«Ero assetata di libertà»: la rivoluzione di Ida Hofmann

by azione azione
8 Luglio 2026

A cent’anni dalla sua scomparsa raccontiamo una delle figure più significative del Monte Verità attraverso le sue stesse parole tra femminismo, utopia e vegetarianesimo

Doveva essere piaciuta al primo sguardo, Ida Hofmann, al giornalista del «Corriere del Ticino» Angelo Nessi, che nel 1903 la descrisse così: «Noto una bellissima bruna pettinata all’ultima moda e vestita con signorile eleganza. È una delle amiche venuta dalla vicina Ascona». E più in là: «È flessuosa e forte nel suo abito greco, con i capelli lunghi e liberi, il collo e le braccia candide. (…) La bella figlia della natura m’ha posto sul tavolino un moccolo di candela: si inchina e scompare subito nell’oscurità». Come una visione, insomma.

Chi la conosce?

Ida Hofmann, chi fu costei? Pare incredibile che uno dei personaggi più innovativi della scena culturale mitteleuropea d’inizio Novecento, protagonista indiscussa di quell’esperimento utopico che fu Monte Verità sopra Ascona sia così poco conosciuta in Ticino. Certo, era poliglotta ma parlava e scriveva in tedesco, come quasi tutti i suoi compagni d’avventura dell’epoca, ma è curioso e anche un po’ imbarazzante che a cent’anni dalla sua scomparsa, la conoscano soprattutto turisti e estimatori d’area germanofona, mentre gli svizzero-italiani praticamente l’ignorano. Eppure, per i «locali», oltre una visita all’antica collina di Monescia, il modo più diretto per conoscerla sono le sue stesse parole, restituite nel bel volume Monte Verità. Verità senza poesia, edito da Casagrande nel 2023 (titolo originale Monte Verità. Wahrheit ohne Dichtung. Lorch 1906), con prefazione di Edgardo Franzosini e  postfazione di Nicoletta Mongini.

Il libro raccoglie dalla viva voce della Hofmann la sua testimonianza in prima persona riguardo quel gruppo di giovani pensatori, artisti, idealisti e anarchici, ironicamente definiti – dalle nostre parti – «balabiott», che nel 1900 si era insediato sul colle di Ascona, per creare una sorta di «comune» ante litteram. L’intento era quello di rompere con le convenzioni sociali e gli imperativi del capitalismo sperimentando un nuovo modo di vivere, «più sano e naturale». Non pochi vedranno in quell’esperienza «ticinese» i prodromi del movimento Hippy. Cent’anni dopo la sua morte, avvenuta in Brasile, Ida Hofmann non ha bisogno di interpreti. Basta ascoltarla. Le sue parole – sobrie, taglienti, spesso più lucide dei commenti che le sono stati dedicati – compongono un’autobiografia intellettuale che è anche il ritratto di un’epoca e di una rivolta: contro il patriarcato, contro il capitalismo, contro il matrimonio come possesso, contro la civiltà che si allontana dalla natura. Quello che segue è un racconto costruito mettendo in dialogo la sua vita e la sua voce.

La pianista borghese

Ida Hofmann nasce nel 1864 in una famiglia colta e ben inserita nella borghesia mitteleuropea. Studia musica, diventa pianista e pedagoga, attraversa Vienna e le corti aristocratiche come insegnante. Una vita rispettabile che non le basta. A Cetinje, dove insegna, qualcosa si incrina. Lo dice lei stessa: «Per quanto le mie condizioni fossero nel complesso favorevoli, ero assetata di libertà senza neanche saperlo». Una frase che contiene già tutto: il rifiuto della propria condizione e una presa di coscienza tardiva, ma irreversibile. La Hofmann non nasce ribelle, lo diventa attraverso una scoperta tipicamente moderna: il disagio personale è politico. Il cuore del suo pensiero è profondamente femminista. Osservando il suo mondo trae una conclusione sconsolante: la donna vive in una condizione artificiale e umiliante. «La donna – scrive – è oggi allontanata con violenza dal proprio lavoro […] e si ritrova […] in uno stato di dipendenza». Non solo una questione economica, quindi, ma di dignità. Il problema, a suo modo di vedere, nasce da un errore strutturale: aver delegato all’uomo il ruolo di sostentatore e aver trasformato questo ruolo in monopolio della proprietà.

«Ha confuso il dovere tradizionalmente attribuito all’uomo di mantenerci con il riconoscimento a lui solo del diritto di proprietà». Qui il femminismo si intreccia con un’analisi quasi proto-socialista: il dominio maschile è anche dominio economico. La liberazione, dunque, passa dal lavoro, dall’autonomia, dalla possibilità di mantenersi senza intermediari.

La convivenza come rivoluzione

Da qui la sua critica radicale all’istituto del matrimonio. Quando incontra Henri Oedenkoven, l’uomo di cui si innamora e con cui fonderà Monte Verità, Ida opta per un’unione libera. «Rifiutavamo sia la benedizione della Chiesa sia il riconoscimento dello Stato […] rappresentavano […] l’indegna presa di possesso della donna da parte dell’uomo». Del resto, il matrimonio non è garanzia dell’amore, dice Ida. Anzi, è spesso la sua negazione, perché trasforma un rapporto in un contratto, e la donna in proprietà. Questa idea anticipa di decenni le teorie sulla libertà affettiva e la critica femminista delle istituzioni familiari. Non stupisce che la relazione tra Ida e Henri provochi «una tempesta di opposizioni e sdegno». Ma Ida non cerca consenso. Cerca coerenza.

Contro il capitalismo, usando il capitale

Il passaggio decisivo della sua vita arriva nel 1900, quando il gruppo guidato da Oedenkoven si stabilisce sopra Ascona, sul Monte Monescia, ribattezzato Monte Verità. È qui che il pensiero diventa laboratorio. L’idea è paradossale: «Contrapporsi al capitalismo […] servendosi proprio di capitali». Non una fuga dal sistema, ma una sua torsione. Il progetto è quello di una comunità che unisca proprietà privata limitata ai bisogni; produzione autonoma, condivisione degli utili, libertà di entrare e uscire. Un’utopia concreta, non ideologia pura, ma organizzazione. Monte Verità diventa così una calamita internazionale per artisti, anarchici, riformatori, da Hermann Hesse a Marianne von Werefkin, da Isadora Duncan a Carl Gustav Jung. Ida però non è un’invasata e non idealizza nulla. Racconta anche il caos, i fallimenti, i conflitti interni. Non fa mistero ad esempio delle sue incomprensioni con i fratelli Karl e Gustav Gräser, anche loro fra i carismatici fondatori del Monte Verità, che volevano portare alle estreme conseguenze l’idea di ritorno alla natura e di liberazione dai vincoli sociali. Per lei i Gräser incarnano un rischio tipico delle utopie, quello della libertà intesa come assenza totale di responsabilità. Tra le righe, li accusa anche di essere due gran lazzaroni.

La questione del lavoro

Se c’è un punto su cui Ida è inflessibile, infatti, è il lavoro. Contro una certa idea romantica della vita comunitaria, stabilisce un principio semplice: «Chi rifugge il lavoro […] deve ritornare nel mondo dei contrasti». È una critica interna, rivolta soprattutto agli «utopisti» che confondono libertà con inattività. Nella sua visione, Monte Verità non è un rifugio per parassiti, ma una comunità fondata sulla responsabilità. Lei stessa lavora duramente: «Uscivamo la mattina […] e tornavamo […] stanchi morti alla sera […] tanto gli uomini quanto le donne lavoravano». In lei il femminismo si salda con l’etica del lavoro: uguaglianza significa anche fatica condivisa.

Vegetarianesimo: tra ideale e compromesso

Un’altra dimensione fondamentale è l’alimentazione. Monte Verità nasce anche come esperimento dietetico. «Ci siamo particolarmente interessati a una ricca alimentazione fruttariana», scrive. Poi arriva il passo ulteriore: l’esclusione totale del cibo d’origine animale (non solo la carne, ma anche i latticini, le uova e il miele). Ma, ancora una volta, Ida rifiuta il dogmatismo. «È impossibile limitarsi all’alimentazione fruttariana sul lungo periodo». E così con il compagno decide di reintrodurre alcuni alimenti. Il benessere conta più della purezza ideologica.

Il ritorno alla natura

Alla base di tutto c’è una filosofia della natura. «Dobbiamo seguire la natura […] le sue leggi […] garantiscono a ogni essere la libertà». Ma non coltiva il mito del ritorno salvifico a un passato pre-industriale: «Nel continuo succedersi degli eventi nulla si ripete mai nella medesima forma, e quindi l’uomo non potrà mai tornare a essere l’uomo primitivo che è stato un tempo: tutti gli stadi dello sviluppo lo separano per sempre da quel primo gradino della sua esistenza. L’uomo ideale di oggi non è l’“uomo di natura” ma l’“uomo di cultura”, colui che approfitta dell’evoluzione e di tutti i miglioramenti derivanti da una maggiore conoscenza delle leggi della natura».

Contro autorità e dogma

Il suo progetto non si ferma allo stile di vita. Include la formazione. Ida immagina scuole senza separazione tra i sessi, educazione laica, sviluppo libero delle capacità individuali. È un programma radicale per l’epoca, un attacco simultaneo alla famiglia patriarcale, alla religione istituzionale e alla rigidità sociale. Col senno di poi il mondo sembra averle dato ragione.

«Il Monte Verità è una scuola»

La sintesi che scrive del suo esperimento è la prova di quanto fosse mentalmente in anticipo sui tempi in cui viveva: «Il Monte Verità non è un sanatorio nel senso tradizionale del termine, ma semmai una scuola che prepara a una vita superiore, un luogo (e di questi ce ne saranno sempre di più) per lo sviluppo e la raccolta di più ampie conoscenze e per l’espansione della coscienza, resa fertile dai raggi di sole dell’onnipotenza che si manifesta in noi: è forse un rifugio per i tempi a venire, quando nel mondo dei fenomeni il contrasto tra idealismo e materialismo, tra amico e nemico, tra vita sana e vita malata, tra menzogna e verità o tra bene e male sarà diventato troppo grande e la battaglia per l’esistenza ne deciderà la scomparsa o la salvezza. La fantasia è in grado di vedere lontano nel campo di queste possibilità, ma uno sguardo limpido sa vedere ancor più lontano: spetta a noi scrivere la storia del futuro».