Piscina Romano

by azione azione
17 Giugno 2026

Una fresca mattina di fine primavera cammino in cerca di una piscina quasi centenaria dedicata a un ginnasta oro olimpico caduto nella Grande Guerra e disegnata dall’architetto conservatore della Scala per mezzo secolo. Della cui prospettiva, in foto, come un quadro metafisico, mi sono invaghito. Da viale Abruzzi svolto in via Donatello e di colpo mi rendo conto che forse il momento migliore per camminare a Milano è questo breve periodo di quasi estate la domenica mattina, senza troppo traffico, i marciapiedi semideserti. Sfociato in piazzale Piola, matematico e fisico che lega il suo nome oltre che a questo piazzale erboso circolare – dove sonnecchiano scappati di casa e proprietari di cani chiacchierano di cani dentro un recinto per cani – a dei tensori nella meccanica dei continui e una fermata della metro rossa. Qui vicino, in via Pacini, dove in un anomalo baretto in penombra entro a bere un gingerino come un personaggio in un racconto di Milano calibro 9 (1969) di Scerbanenco.

Non lontana, all’angolo tra via Zanoia e via Ampère, trovo la piscina nata nel 1929. Intitolata a Guido Romano (1887-1916), medaglia d’oro a squadre alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 caduto sull’Altopiano di Asiago, ma da molti, in questa zona nota come Città Studi, chiamata piscina Ponzio o solo «la Ponzio». Mica per Ponzio Pilato ma per Giuseppe Ponzio, ingegnere laureatosi al Politecnico (1863) poco distante dove insegnò, che dà il nome alla via perpendicolare dove una volta c’era l’entrata alla piscina Romano. La cui vagheggiata prospettiva balneare metafisica ora, appena entrato, mi sfugge, distratto un po’ dalle svanite tre antilopi di bronzo che troneggiavano sopra la vasca ellittica per bambini estinta. Però poi a piedi nudi, a bordo vasca, becco il punto giusto per abbracciare con lo sguardo, la prima domenica di giugno, la fuga prospettica della piscina Romano.

L’edificio giallo zabaione postbarocco in fondo alla piscina di quaranta metri per cento con bordi arrotondati di un azzurrino luccicante, segna l’asse in cui porsi con il corpo. Ai suoi fianchi, di sbieco, due casette con frontoni neoclassici, guidano lo sguardo nella fuga prospettica dechirichiana. Così in riva all’acqua ora però mi ricordano i tempietti davanti ai laghetti dei giardini all’inglese, tuffandomi ancora più fuori dal tempo. Il verde delle chiome arboree, oltre alle nuvolette su sfondo celeste cielo, completa la scena teatrale orchestrata non a caso dall’architetto che si è occupato della Scala dal 1932 al 1982: Luigi Lorenzo Secchi (1899-1982). Se di Piermarini e di Botta si sa ma non si sa mai, pochi sanno che Secchi è l’artefice della sua ricostruzione lampo dopo i bombardamenti. E prima ancora, della distribuzione verticale con la scala degli specchi che collega il foyer al ridotto dei palchi, della numerazione dorata dei palchi, fregi, divani. Ma soprattutto gli intenditori lo ricordano per aver progettato il rivoluzionario palcoscenico a ponti mobili.

Percorro tutta la vasca in lunghezza, compio la curva, mi sistemo su un lettino sotto un ombrellone blu. In faccia c’è il campus di architettura del Politecnico; tra l’altro due edifici, la Nave e il Trifoglio, sono opera di Gio Ponti. Qualche vasca a rana per ambientarmi e doccia in una delle due casette simmetriche di traverso. Finestre a tutto sesto, tre riquadri e cerchio nel timpano color giallo limone, il resto rosino salsa rosa, le lesene azzurro ghiaccio. Come le lesene dell’altro pseudotempietto dove ci sono i cessi, mentre il resto è giallo canarino. In mezzo spicca il coronamento mistilineo del palazzo zabaione.

Chiedo al securino con tatuaggio di un bulldog francese sul cranio rasato se sa dov’è la targa commemorativa di Guido Romano ma benché cortesissimo, non ne ha idea. Idem il bagnino, faccio prima a indagare scalzo, parto così a caccia della lapide. Al chioschetto non sanno niente ma non ci vuole molto, andando verso l’entrata, vicino al cedro, a trovarla marmorea, in ombra. Leggendola scopro che il ginnasta olimpionico caduto il diciotto giugno 1916, è stato anche campione di tuffi. Acciuffo con gli occhi le colonne in graniglia di cemento orfane del pergolato: così archeologiche aggiungono un tocco mitologico. Già opera d’arte così se guardata nel punto giusto, per trentaquattro giorni, nell’autunno 2022, su idea di un artista giamaicano, scintillava per via di duemila coperte termiche dorate di quelle che si danno agli emigranti scampati al naufragio.