A giugno Accra, in Ghana, ospiterà una conferenza per discutere di riparazioni ma l’Occidente indugia nell’ombra del proprio passato
Una grande conferenza internazionale si sta organizzando per la metà di giugno ad Accra, la capitale del Ghana. Il presidente John Mahama è impegnato personalmente nei preparativi. Dal 17 al 19 del mese sono attesi capi di Stato, ministri, studiosi, attivisti, diplomatici, rappresentanti delle massime organizzazioni internazionali. Soprattutto dai 54 Paesi africani, ma si spera non solo.
L’argomento che per tre giorni verrà portato all’attenzione del mondo non ha nulla a che vedere con i gravi problemi che l’attanagliano oggi. Non si parlerà della crisi energetica causata dalla guerra all’Iran, né dei fertilizzanti il cui transito attraverso lo Stretto di Hormuz è bloccato, minacciando i raccolti dell’intero Continente africano. E nemmeno del devastante conflitto in Sudan, in corso da oltre tre anni con un costo umano incalcolabile. No, il tema della conferenza sarà legato a eventi tragici che risalgono a secoli fa. Verranno discusse possibilità , modalità , criteri per introdurre riparazioni all’infinita sofferenza causata dalla tratta degli schiavi africani, una piaga che funestò il mondo per oltre tre secoli dello scorso millennio, dal Cinquecento all’Ottocento.
«Il più grave crimine contro l’umanità » mai compiuto
A molti di noi europei può sembrare una questione di interesse storico. Fatti lontani, consegnati ai manuali scolastici. Ma per gran parte del mondo, quello che usiamo chiamare «il Sud globale», le cose non sembrano stare così. Ce lo ha ricordato, il 26 marzo scorso, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La Risoluzione 80/250 votata quel giorno a grande maggioranza è considerata da chi la ha approvata un documento fondamentale, una pietra miliare. Al punto 2, definisce la riduzione in schiavitù e la tratta transatlantica degli africani «il più grave crimine contro l’umanità » mai compiuto. Al punto 5, afferma che l’orrore dello schiavismo «continua a causare immensa sofferenza, difficoltà culturale, sfruttamento economico, trauma emotivo e discriminazioni senza fine patite dagli africani e dalle persone afrodiscendenti nel corso della storia». Per questo, al punto 8, la risoluzione «chiama i Paesi membri dell’Onu a impegnarsi in un dialogo inclusivo e in buona fede sulla giustizia riparativa, incluse scuse piene e formali e misure di restituzione, compensazione, riabilitazione e soddisfazione».
Le risoluzioni approvate dall’Assemblea dell’Onu differiscono da quelle del Consiglio di sicurezza per il fatto di avere un potere, dunque un’efficacia, molto minore. Sono soltanto delle raccomandazioni non vincolanti, non comportano sanzioni ai danni di chi non le applica, ancor meno possono minacciare o autorizzare l’uso della forza. Se non altro per questo motivo, ci si sarebbe potuti aspettare che le solenni parole della Risoluzione 80/250 venissero accolte all’unanimità . Così non è stato. Il documento è stato sì approvato con largo margine – 123 voti – e tre soli voti contrari: Argentina, Israele e Stati Uniti. Ma ben 52 Paesi si sono astenuti, rifiutando di prendere posizione sulla questione. Tra questi, la totalità dei membri dell’Unione europea. Non solo loro: anche la Svizzera, il Regno Unito e altri Stati del Continente hanno fatto la stessa scelta. E poi il Canada, il Giappone, l’Australia. Tranne eccezioni isolate, la spaccatura è stata netta: da una parte, compatto, il «Sud globale»; dall’altra un «Nord» che preferisce fare un passo indietro, dalla Nuova Zelanda all’Islanda. Dimostrando così che lo schiavismo, ufficialmente abolito più o meno duecento anni fa, continua a dividere il mondo più ricco da quello che ricco non è.
Quattro secoli di sofferenze e le conseguenze si fanno ancora sentire
Molti sono i motivi, dichiarati oppure intuibili, di questa scelta di campo. Il principale è una questione di diritto. È sbagliato, sostiene questa tesi, definire un crimine contro l’umanità «più grave» di tutti gli altri. È impossibile, da un punto di vista giuridico, stabilire una simile gerarchia, ha sostenuto per esempio nel dibattito all’Onu la rappresentante cipriota Gabriella Michaelidou. I proponenti della risoluzione non sono ovviamente d’accordo: il gran numero di vittime – si stima in dodici milioni di uomini e donne il numero di africani rapiti, deportati e venduti come schiavi nel corso del tempo; la durata di questo commercio di esseri umani, che abbraccia quattro secoli; le conseguenze durevoli sulle società che la subirono, sono altrettanti motivi che a loro giudizio giustificano l’uso del superlativo assoluto.
C’è poi un altro argomento, più volte usato anche in anni recenti, che spinge molti Governi occidentali a evitare di lasciarsi coinvolgere in una discussione sul passato schiavista. È quello della responsabilità storica. Troppe generazioni sono passate, sostiene questa linea di pensiero. La schiavitù è stata giustamente abolita, ci sono state guerre, rivoluzioni, drastici cambi di regime e di sistemi politici. I viventi di oggi e le loro istituzioni non possono essere ritenuti responsabili di quei torti, orribili sì, ma appartenenti a un tempo irrimediabilmente lontano.
Contro l’oblio
Opposta la posizione dell’Unione africana, fortemente schierata a sostegno della risoluzione del 26 marzo e della prossima conferenza internazionale di Accra. Ha detto il suo presidente, il gibutino Mahmoud Ali Youssouf: la tratta degli schiavi «non è semplicemente una tragedia del passato, ma un’ingiustizia strutturale i cui effetti continuano a pesare sulle società africane e sulle loro diaspore». E il presidente del Ghana, proponente della risoluzione, ha definito la richiesta di una qualche forma di giustizia postuma un «baluardo contro l’oblio».
L’appuntamento del prossimo mese in Ghana si presenta insomma come un campo di battaglia tra posizioni molto lontane. La giustizia riparativa è un concetto complesso, che non significa solo riparazioni in denaro. Comporta il riconoscimento postumo di un torto inflitto, un atteggiamento empatico verso chi lo ha patito, e può assumere diverse forme, da discutere insieme. A cominciare da una solenne e collettiva offerta di scuse. Cosa che alcuni governanti europei, per esempio il presidente francese Emmanuel Macron, hanno già fatto, ma sempre in ordine sparso. E poi una comune attività memoriale, la definitiva restituzione dei beni saccheggiati secoli fa, le forme di «compensazione e riabilitazione» alle quali accenna la risoluzione del 26 marzo. Presto avremo l’occasione di sapere se questa discussione verrà effettivamente avviata, o se gli africani si ritroveranno ancora una volta da soli con la loro richiesta di giustizia.
