Se c’è una partita che mi dispiace di non poter vedere ai Mondiali di calcio è il “derby” tra Svizzera e Italia. La Penisola pallonara è inciampata ai rigori dell’ultima sfida ai playoff europei e, per la terza volta consecutiva, sarà costretta a osservare le partite dal salotto. La Svizzera, invece, si è qualificata per la sesta volta di fila, consolidando la fama di squadra ostica alle spalle delle favoritissime. Temibile castigamatti delle più forti – vedi la Francia agli Europei del 2020 e l’Italia, sempre lei, in quelli del 2024 – sarà osservata con rispetto fra le 48 compagini che zampetteranno sui campi americani, messicani e canadesi.
Malgrado l’assenza degli Azzurri, contro i quali – per ragioni di opposti e talvolta ottusi campanilismi – ogni partita diventa epica, vibrerò per le (sperabili) prodezze rossocrociate. Affronteranno Qatar, Canada e Bosnia-Erzegovina che, con tutto il rispetto, non rappresentano la quintessenza dell’arte balistica. Passano il turno le prime due di ogni girone e le otto migliori terze; l’obiettivo di entrare fra le 32 squadre che accederanno alla fase a eliminazione diretta non è irrealistico. Se poi la Svizzera non solo approdasse agli ottavi (impresa riuscita cinque volte), ma addirittura ai quarti (tre volte, l’ultima nel lontano 1954, per di più in casa), potremmo davvero stappare champagne. Andremo oltre? Sognare è lecito.
L’assenza di un robusto match contro l’Italia non ci priverà di altri possibili scontri simbolici, temo assai più velenosi. Viviamo in un mondo talmente conflittuale che una delle cifre quasi sicure del prossimo Mondiale è la possibilità di sfide ben più che calcistiche. Non ci sarà Russia-Ucraina: dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia è stata sospesa dalla FIFA e dalla UEFA e l’Ucraina non è riuscita a qualificarsi. Anche Israele non ce l’ha fatta, evitando partite dal contesto letteralmente esplosivo.
Ma non è affatto improbabile una sfida tra Stati Uniti e Iran, ai ferri corti dal 1979 e oggi forse nella fase più critica di sempre, per una somma imbarazzante di ragioni belliche, politiche, economiche e ideologiche. Perfino gli Yankees – per i quali il calcio è quasi uno sport minore e l’Iran, di norma, una terra incognita – si metterebbero davanti alla TV trattenendo il fiato. Perché gli States del presidente Trump sanno di essere al centro di molti degli scenari più incandescenti del globo: dallo Stretto di Hormuz alla Groenlandia, da Gaza a Cuba. Per non parlare delle tensioni doganali, ormai planetarie: qualsiasi partita tra gli Usa e una nazionale europea, Svizzera compresa, rischia così di trasformarsi in un duello simbolico.
Questo Mondiale – il più grande di sempre, con 48 squadre e 104 partite – rischia di giocarsi non solo sui campi, ma anche fuori: nei palazzi della politica, nelle sale dei vertici economici, nei meccanismi sempre più opachi della grande macchina FIFA e del suo ruffianissimo presidente, Gianni Infantino. Il rischio è che smetta di essere il luogo dell’incontro tra le nazioni per trasformarsi in una gigantesca vetrina di potere. Un’arena in cui si giocano partite parallele: quelle dei dazi, delle alleanze militari, dei conflitti congelati, dei mal di pancia reciproci. Il calcio, che dovrebbe essere un linguaggio universale capace di mettere tra parentesi – almeno per novanta minuti – le contraddizioni del mondo, finisce per assorbirle tutte.