Quel continente chiamato amore

by azione azione
17 Giugno 2026

L’ultimo saggio del filosofo italiano Emanuele Coccia analizza il sentimento che più ci sfugge e dal quale però non possiamo prescindere

Il saggio del filosofo Emanuele Coccia, Il continente ignoto. Filosofia dell’amore moderno, edito da Einaudi Stile Libero, può sembrare, all’inizio, un testo molto colto, ma non particolarmente originale, sul tema dell’amore. Nelle prime pagine, infatti, vengono citati i sociologi che verso la fine del ’900 si sono occupati dell’argomento, scrivendo pagine che sono diventate imprescindibili per chiunque voglia trattare il tema: Anthony Giddens, Ulrick Beck ed Elisabeth Beck-Gernsheim. Coccia, sulla scia della loro concezione della relazione e del sentimento amoroso, scrive che l’amore ai giorni nostri è «un mercato in cui si cerca di acquistare titoli di prestigio e in cui il capitale accumulato permette di ottenere potere». E qui non si può non pensare, in effetti, alle app di incontri, alle corse ai match, etc.

Coccia: «È Eros a dominare le nostre vite, per lui siamo disposti a sacrificare persino la felicità,
perché ciò che davvero ci interessa non è essere felici, ma essere amati.
E tuttavia sull’amore siamo ignoranti, ci comportiamo da autodidatti».

Poi l’autore aggiunge che ai giorni nostri «la relazione pura è rifiutata perché ritenuta troppo vulnerabile e fragilizzante, ma si continua a idealizzarla» mettendo nero su bianco come in un’epoca in cui il concetto stesso di genere sessuale viene scardinato, contemporaneamente resiste l’ideale della coppia come obbiettivo fondamentale da raggiungere per ottenere la felicità. Si tratta di considerazioni giustissime, ma con cui già abbiamo una certa dimestichezza.

Dopo queste prime pagine, però, il testo di Coccia cambia decisamente direzione e ci troviamo di fronte a una riflessione del tutto originale. La sua tesi è che l’amore abbia ai giorni nostri un’importanza che in passato sarebbe stata del tutto inaudita: per questo l’amore è ciò che determina la modernità stessa per come la viviamo e la concepiamo oggi. Poi, il filosofo evidenzia che l’amore non è soltanto in relazione alle persone, ma anche alle cose e che è quando esso viene rivolto verso gli oggetti che diventa: «proprietà». Secondo Coccia, infatti, l’amore non è affatto solo un sentimento, bensì la forza attraverso cui entriamo in relazione con il mondo.

Nel testo le definizioni si susseguono, svariate, anche se a un certo punto l’autore sembra scontrarsi con un paradosso e cioè che in realtà l’amore è il continente ignoto, come dice il titolo, vale a dire la condizione esistenziale nella quale ogni essere umano nasce, quella in cui «non sappiamo cosa non sappiamo e nemmeno cosa significa non sapere». In questa condizione di inconoscibilità assoluta, l’amore ci muove, ci plasma per trasformarci in quel che siamo; riprendendo la teoria freudiana, Coccia scrive che ognuno di noi è chi è a causa di ciò che ama.

Il libro è un inanellarsi di riflessioni molto interessanti, correlate da esempi e fonti che spaziano dall’archeologia, alla letteratura, alla psicanalisi. Coccia, per esempio, fa notare come nella storia della letteratura italiana, la donna amata può esistere solo come memoria maschile, non a caso dalla Beatrice di Dante, passando per la Laura di Petrarca, fino alla Silvia di Leopardi, ci troviamo di fronte a una lista di morte. Del resto per lui più in generale «la letteratura europea è stata in larga parte una cospirazione maschile contro l’amore».

È forse, però, quando Coccia devia, seppur brevemente, sul concetto di bene che ci si trova di fronte alla parte più significativa del libro. Il filosofo fa notare, infatti, che nell’epoca contemporanea l’unico modo in cui crediamo di fare bene è quando critichiamo il male, sotto forma di guerra, capitalismo, comunismo, neoliberismo, populismo… Come se bastasse pronunciarsi contro una di queste distorsioni etiche per cambiare il mondo positivamente. L’autore fa notare che si tratta di un atteggiamento che ricorda molto la pratica dell’esorcismo, per cui sarebbe sufficiente pronunciare delle frasi contro il maligno, affinché quello se ne vada, evidenziando così quanto nell’avanzatissima epoca contemporanea siamo indietro nella tecnica del bene.

Queste pagine molto originali hanno come effetto anche quello di spingere chi legge a domandarsi se non sia il caso di smettere di arrovellarsi così tanto sull’amore, considerata anche la sua resistenza a farsi comprendere, e cominciare a dedicarsi al bene, inteso come sentimento nei confronti di sé stessi e degli altri, ma anche come pratica politica e azione individuale volta a preservare e costruire qualcosa di buono, qualcosa da amare.