Vite da ridere (o quasi): alcuni comici costruiscono personaggi, Peter Sellers faceva qualcosa di più inquietante: scompariva all’interno di essi
«Vedi, non esiste nessun me stesso. Io non esisto… Un tempo avevo un io, ma l’ho fatto rimuovere chirurgicamente». Questo ebbe a dichiarare Peter Sellers in un’intervista rilasciata a… Kermit la rana. Ma c’è un dettaglio adolescenziale che racconta Peter Sellers meglio di molte sue dichiarazioni e analisi psicologiche. Quando cercava di conquistare una ragazza, non si presentava mai davvero come Peter Sellers. Si presentava come qualcun altro. Se la ragazza amava Errol Flynn, lui studiava Errol Flynn al cinema e ne imitava la voce, le pose, il modo di fumare. Se preferiva Robert Donat, il giorno dopo Peter parlava come Robert Donat, camminava come lui, si atteggiava come lui. Non era semplice esibizionismo adolescenziale. Era già qualcosa di più profondo e ambiguo: la sensazione che il vero Peter Sellers, da solo, non bastasse. E forse è proprio qui che si nasconde la chiave del più grande trasformista comico del Novecento.
Peter Sellers non interpretava personaggi, li abitava. E più riusciva a diventare qualcun altro, meno sembrava sapere essere sé stesso. Nel cinema comico esistono attori che costruiscono una maschera riconoscibile e la ripetono con infinite variazioni. Totò è Totò. Jerry Lewis è Jerry Lewis. Louis de Funès è Louis de Funès. Sellers, invece, sembrava non avere un volto definitivo. Era un organismo mutante. «È stato come aver sposato le Nazioni Unite», avrebbe detto la prima moglie Anne Hayes, a divorzio avvenuto.
Nato nel 1925 come Richard Henry Sellers, cresce in una famiglia di artisti di varietà dove il confine tra vita privata e spettacolo praticamente non esiste. La madre Peg è dominante, possessiva, ossessionata dall’idea di avere un figlio destinato al successo. Il padre Bill, musicista, è invece una presenza debole, intermittente. Il nome con cui tutti lo chiamano, però, non è Richard Henry, ma Peter: lo stesso del fratello nato un anno prima di lui e morto poco dopo il parto. Crescere con il nome di un morto significa vivere dentro un’identità già occupata, come se la propria persona fosse una sostituzione, una controfigura.
Fin da bambino osserva ossessivamente le persone. Accenti, tic, inflessioni, pause, modi di camminare. Registra tutto mentalmente. La radio britannica degli anni Trenta e Quaranta diventa la sua vera scuola di recitazione. Poi arriva la guerra. E paradossalmente, nel caos del conflitto mondiale, trova la sua direzione artistica. Durante il servizio militare intrattiene i soldati con imitazioni e sketch. Ma è quando entra nel mondo della radio professionale che Sellers trova finalmente il suo habitat naturale. Il Goon Show, creato insieme a Spike Milligan e Harry Secombe, rivoluziona la comicità britannica del Dopoguerra.
Quando arriva al cinema, Sellers porta con sé tutto il bagaglio radiofonico. Stanley Kubrick lo capisce immediatamente e ne Il dottor Stranamore gli affida tre ruoli differenti nello stesso film. Ma mentre la carriera esplode, la vita privata diventa sempre più ingestibile. Relazioni sentimentali disastrose, paranoia, capricci, esplosioni d’ira, dipendenza dall’astrologia, ossessione per il denaro e per il successo.
La grandezza di Sellers sta nel fatto che non cerca mai la simpatia del pubblico. Anche nei momenti più esilaranti c’è sempre qualcosa di disturbante nei suoi personaggi. Un altro aspetto che rende Peter Sellers una figura così moderna è il suo rapporto quasi patologico con il controllo. Dietro l’apparente anarchia delle sue performance si nascondeva infatti un perfezionismo feroce. Nulla era davvero casuale: una pausa troppo lunga, una sillaba pronunciata con l’accento sbagliato, un gesto fuori ritmo potevano mandarlo nel panico. Questa ossessione contribuiva a renderlo geniale, ma anche estremamente difficile da gestire sui set. Aveva bisogno di sentirsi continuamente al centro del meccanismo creativo, salvo poi esserne terrorizzato. In questo senso, Sellers appartiene a una categoria particolare di artisti: quelli che sembrano divorati dal proprio talento. Non si limitava a usarlo, ne veniva consumato.
E forse è anche per questo che il suo cinema conserva ancora oggi qualcosa di imprevedibile. Guardando Sellers non si ha mai la sensazione di assistere a una macchina comica perfettamente oliata. C’è sempre un margine di instabilità , l’impressione che qualcosa possa deragliare da un momento all’altro. È una comicità viva, nervosa, continuamente sul punto di esplodere o collassare. Ed è proprio questa fragilità a renderla così umana.
Negli ultimi anni, il suo corpo inizia a cedere. Infarti, problemi cardiaci, stress continuo. Ma anche quando è fisicamente esausto, il meccanismo creativo continua a funzionare. Sul set può ancora improvvisare dettagli geniali, invenzioni vocali, reazioni imprevedibili. Quando muore nel 1980, a soli cinquantaquattro anni, lascia un vuoto enorme nella comicità mondiale. Non soltanto per il talento, ma perché con lui sembra scomparire una certa idea di trasformismo assoluto. Peter Sellers passò la vita a diventare chiunque. Il problema è che, probabilmente, non riuscì mai davvero a diventare sé stesso.
