Tra sorveglianza elettronica, case protette e un nuovo progetto di legge: le strategie messe in campo contro la violenza di genere
Il femminicidio è la forma più estrema della violenza di genere. Non coincide con l’uccisione di una donna e basta, ma con l’uccisione di una donna proprio perché donna, in contesti segnati da dinamiche di possesso, controllo, dominio e sopraffazione. Dall’inizio dell’anno in Svizzera si contano 17 femminicidi, tre dei quali avvenuti in Ticino (www.stopfemizid.ch). Inoltre nel nostro Cantone – dal 2024 a oggi – sei dei sette omicidi registrati sono stati commessi da uomini ai danni di donne. Sul fronte della violenza domestica: nel 2025 la Polizia cantonale è intervenuta 1018 volte (+4% rispetto al 2024). Le vittime, manco a dirlo, sono soprattutto donne (leggi Il 2025 della Polizia cantonale).
«I dati certo richiedono attenzione», commenta Frida Andreotti, direttrice della Divisione della giustizia (DI). «Non mi sento però di parlare di un peggioramento della situazione, perché il problema è già da anni motivo di forte preoccupazione». I principali fattori di rischio che ricorrono in ambito di violenza domestica – spiega l’intervistata – sono quelli legati alla separazione o interruzione di una relazione, la presenza di comportamenti di possesso, violenze fisiche, isolamento delle vittime, controllo del telefono, degli spostamenti, delle relazioni sociali e dell’abbigliamento, violenze legate a dipendenze da alcol o droghe ecc. «Affinché si possano prevenire e ridurre i casi occorre insistere su quattro assi d’intervento definiti a livello internazionale, nazionale e cantonale: sensibilizzazione della popolazione e prevenzione, protezione delle vittime, coordinamento tra gli enti coinvolti e perseguimento nonché presa a carico degli autori da parte degli specialisti».
Monitoraggio attivo quando?
A proposito di protezione delle vittime: dopo i recenti casi di cronaca si è tornato a discutere del «braccialetto elettronico». Il nostro Cantone utilizza la sorveglianza elettronica ma non prevede un monitoraggio «attivo»: eventuali violazioni sono cioè accertate a posteriori mediante l’analisi dei dati registrati dal dispositivo. «La misura – spiega Andreotti – va chiesta espressamente al pretore dalla vittima e i casi registrati finora sono stati pochi, anche a livello nazionale». Inoltre il Ticino (unico Cantone ad avere fatto questa scelta insieme al Vallese) non aderisce attualmente a Electronic Monitoring (EM), che coordina la sorveglianza elettronica e la collaborazione intercantonale in materia. L’associazione (EM) sta lavorando all’istituzione di una centrale di sorveglianza comune attiva 24 ore su 24. Il progetto mira a permettere un monitoraggio elettronico attivo e, in prospettiva, una sorveglianza «dinamica» in grado di segnalare subito la violazione di divieti di avvicinamento o di accesso a determinate zone.
Seguiamo con attenzione i progetti pilota avviati altrove sulla cosiddetta sorveglianza attiva, dice l’intervistata. «Le esperienze degli altri Cantoni ci aiuteranno a individuare bisogni delle autorità e criticità per l’implementazione del sistema in Ticino». L’intenzione è quella di adottare strumenti che offrano un reale valore aggiunto alla protezione delle vittime, sottolinea Andreotti, ricordando tuttavia che la tecnologia aiuta ma «non sostituisce la valutazione del rischio, l’intervento tempestivo delle autorità e la presa a carico multidisciplinare delle situazioni di violenza domestica».
Da inizio 2016 in Svizzera: 17 femminicidi
Accanto alle misure di controllo degli autori di violenza, resta fondamentale la disponibilità di case protette, servizi di accompagnamento, consulenza psicologica e giuridica ecc. Come sottolinea Gabriele Fattorini, direttore della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie (DSS), in Ticino l’offerta è garantita da due strutture specializzate, Casa delle Donne e Casa Armònia, che nel 2025 hanno accolto in totale 44 donne e 42 bambini (da pochi giorni ad alcuni mesi). «Finora tutte le richieste hanno potuto ricevere una risposta adeguata, ritenuto che non tutte le situazioni necessitano di un collocamento in una casa protetta. Tra il 2021 e il 2025 il tasso di occupazione delle due strutture è rimasto sotto la soglia di riferimento del 75%, salvo poche eccezioni. Negli ultimi anni sono inoltre stati introdotti potenziamenti mirati, in particolare nell’ambito del sostegno ai minori accolti con le loro madri presso la Casa delle donne, della copertura dei costi di traduzione e della formazione specialistica del personale». L’accompagnamento non termina necessariamente con l’uscita dalla casa protetta, continua Fattorini. Attraverso il progetto Oltre, che dispone di due appartamenti protetti, viene favorita una fase di transizione verso l’autonomia. «Nel 2025 il progetto ha sostenuto 5 donne e due bambini. Restano inoltre possibili sostegno psicologico, consulenza giuridica, aiuti finanziari e interventi specifici per i figli».
Secondo l’intervistato, le principali sfide nella presa in carico e nella protezione delle vittime di violenza domestica in Ticino riguardano la prevenzione e l’accesso tempestivo agli aiuti. «Servono sensibilizzazione, soprattutto tra i giovani, educazione a relazioni rispettose, formazione specialistica dei professionisti, monitoraggio del fenomeno attraverso dati affidabili e una forte collaborazione tra autorità, polizia e servizi». Fondamentale resta anche la responsabilizzazione degli autori di violenza. «È necessario promuovere un cambiamento culturale che favorisca il riconoscimento della violenza, contribuisca a superare gli stereotipi e aiuti a comprendere le difficoltà che le vittime possono incontrare nel chiedere aiuto».
Dal canto suo Frida Andreotti ricorda il progetto di legge cantonale sulla prevenzione e il contrasto della violenza domestica che sarà presto posto in consultazione. «Rappresenta un segnale politico forte e inequivocabile: la violenza domestica non è una questione privata, ma un fenomeno che riguarda l’intera società e che non può essere accettato». Attendiamo le novità.
Nei programmi scolastici
Intanto segnaliamo alcune esperienze che potrebbero in un qualche modo ispirarci. In Australia il programma Respectful Relationships, inserito stabilmente nei programmi scolastici, promuove fin dall’infanzia il rispetto reciproco, la parità tra i generi e relazioni affettive sane. Men in Focus, invece, coinvolge ragazzi e uomini anche al di fuori della scuola, con l’obiettivo di mettere in discussione modelli di mascolinità fondati sul controllo e sulla sopraffazione. E quando la tragedia si verifica? I Femicide Watch promossi dall’Onu analizzano ogni femminicidio per individuare eventuali falle istituzionali, errori nella valutazione del rischio o carenze nel coordinamento tra i servizi. Lo scopo: imparare da ogni caso per evitare che altri accadano.
