Bhutan, la verità dietro la fiaba ecologica

by azione azione
27 Maggio 2026

Il Paese che ha sostituito il Pil con la Felicità interna lorda e che per primo al mondo vanta emissioni negative è anche un luogo di vita contadina durissima, scarsa assistenza sanitaria e crescente disoccupazione

È a Thimphu, la sua capitale, che comincio a cercare di far quadrare il bilancio che mi son fatto di questo Paese pieno di leggenda tra Tibet e India: il Bhutan. Accade spesso che la visione mitica suggerita da lontano si ridimensioni con la vicinanza, ed è quel che mi succede ora, su questa spianata enorme, oggi spazzata dal vento nuvoloso e freddo dei 2500m, che guarda sulla valle e la zona meridionale della città, con le sue casette basse e il fiume. Da qui occhieggia la statua ciclopica (52 m) del Buddha Dordenma, ossia «Seduto sul trono di Vajra». Indica idealmente il luogo in cui «Sakyamuni» ha raggiunto l’illuminazione. È un’opera di bronzo tutta ricoperta d’oro e al suo interno, come uno stupa, custodisce più di centomila altre statuette simili. Per i buddhisti, più si guarda il Buddha più vicini si è alla salvezza. E le etnie maggioritarie del Bhutan, ngalop (i dominanti, antichi immigrati dal Tibet) e sharchop (autoctoni), sono in prevalenza buddhiste, più o meno come in Tibet.

«Questa?» mi chiede Pema percependo il mio stupore. «L’hanno finanziata soprattutto da Singapore per i 60 anni di Jigme Singye Wangchuck, il padre del re attuale. È da quando abbiamo aderito all’ONU, uscendo dall’isolamento, nel 1971, che abbiamo rapporti più che amichevoli. Ci hanno aiutato con programmi di formazione, con i commerci. Dall’anno scorso, poi, ci comprano anche i crediti di carbonio. Loro inquinano e noi abbiamo il 70% del Paese coperto da foreste – che, tra l’altro, devono occupare almeno il 60% per Costituzione!».

Da qualche giorno giriamo insieme per il suo Paese. È una guida esperta, che m’ha assegnato (per obbligo) il Governo. Per fortuna ha uno sguardo critico e mi aiuta a capire i misteri che si celano qui, tra i contrafforti meridionali dell’altopiano tibetano. Ero venuto per vedere il Paese famoso per aver sostituito nel 1972 il conteggio del Pil con il Fil, la Felicità interna lorda: la qualità della vita al posto del vile denaro. Cercavo la leggenda, appunto, un luogo da fiaba: monasteri e santi uomini pieni di spiritualità, in armonia con loro stessi e con la natura incontaminata. Invece, man mano che m’addentro, che parlo con la gente, ben diverso risulta il quadro.

È diventato uno dei Paesi con più capacità estrattiva di bitcoin

Tra le cose «da fiaba» figura la produzione d’energia pulita, idroelettrica, che, con le scarse industrie e le foreste, lo fa risultare il primo Paese a emissioni negative al mondo. Quell’energia, tra l’altro, è tra i pochi prodotti che esporta, e la vende tutta all’India in cambio di quanto non produce, ossia tutto tranne parte dell’agricoltura (per il 75% già biologica, tendente al 100%, altro elemento in favore della fiaba), prodotta dai contadini bhutanesi, che sono ancora l’80% dei circa 800mila abitanti. Riso, mais, orzo, frutta, verdura. «Sarà biologica ma è agricoltura di sussistenza», precisa Pema, mostrando il rovescio della medaglia. «Io sono scappato, quando sono venuto a studiare in città. I miei, in campagna, fanno una vita durissima. Siamo isolati. Cuciniamo ancora con la legna, a parte i pochi cui è già arrivata l’elettricità a prezzi bassi. E se ti ammali, tra i monti l’assistenza è scarsissima. Per problemi seri, poi, devi andare in India. E chi ce li ha i soldi? Con tutta la disoccupazione… Io sono stato fortunato, ma molti amici se ne sono andati».

L’India è dall’epoca del dominio coloniale britannico la potenza di riferimento, grazie ad accordi stipulati da Ugyen Wangchuck, il re che ha unificato il Bhutan moderno (1907), nonché trisnonno dell’attuale sovrano. D’altro canto, è stato grazie a una grande diplomazia, oltre che all’isolamento, che il Paese è riuscito a mantenersi indipendente, schiacciato com’è tra i due giganti asiatici, e a non fare la fine dello Stato indiano del Sikkim o del Tibet. È dal Seicento che ha cominciato a costruirsi un’identità, dall’arrivo dello Shabdrung Ngawang Namgyal, un monaco fuoriuscito dal monastero tibetano di Ralung che creò il nucleo – religioso e politico – dell’odierno Druk Yul (Terra del drago), nome ufficiale di quel che il resto del mondo chiama Bhutan.

Radicale bhutanizzazione del Paese

I sovrani moderni vengono detti Druk Gyalpo, «Re drago», un soprannome che ben rispecchia il potere della monarchia, pur costituzionale dal 1998. Oltre a essere il capo delle forze armate, Sua Maestà è autorità morale, una specie di guida, politica e spirituale, e per questo anche garante ultimo dei valori della Nazione, felicità compresa. In nome di ciò, e di una radicale bhutanizzazione del Paese, negli anni Novanta del XX secolo, Jigme Singye Wangchuck ha espulso molte migliaia di cittadini bhutanesi rei solo d’esser di retaggio nepalese (i lhotshampa, induisti), ha stabilito che tutti indossassero gli abiti tradizionali (leggi ngalop), proprio come nelle fiabe, e che nelle scuole si insegnasse la lingua bhutanese, lo dzongkha (degli ngalop). Suo figlio e successore si chiama Jigme Khesar Namgyel Wangchuck, incoronato nel 2006 e quinto della dinastia, la quale trarrebbe origine da Pema Lingpa (1450-1521), personaggio mitico legato al Guru Rinpoche, la figura più importante del buddhismo Vajrayana bhutanese (VIII secolo, branca del Mahayana).

Laureato a Oxford dopo studi negli Usa, il suo impegno è verso le sfide e le tendenze del mondo attuale e si dà da fare per far del suo Paese un’eccezione, introducendo concetti e progetti che però, pur forse lungimiranti, spesso dissonano con la miseria in cui vive il suo popolo. Fondamentale in questo senso è sembrata, per esempio, l’introduzione dei siti di mining di bitcoin, sorprendente per un Paese che ha visto la prima transazione con una carta di credito solo nel 2010. Grazie all’installazione di enormi server nei climi freddi delle montagne e all’energia idroelettrica, è diventato uno dei Paesi con più capacità estrattiva della valuta virtuale, salvo sconcertare, però, il mondo con una recente (2026), drastica svendita del 70% dell’enorme patrimonio accumulato. Si dice in ragione del calo del rendimento, se comparato con la vendita della stessa energia. Altro mistero – a ora – davanti al quale anche Pema non può che aprire le braccia. Quel che è certo è che la speranza che quel business potesse sollevare le sorti del bistrattato popolo bhutanese è sfumata.

Un altro dei progetti interessanti – a livello iperuranico, ma forse non altrettanto per la gente comune – è il Gelephu Mindfulness City, la «Città della consapevolezza». Inaugurato nel 2023 nell’omonimo villaggio di confine con l’India, nel sud, prevede la costruzione di una sorta di città ideale e del tutto sostenibile, fondendo tradizione e modernità. Un posto in cui far convergere persone e investimenti in grado di armonizzare concetti come salute, educazione, energia verde, spiritualità e denaro. E tentare di fermare l’emorragia di giovani che lasciano questo felice Paese da fiaba.