LongLake: Leo Middea, il viaggio, l’India e una lingua che attraversa i confini
Alcuni artisti partono per trovare il mondo. Altri viaggiano per capire dove si trovano. Leo Middea, trentunenne cantautore brasiliano, ha costruito un percorso che attraversa continenti, lingue e culture diverse, trasformando gli spostamenti in una forma di osservazione e la musica in uno strumento per esplorare ciò che cambia lungo il cammino. Originario di Rio de Janeiro, il 14 luglio salirà sul palco del LongLake Festival, al Boschetto del Parco Ciani, per aprire la serata che seguirà con il concerto di Mari Froes: giovanissima cantautrice brasiliana. Porterà sul palco una voce limpida e un modo molto attuale di rileggere le radici musicali del suo Paese. Ma torniamo a Leo Middea (nella foto)…Le sue canzoni procedono quasi in punta di piedi. C’è il Brasile, naturalmente, ma senza cartoline né colori troppo accesi. Ci sono melodie che non cercano il ritornello facile, arrangiamenti che accompagnano invece di mettersi in mostra e una scrittura che sembra fidarsi più delle piccole cose che dei grandi proclami.
Ascoltando le sue canzoni sembra che il viaggio non sia solo geografico, ma una ricerca personale…
Sì, sono d’accordo. Sono sempre alla ricerca di qualcosa e questo si riflette sicuramente nelle mie canzoni, nel modo in cui le interpreto, nei concerti e, più in generale, in tutto ciò che ruota attorno al mio percorso artistico.
Lei vive da anni girovagando. Sente ancora il richiamo delle radici?
Muovendomi così tanto, ho un po’ perso il senso di casa. Dico che casa mia è Barcellona perché è lì che si trovano la maggior parte delle mie cose, ma se penso davvero a cosa significhi sentirsi a casa, non sono sicuro che sia lì. Quando torno a Rio invece ritrovo quella sensazione, anche se ormai non ci vivo da anni. Forse, però, è un sentimento legato ai ricordi, a quando quello era davvero il mio posto.
In Ticino c’è chi lavora in un Paese, vive in un altro e magari parla una terza lingua. Le capita mai di sentirsi sempre straniero?
Credo che tutto questo sia legato proprio al continuo spostarsi. Essendo sempre in movimento, finisco per sentirmi straniero un po’ ovunque: qui in Spagna, in Portogallo e perfino in Brasile, dove a volte mi servono una o due settimane per ritrovare quella sensazione di appartenenza.
A vent’anni, in un momento difficile della sua vita, scelse di trascorrere un periodo in India. Che cosa porta ancora con sé?
Tutto. Mi ha fatto vivere emozioni che porto ancora dentro. La decisione di trasferirmi a Lisbona, a ventidue anni, è arrivata subito dopo quell’esperienza in India. È stato lì che ho deciso di portare la mia musica nel mondo. È stato un percorso lungo e intenso, fatto di crescita personale, ma mi ha dato la certezza di un sentimento per il quale volevo impegnarmi fino in fondo.
Dopo aver vissuto lontano dal Brasile per tanti anni, che cosa riesce a vedere oggi del suo Paese che forse non vedeva quando ci abitava?
La distanza mi permette di guardare il Brasile da un’altra prospettiva. Oggi riesco a riconoscere meglio ciò che costituisce la mia essenza, ciò che mi rende la persona che sono. Quando vivevo lì non mi accorgevo davvero delle differenze; osservandole da fuori, invece, le vedo chiaramente: nei miei gesti, nei riferimenti culturali e nel modo in cui porto tutto questo con me nel mondo.
Come vengono recepite le sue canzoni da chi non parla portoghese?
Scrivere in portoghese e avere un pubblico internazionale è una sfida delicata. Ho bisogno di raccontare ciò che sento davvero, la mia verità , ma a volte devo anche pensare a melodie o a immagini capaci di essere percepite in qualsiasi lingua. Per questo, per me, la melodia è la parte più importante di una canzone. È la prima cosa che entra in contatto con chi non comprende il testo. Quando la melodia riesce già a trasmettere un messaggio, allora scrivo le parole seguendo ciò che voglio esprimere attraverso quella musica.
Nelle sue canzoni torna spesso il tema dell’appartenenza. Oggi ha trovato il suo posto nel mondo?
A trentun anni il posto che ho trovato nel mondo è il palco. È lì che mi sento davvero a casa ed è a lui che sento di appartenere. Mi sento anche più sicuro di quello che faccio, con una maggiore maturità nella mia musica e in tutto ciò che riguarda il mio lato artistico. Se invece parliamo di un luogo fisico, forse non riuscirò mai a trovarne uno che senta davvero come mio.
