Una nuova luce sul Parco di Morcote

by azione azione
10 Giugno 2026

I ricordi di Colette Broglie, figlia del giardiniere di Arthur Scherrer

Per chi è in grado di leggerlo, un parco è come un libro aperto. Ci permette anche di conoscere la storia di chi lo ha vissuto e di chi lo ha progettato. È questa la cosa che ho scoperto passando alcune giornate immerso nel lussureggiante Parco Scherrer di Morcote, insieme al team ticinese di architetti dell’Officina del Paesaggio, guidato da Sophie Agata Ambroise, che ne sta preparando il restauro botanico. Le ricerche in corso stanno facendo emergere affascinanti ipotesi interpretative fino a ora rimaste nell’ombra.

Proprio nel parco incontriamo Colette Broglie, figlia di Francesco Broglie, ultimo giardiniere e collaboratore personale di Arthur Scherrer, e di Ehrengard Broglie, storica guida del parco: «La mia infanzia è stata immersa in questo giardino, ci sono cresciuta, a casa se ne parlava sempre. Mio padre ne aveva un grande rispetto, veniva ogni giorno a lavorare nel parco con la cravatta. Ci teneva a conservarlo seguendo le volontà del signor Scherrer, aveva lavorato accanto a lui per tanti anni». Nata nel 1971, Colette Broglie è stata libraia e poi hostess per la Swissair, e dal 2008 vive a Città del Capo, in Sudafrica: «Erano 36 anni che non mettevo piede nel parco, mi avrebbe fatto troppo male» racconta con un po’ di amarezza.

Il restauro non riguarda solo le piante ma pure diari e allineamenti solari per una nuova interpretazione culturale del giardino

Ma andiamo con ordine: Arthur Scherrer, nato nel 1881, era un commerciante tessile di San Gallo, si trasferì ad Aquisgrana per frequentare la scuola tessile e poi in Toscana e in America per imparare le lingue. Dal 1907 si stabilì a Monaco di Baviera, dove rilevò il negozio di moda del padre. Alla fine degli anni Venti, Scherrer iniziò a edificare questo parco a Morcote, su un terreno agricolo terrazzato: un tipico «ronco» ticinese, che si trovava sopra alla casa sul lago che aveva acquistato. Scherrer ampliò l’abitazione fino a trasformarla in una villa e continuò a lavorare al parco fino alla morte, sopraggiunta nel 1956. Nove anni dopo la sua morte, la vedova Amalia Scherrer, decise di cedere il parco al Comune di Morcote, con la precisa richiesta di renderlo accessibile al pubblico.

«Mia madre era appassionata di storia dell’arte, faceva le visite guidate nel parco e faceva una specie di “marketing”: andava con la nostra macchina negli hotel e nei ristoranti di tutto il Ticino con i prospetti del parco per promuoverlo. Spediva pacchi di questi volantini alle agenzie di viaggi in tutta Europa». I ricordi di Colette Broglie sgorgano come un fiume in piena: «Accompagnava i visitatori in un vero e proprio viaggio, la vegetazione del parco era molto fitta e nascondeva le costruzioni, il bambù era denso, e quindi quando scoprivi gli edifici era una sorpresa. Anche il lago non era visibile dappertutto».

Perdendoci tra i sentierini, è possibile trovare ancora oggi un gran numero di statue, una casa del té siamese, una lussuosa dimora in stile indiano, protetta da elefanti e cobra di pietra, una struttura in stile arabo circondata da palme, una fontana romana, un tempio greco e uno egizio. In questi anni di assenza il parco è molto cambiato, c’è un po’ di tristezza nella voce di Broglie: «Non posso dire che non sia tenuto bene. Ma non è più la stessa cosa. L’atmosfera oggi è diversa, è quasi kitsch. La magia è sparita. Alberi molto vecchi sono stati tagliati. Vedi tutto subito, non c’è più l’incanto della scoperta. Se giocassimo a nascondino qui non ci sarebbero posti per nascondersi».

L’arrivo di alcune palme destinate al Parco Scherrer

Dopo la morte di Scherrer e il pensionamento del suo fedele braccio destro, la gestione del parco è molto cambiata: «Le persone che, a partire da metà degli anni Ottanta, hanno sostituito mio padre, non avevano una grande esperienza. Mi ricordo che nella prima settimana hanno ucciso tutti i pesci della vasca centrale. Hanno tagliato e disboscato, hanno rovinato la vegetazione, togliendo tutta la magia al parco». Anche il paesaggio sonoro, secondo Colette Broglie, è molto cambiato: «L’acqua era molto importante qui: fiumiciattoli, fontane, cascate. In ogni punto del parco sentivi il gorgoglio dell’acqua. Mio padre negli ultimi anni non voleva più venirci, si sentiva tradito per come veniva gestito. Non credo sia stato fatto per cattiveria, ma piuttosto per ignoranza, la manutenzione veniva fatta come se questo fosse un parco qualsiasi».

Giardini come questo cominciarono a diffondersi nella nostra regione intorno al 1882, dopo l’apertura della galleria ferroviaria del Gottardo. Fu allora che il Ticino divenne una meta sempre più ambita dai villeggianti del Nord Europa. Molti di loro, appartenenti a classi colte e agiate, erano attratti dal clima mite e dalla bellezza dei laghi. In questo ambiente era possibile far prosperare specie subtropicali e mediterranee, dando vita a giardini «spostati», popolati da piante provenienti da terre lontane. Per chi superava le Alpi, il Ticino rappresentava la porta d’accesso al Sud. Come già accadeva in Liguria e in Costa Azzurra, questi giardini offrivano l’esperienza di luoghi capaci di evocare mondi climaticamente lontani, dotati di suggestioni culturali profonde.

«Ho sempre conservato una scatola di documenti che la signora Scherrer ha donato a mio padre. Ci tenevo molto a questi ricordi, me la sono portata in giro nei tanti traslochi che ho fatto. Ci sono i diari, le lettere del signor Scherrer e le foto della costruzione del parco» dice Colette Broglie, mostrandoci alcune delle foto che illustrano questo articolo. «Spero che questi archivi possano servire a capire come era il parco di un tempo e sono sicura che l’amministrazione comunale e il giardiniere che se ne occupa oggi potranno ritrovare il paesaggio incantato di un tempo».

Secondo «Officina del Paesaggio» incaricata dal Comune di Morcote di curare il restauro botanico, emergerebbe una possibile nuova chiave di lettura del giardino: il parco potrebbe infatti essere interpretato come uno spazio concepito secondo i canoni e la simbologia di un luogo sacro. I manufatti disseminati nel parco racconterebbero il culto per la luce, intesa nel suo significato metaforico di ricerca interiore, nelle varie epoche. Questa nuova interpretazione del parco si potrebbe inserire nel contesto culturale dei primi decenni del Novecento, tra il nord delle Alpi e il Ticino.

Erano anni di fervore intellettuale e spirituale, segnati da movimenti come il Monte Verità, Eranos, la teosofia, l’antroposofia. Tra i diversi indizi che inizialmente hanno condotto a scoprire questa nuova lettura, uno tra i più rilevanti è l’allineamento geometrico tra il tempio del sole, posizionato nella parte alta del parco, e il centro dei due obelischi, situati sul belvedere: una linea immaginaria che indica esattamente il punto in cui il sole tramonta il giorno del solstizio d’inverno. Quindi il parco non sarebbe frutto di un semplice capriccio estetico, ma un tassello importante nella geografia spirituale del nostro territorio.

I giardini storici come il Parco Scherrer sono già stati riconosciuti dalla Confederazione come luoghi capaci di promuovere la biodiversità, ma oggi è quindi importante chiedersi come la presenza di vegetazione esotica acclimatata nel tempo possa assumere anche un valore ambientale oltre a quello patrimoniale. Al di là delle considerazioni di tipo scientifico e spirituale, questo parco resta un luogo magico e tutto da scoprire.