Ogni anno, a Torino il 24 giugno è un giorno di festa. Si celebra la ricorrenza di San Giovanni Battista, il santo patrono. C’è il grande falò in piazza Castello, alla sera del 23. Al centro della catasta di legna destinata a essere bruciata viene issata la sagoma di un Toro che, secondo la direzione presa nella caduta, porterà fortuna o sfortuna alla città durante l’anno che segue. Se cade in direzione di Porta Nuova sarà un anno fortunato. Se cade verso il Palazzo Reale, la sfortuna si accanirà sulla città. Per un servizio mi chiedono qual è il mio San Giovanni preferito.
Eccolo. Sono le 22 e 45 del 23 giugno 1987. Ho appena compiuto 50 anni. Squilla il telefono di casa: è Mimmo Scarano che era stato mio direttore alla Prima Rete Tv. Chiama da viale Mazzini: «Ti metto in viva voce. Siamo riuniti per risolvere un problema: dopo che sono andati via tutti abbiamo deciso di affidare a Adriano Celentano la conduzione della prossima edizione di Fantastico. (pausa) Non riusciamo a spiegargli come funziona la macchina organizzativa di un programma, lui chiede cose impossibili, tipo 400 bambini per fare un coro mentre lui canta una canzone. (pausa) Abbiamo pensato che tu sei l’unico, grazie alla tua esperienza di produttore esecutivo, in grado di farlo ragionare, di spiegargli i nostri limiti». «Io non ho mai avuto il privilegio di conoscerlo, lui non sa chi sono». «Gli abbiamo parlato di te, è curioso di conoscerti».
In pratica erano sicuri che avrei detto di sì. «Domani vai a Milano, lì c’è Mario Maffucci che ti porta a Galbiate da lui. Per sei mesi gli resti incollato e piano piano insieme mettete a punto una macchina produttiva in grado di funzionare». In chiusura spara l’offerta che non si può rifiutare: «Ti diamo il piè di lista illimitato e non te lo togliamo più». In parole povere significa che quando sei in trasferta non hai più limiti di spesa, l’ufficio personale ti rimborsa tutte le ricevute. D’ora in avanti goga e migoga.
E poi ero contento di conoscere Adriano: volevo dirgli grazie per le tante volte che mi aveva aiutato a far addormentare mia figlia Giovanna, cantandole le sue canzoni. Neanche un minuto e piombava nel sonno. Anni dopo mi ha confessato che fingeva di dormire per far finire quello strazio. Non mi sono mai pentito di aver detto di sì a Mimmo Scarano, anche se l’occasione di far impallidire la collega dell’ufficio personale con i miei rimborsi si è presentata rare volte. Un pranzo tipico di Adriano: una mela cotta nel forno e una bottiglia di acqua minerale non gasata a temperatura ambiente. E io cosa posso fare: ordino aragosta e champagne?
Mi andava bene quando il padrone di un ristorante, motivato dal fatto di avere nel suo locale un personaggio di quel livello, proponeva di sua iniziativa un piatto di pesce: cernia o sgombro, lo mostrava trionfante a un Adriano distratto, lo metteva al forno e lo serviva già spinato. Adriano impugnava la forchetta e prima punzecchiava la polpa bianca e poi mi passava il piatto: mangialo tu. Usciti dal ristorante, alla mia domanda: perché non l’hai voluto?, replicava con un’altra domanda: «E se c’era dentro una lisca?»
Altri casi: il sabato sera, Adriano scendeva dall’albergo di Monte Mario accompagnato in auto da una sua segretaria, quando già era partita la sigla di Fantastico. L’auto si accostava all’ingresso artisti del Teatro delle Vittorie, Adriano apriva lo sportello e s’infilava nello studio mentre gli uomini del servizio di vigilanza trattenevano l’onda dei fans. Uno di questi, riesce una sera a bucare la barriera e a fiondarsi su Adriano gridando: «Adriano! Fammi lavorare con te!» Lui si gira verso di me e me l’affida: «Fallo entrare. Fategli fare qualcosa».
Naturalmente ubbidisco, faccio entrare nello studio il tizio, lo porto dal primo assistente di studio che incontro: «È un figurante speciale, mettiamolo insieme agli altri, ma non in prima fila». Temevo che ripetesse il gesto di buttarsi ai piedi di Adriano mentre era in onda. Per tutta la durata della diretta sono stato in apprensione: era un clandestino, senza contratto, gli fosse successo qualcosa finivo nei guai.
Fila tutto liscio e, partita la sigla di chiusura, raggiungo in camerino Adriano: «Ti rendi conto del rischio che mi hai fatto correre? Perché hai voluto che lo facessi entrare in studio?» La sua risposta è stata lapidaria: «E se mi avesse fatto fare la fine di John Lennon?»
Dino Campana ha scritto da qualche parte de I canti orfici: «L’unica passione della mia vita è stata la paura». Vale la pena pagare questo prezzo per arrivare ai vertici della fama e poi restarci il più a lungo possibile?