Il signor Tian è sulla cinquantina – minuto, asciutto, coi capelli neri e gli occhiali da miope. Nato poverissimo, espatriato illegalmente, ha lavorato come uno schiavo in Italia, senza tregua. Prima in un capannone a cucire vestiti fra macchinari assordanti, poi in un magazzino a sigillare scatoloni per le spedizioni della merce. Non usciva mai, non conosceva una parola di italiano, né gli serviva. Dopo qualche anno si è affrancato dai debiti contratti coi suoi «padroni», e questi l’hanno introdotto nella cucina di un ristorante cantonese; essendo troppo abile per restare sguattero, è presto passato in sala. Da cameriere, ormai guadagnava abbastanza per sposarsi. Così è tornato per la prima volta in Cina, a prendere moglie. Quando gli hanno proposto di gestire un ristorante al nord, si è trasferito a Venezia. Gli è sembrata la città ideale per far crescere i due figli che nel frattempo gli erano nati, e si è fermato in Laguna. La mattina, sceso dal regionale, camminando verso il ristorante percorreva una fondamenta poco frequentata, in un sestiere un tempo abitato dagli operai di Porto Marghera. Passava davanti a un bar decrepito, coi pannelli di rivestimento della sala tutti graffiati. Spesso vuoto: la zona non era turistica, né di passaggio. Prendeva il caffè, prima di prendere servizio. Retrogusto amaro e velenoso: pure la macchina aveva bisogno di essere cambiata. Oltre la vetrina sciabordava il rio, e il luccichio dell’acqua lo incantava. Insomma, un colpo al cuore.
La padrona dietro la cassa, un’indigena attempata, non ne poteva più. I figli si erano laureati, non volevano lavorare al bar. Tian si è fatto prestare il denaro, e lo ha comprato. I veneziani all’inizio non volevano prendere il caffè da un cinese, ma poi si sono abituati.
Affari pochi. Tian penava per ripagare il debito. Poi però il palazzo gotico di fronte è stato ristrutturato, ed è diventato un hotel a 4 stelle, e quello rinascimentale di là dal ponte a 5 plus. Le scrostate casine a due piani della calle tutte trasformate in b&b. I tavolini sul rio attiravano più turisti che veneziani. Anno dopo anno, questi scomparsi, gli altri moltiplicati. Affari ottimi, ormai il signor Tian era più che benestante.
I turisti però sono come i cavalli per i tafani. Sciami di borseggiatori e ladri professionisti li seguono ovunque vadano. Tian ha esperienza, li riconosce a occhiata. Le donne hanno lunghi capelli neri, pance gravide (autentiche o meno), scarpe griffate taroccate per mimetizzarsi fra le turiste vere. Le scaccia se le sorprende ad aggirarsi fra i tavolini, in attesa dell’attimo in cui carpire lo smartphone del cliente distratto, o la borsa, incautamente appesa alla sedia. Tian vigila sui suoi turisti, ma spesso deve consolare piangenti studentesse americane, pensionati brasiliani derubati del passaporto, coreane scioccate che un luogo tanto bello sia pure così crudele.
La battaglia – che non è solo fra legalità e crimine, o fra genti diverse – è impari. Finché un mattino sorprende una ragazza con le dita nel marsupio di una turista giapponese. Urla. La giapponese afferra la ragazza, che si divincola e poi, visto che il sopraggiunto Tian la trattiene per i capelli, chiama aiuto. La ragazza infatti lavora per adulti privi di misericordia. Che lo circondano e lo tempestano di calci e pugni. Perché diavolo si mette in mezzo? Non rubano mica a lui.
Il signor Tian viene prelevato dalla barca-ambulanza e depositato al pronto soccorso col braccio livido di morsi, gli occhi tumefatti, polso rotto e commozione cerebrale. La cliente giapponese ha lasciato la mancia. I datori di lavoro della ladra si sono dileguati all’arrivo degli agenti. La minorenne viene affidata a una comunità, da cui fugge l’indomani. Un caso di cronaca da poche righe sul giornale locale. Il signor Tian torna subito al lavoro – pesto, fasciato, ingessato. Pure la ladra: avvistata mentre scendeva dal suo stesso treno, e già di nuovo flagello nelle calli e nei negozi.
Onesti si nasce o si diventa?, mi chiedo. È un fatto di cultura, di mentalità, o di opportunità? Perché Tian ce l’ha fatta, e la ragazza vagherà fra comunità, carcere, figli, furti, irretita da fili che non saprà o potrà tagliare? Il signor Tian non si rassegna all’impunità, e rimane inflessibile. Vigila sempre sui suoi clienti. Ha un’unica soddisfazione. I borseggiatori non riescono mai a fregare i turisti cinesi.