perché la comunità aveva bisogno di lui. Sono più colombiani che panameños da sempre i Guna, isolati dal resto del Paese da una cordigliera senza strade decenti, basta ascoltare la musica sparata da radio che fanno vibrare le capanne di paglia quando l’inna-nuga celebra le prime mestruazioni delle ragazze.

La cerimonia tradizionale di passaggio all’età adulta della cultura indigena Guna (o Kuna) di Panama «noi la chiamiamo la fiesta de la chicha, il liquore di mais fermentato» sogghigna Arquimedes, «perché al pomeriggio le señoras si metteranno a piangere, ubriache fradicie». Forse perché sanno che vita aspetta le ragazze, oggi rigorosamente chiuse in una capanna mentre le altre spiegano loro i casi della vita. Il resto del villaggio aspetta all’ombra della Casa de Congreso, lontano dallo sguardo dei waga, mentre le donne con le guance colorate di rosso vivo e i grandi orecchini d’oro fanno passare di mano in mano i gusci di cocco spaccati a metà pieni di chicha, annunciati da un beneaugurante tomak cuenath (beviamo).

«Una famiglia può spendere anche più di mille dollari perché tutti devono essere contenti. È come se le ragazze cominciassero una nuova vita, stanotte i cantores decideranno il loro nuovo nome, diverso da quello che avevano da bambine, ma ormai tutto è cambiato» ammette con un filo di amarezza Arquimedes. Sarà anche vero ma fino a oggi questi ultimi sopravvissuti di un Caribe precolombiano, travolto dall’apocalittica sfortuna di trovarsi sulla rotta dei primi conquistadores, si sono barcamenati alla grande tra spigolose realtà postmoderne e miti immutabili da quando un mondo senza fiumi né mari era popolato solo da animali che parlavano come persone. I Guna arrivarono dopo, quando l’eroe ancestrale Ipelele Opa inviò sulla terra Sipukua e sua moglie, antenati mitici di un tempo remoto di cui sopravvivono il matriarcato e il rispetto per gli albini, frutto di eccessivi matrimoni tra consanguinei ma nobilitati a bianchissimi figli della Luna, perché qui ancora oggi più sei bianco più sali in fretta in cielo, mentre los negros vanno all’infierno. Una delle poche inossidabili certezze locali come le inesauribili quantità di molas, coloratissimi patchworks di animali che crocchi di donne ricamano in ogni angolo delle isole come penelopi caraibiche in attesa di turisti perché qui tutto si vende.

Pur di non dipendere dal mondo esterno i Guna hanno distrutto la vegetazione autoctona trasformando le isole in uno sterminato cocchificio sul mare, alla faccia dell’idillica immagine ecologista dei popoli indigeni. Il mare, le mangrovie e la vicina foresta pluviale hanno fornito per secoli cibo, medicine e materiali da costruzione, anche se l’economia dell’arcipelago è diventata sempre più dipendente dal turismo. L’importante è che nessun waga si voglia stabilire sulle isole, e se qualcuno ci prova i saila lo sbattono via senza tanti complimenti.

Non è difficile per un popolo che ha difeso il suo territorio e il proprio patrimonio culturale come pochi altri in America Latina, al punto che nel 1938 , dopo lunghi anni di guerriglia, è stata costretta a riconoscere le isole e la costa adiacente come regione indigena semi-autonoma di Guna Yala. «Ci hanno tolto tutto, l’oro, la terra, persino le donne» rimugina Ricardo, un vecchietto minuto avvolto in una camicia verde smeraldo. «Ci attaccavano come animali ma adesso è storia passata, sono più civilizados e ci rispettano, e noi rispettiamo loro».

Oggi però il cambiamento climatico ha spinto molti Guna a emigrare a Panama City, come progetta di fare anche Miguel, un pescatore stanco di questa precarietà. «Sogno di vivere in una casa che non si allaghi ogni tre o quattro mesi, sogno che i miei figli non abbiano paura di avvicinarsi all’acqua, ma sogno soprattutto che la nostra bambina che sta per nascere non debba vivere in una terra dai giorni contati». È questo a distinguere i Guna da altre popolazioni autoctone, hanno un luogo dove tornare, la terraferma dove vivevano fino a due secoli fa, e il loro reinsediamento viene monitorato come possibile modello, perché si tratta del primo progetto latino-americano per ricollocare un’intera comunità di rifugiati climatici.

Una gigantesca sfida costata venti anni di studi e oltre dodici miliardi di dollari: per molti esperti tuttavia un piano così complesso non può essere solo un progetto edilizio ma deve pianificare una trasformazione economica, ambientale e culturale. «Stanno costruendo casette che sembrano scatole di fiammiferi nel cuore della foresta tropicale, però non hanno salvato un solo albero e usano materiali inadatti per il caldo umido tropicale» dicono molti Guna che conoscono bene la foresta pluviale dell’entroterra, temendo che la loro cultura faccia la stessa fine.

Altri invece sperano che questa migrazione al contrario verso la selva e i fiumi da cui erano fuggiti, e dove hanno continuato a seppellire i loro morti, possa rafforzare il cordone ombelicale con le proprie radici. «Sono i luoghi dove gli antenati hanno predetto che saremmo ritornati, costretti dalla furia dell’acqua e del fuoco» spiega Felipe, rispettato cantor di Mamardup. «Quello che non avrei mai immaginato è che si riferissero all’emergenza climatica».