La resistenza silenziosa delle afghane

by azione azione
1 Luglio 2026

I talebani legittimano i matrimoni delle bambine ma una rete di donne continua a sfidare un sistema costruito per zittirle

Erano soltanto poche righe di comunicato stampa, lo scorso maggio. Poche righe asciutte, burocratiche, quasi innocenti, in cui i talebani annunciavano la promulgazione di un nuovo decreto «rivoluzionario» destinato a riformare il diritto di famiglia in stretta concordanza con la legge islamica. Un testo che, sotto il pretesto di regolamentare il matrimonio e la separazione dei coniugi, finisce per normalizzare il matrimonio infantile, svuotare il consenso femminile di ogni significato e rendere ancora più difficile per una donna liberarsi da un’unione imposta. Perché in Afghanistan la repressione contro le donne non procede più ormai soltanto per divieti. Procede per codici, decreti, regolamenti, circolari, interpretazioni giuridiche. E la nuova legge sulla famiglia è l’ultimo tassello di questa architettura.

Dietro il linguaggio tecnico del diritto familiare si intravede infatti una realtà molto più brutale: la legalizzazione di fatto dei matrimoni infantili, il rafforzamento del potere dei tutori maschi, il confinamento definitivo delle donne dentro una struttura familiare in cui l’obbedienza viene scambiata per virtù e il silenzio per consenso. I talebani non stabiliscono un’età minima chiara per il matrimonio, ma legano l’idoneità alla pubertà. Di fatto, significa consegnare bambine a contratti che non possono comprendere, dentro famiglie che spesso non hanno mezzi per proteggerle, davanti a tribunali controllati da uomini e da un regime che considera l’autonomia femminile una minaccia politica. Una ragazzina esclusa dalla scuola, priva di libertà di movimento, dipendente dal padre, dal fratello o dal futuro marito, può davvero dire no? E se resta zitta, quel silenzio può davvero essere letto come consenso?

La nuova legge sulla famiglia

La risposta è ovvia per chiunque non abbia costruito un intero sistema politico sulla negazione della voce femminile. Perché questa legge non arriva nel vuoto. Dal ritorno dei talebani a Kabul, nell’agosto 2021, la vita delle donne afghane è stata progressivamente chiusa, stanza dopo stanza. Prima la scuola secondaria, poi l’università, poi gran parte del lavoro, poi le ONG, poi i parchi, le palestre, gli spazi pubblici, i viaggi senza accompagnatore maschio, l’abbigliamento, la voce, il volto. Ogni decreto ha ristretto un po’ di più il perimetro dell’esistenza femminile. La nuova legge sulla famiglia interviene sul nucleo più intimo di questo sistema: il corpo, il matrimonio, la maternità, la possibilità stessa di scegliere. Il matrimonio infantile, in queste condizioni, non è una tradizione arretrata che sopravvive ai margini dello Stato. Diventa una politica sociale indiretta.

Quando alle ragazze viene negata la scuola, il matrimonio appare come l’unica destinazione possibile. Quando alle donne viene negato il lavoro, una figlia diventa per le famiglie impoverite un peso economico. Quando la crisi umanitaria travolge milioni di persone, una bambina diventa oggetto di scambio, pagamento di un debito, soluzione disperata alla fame. Le conseguenze non sono astratte. Una bambina data in sposa perde la scuola, la salute, le amicizie, l’infanzia. È esposta a gravidanze precoci, violenza domestica, dipendenza economica, isolamento, traumi psicologici. Diventa madre prima di essere diventata adulta, moglie prima di essere persona, proprietà prima di essere cittadina. E una volta entrata in quel circuito, uscirne è quasi impossibile. In un Afghanistan dove la giustizia è maschile, religiosa, intimidatoria e spesso inaccessibile, chiedere la separazione significa sfidare non soltanto un marito, ma un intero ordine sociale costruito per impedirti di parlare.

Lezioni online e proteste nelle case

Eppure, proprio qui si misura il fallimento più profondo del progetto talebano. Perché le donne afghane non sono scomparse. Sono state espulse dalle scuole, ma hanno costruito scuole clandestine. Sono state cacciate dalle università, ma hanno organizzato lezioni online, reti di studio, gruppi cifrati, biblioteche digitali. Sono state bandite dalle piazze, ma hanno portato la protesta nelle case, nei video registrati di nascosto, nei messaggi inviati all’estero, nei cartelli alzati in stanze chiuse con il volto coperto non per sottomissione, ma per sopravvivenza. Sono state minacciate, arrestate, picchiate, fatte sparire. E tuttavia continuano a documentare, insegnare, tradurre, scrivere, denunciare. Perché quel silenzio non è consenso. È paura, coercizione, isolamento. Ma spesso è anche strategia: tacere per restare vive, per proteggere una scuola, per salvare una figlia, per poter parlare domani.

La nuova legge sulla famiglia è molto più di un regolamento matrimoniale. È un tentativo di definire giuridicamente cosa debba essere una donna afghana: figlia obbediente, sposa precoce, madre dipendente, corpo controllato, voce assente. Ma proprio contro questa definizione continua a esistere la resistenza. Nelle case, nei telefoni, nelle aule improvvisate, nei messaggi criptati, nei libri proibiti, nella memoria ostinata di un Paese diverso. I talebani stanno cercando di costringere le donne afghane al silenzio per decreto. Il compito del mondo è non scambiare quel silenzio per consenso. E il compito della storia sarà ricordare che, mentre un regime tentava di cancellarle, loro, le donne afghane, continuavano a resistere a dispetto di tutto.