L’Associazione italiana di cultura classica della Svizzera italiana ha pubblicato un manifesto che pone l’attenzione sui vantaggi dello studio delle lingue classiche
«Carneade, chi era costui?». Così si apre uno dei primi capitoli dei Promessi sposi, quando Don Abbondio, in un momento intimo e domestico, sfoggia la sua cultura classica, cultura che gli ha permesso di raggiungere lo stesso ruolo agiato che gestisce pavidamente. Gli studi umanistici, nell’Ottocento, almeno, non erano un orpello, ma garantivano l’accesso a certi ranghi della società . Avvocati, medici, preti, tutti sapevano parlare il «latinorum» cui si riferisce anche Renzo, l’umile protagonista del più famoso romanzo italiano, che pur non avendolo studiato orecchiava i suoi suoni e le sue desinenze.
Oggi questi studi, insieme a tutti gli studi umanistici, non godono di buona salute, non solo nel nostro Paese, ma in anche nel resto dell’Europa, dove nei piani studi scolastici il piacere dello studio fine a se stesso, volto a rafforzare le competenze critiche e la ricerca della propria identità nel passato, è stato sostituito da altro – e dove la formazione diventa via via più aziendalistica, meno centrata sull’umano e i suoi bisogni e più orientata al mondo del lavoro.
Ebbene, sì, nel Canton Ticino, nonostante la vicinanza con l’Italia che per ragioni storiche risulta ancora legata allo studio della classicità , il latino si studia sempre meno, imparare il greco antico è diventato una rarità . Per questo motivo a metà marzo del 2026 l’Associazione italiana di cultura classica della Svizzera italiana, presieduta da Benedino Gemelli e da Lucia Orelli Facchini (quest’ultima alla vice-presidenza) ha vergato e condiviso un manifesto con uno scopo di sensibilizzazione nei confronti delle due materie, che ha raccolto uno svariato numero di firme di importanti figure della cultura nel Cantone (è possibile sottoscriverlo cliccando sul sito manifesto26.ch).
Un manifesto che si compone di sei punti e che pone l’attenzione sui vantaggi dello studio delle lingue classiche. «Nell’attuale contesto culturale e sociale, caratterizzato da profondi mutamenti e da un uso mistificato del linguaggio, la formazione umanistica continua a rivestire un ruolo fondamentale nel cogliere il cambiamento e nel fornire le coordinate concettuali per interpretarlo – si legge al punto primo – Chiediamo perciò che l’istituzione scolastica continui a riservare alla formazione umanistica uno spazio adeguato, coerente con le finalità educative proprie della scuola secondaria di primo e secondo grado». Come spiega Benedino Gemelli «il manifesto cerca di illustrare con chiara semplicità i vantaggi che derivano all’individuo, alla società , al mondo della scuola dallo studio delle lingue e della cultura classica come strumento per interpretare e orientare se stessi in un’epoca di radicali mutamenti. Il manifesto, privo di qualsiasi tono polemico, chiede che si rimetta al centro dell’educazione la cultura umanistica, senza alcun conflitto con la genuina cultura scientifica».
«Lo studio del latino e del greco richiede una formazione lunga, che ha bisogno di sedimentazione, ma che nel tempo dà i suoi frutti», sottolinea Genny Carella, docente di latino e greco. «Se il liceo perde del tutto il contatto con il mondo greco e romano l’enciclopedia culturale europea ammutolisce per tutti i liceali delle scuole pubbliche del futuro, senza speranza di rinascita – aggiunge Lucia Orelli – Perdere Omero significa perdere Virgilio. Perdere Virgilio significa perdere Dante».
Un elemento che deve far riflettere è che gli allievi della scuola media che vogliono studiare il latino, per portarlo avanti anche al Liceo, siano talvolta costretti a seguire le lezioni durante la pausa pranzo. «A mio figlio succede proprio così – precisa Carella – Questo non fa altro che disincentivare un ragazzo desideroso di accostarsi allo studio di queste materie. Noto che gli allievi hanno paura di perdere qualcosa scegliendo questa strada e temono anche di essere sovraccaricati». Per esempio gli studenti che scelgono greco devono rinunciare a una lingua straniera, come l’inglese, e questa può sembrare una scelta un po’ anacronistica. Vale la pena perdere il treno della contemporaneità per studiare lingue che non si parlano più?
Eppure molti studi pubblicati negli ultimi anni dimostrano come gli allievi che hanno studiato le lingue classiche ottengano risultati molto brillanti, anche negli studi scientifici, a volte più promettenti di chi ha seguito altri curricula al Liceo. Ma perché un allievo, oggi, nel 2026, dovrebbe scegliere di studiare l’ablativo assoluto, le declinazioni, la grammatica e l’esametro? «Dal punto di vista storico-letterario leggiamo il mondo attraverso le lenti di storici, filosofi, letterati, politici, medici, fisici, architetti ed eruditi che hanno contribuito a creare la nostra cultura. Nessuno di loro è un letteratucolo. Sono tutte menti finissime che ci offrono prospettive inedite e ci aprono la mente. Oggi come ieri. Privarcene è una follia», conclude Orelli.
Mentre da noi si fatica a spiegare ai ragazzi, alle ragazze e alle loro famiglie che lo studio del latino e del greco è un’opportunità meravigliosa e non va sprecata, nella vicina Milano al Liceo Berchet un’iniziativa supera le previsioni di chi l’aveva promossa. Le lezioni gratuite di greco antico per adulti proposte di sera al Liceo classico hanno raggiunto più di cento iscrizioni, registrando il sold out e molti ex studenti, che al tempo non hanno scelto il classico, sono tornati sui banchi per apprendere le nozioni base della lingua; alcune di queste persone per un anno hanno evitato le affollate palestre e gli aperitivi pur di recuperare le lacune delle superiori. Un esempio da seguire, evidentemente.
