Quando l’intestino «parla» al cervello

by azione azione
20 Maggio 2026

Non solo un modo di dire: pancia, emozioni e mente comunicano influenzando salute e benessere

Per Thimoty il legame tra intestino e cervello è stato evidente fin dall’inizio della malattia: «I primi sintomi intestinali comparvero nel 2008, in un periodo di forte stress lavorativo: ho vissuto come un trauma profondo la disoccupazione, l’incertezza economica e l’arrivo imminente della mia prima figlia». Lui stesso ricorda di «sentire che gli rodeva dentro», e poco dopo arrivò la diagnosi di malattia intestinale cronica. Con il peggiorare dei sintomi, anche la vita psicologica cambiò: «Ansia costante, paura di uscire, isolamento sociale e il bisogno di avere sempre un bagno vicino. L’intestino condizionava completamente la mia mente». Durante il Covid, già immunodepresso, affrontò un ricovero gravissimo, con intubazione e terapia intensiva, vivendo paura di morire, incubi e una realtà alterata. Anche lì il corpo e la mente si intrecciarono profondamente. Oggi racconta che stare un po’ meglio fisicamente ha migliorato anche il suo equilibrio psicologico: «La testa fa tanto; se la testa va giù, anche il fisico va giù».

Intestino e cervello comunicano continuamente attraverso nervi, ormoni, sistema immunitario e microbiota e «me lo sento nella pancia» o «ho lo stomaco chiuso» non sono solo modi di dire. Per questo l’intestino è spesso definito un «secondo cervello», capace di risentire dello stress e di influenzare umore e benessere.

Nelle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali, questo legame diventa ancora più evidente, coinvolgendo profondamente l’equilibrio psicofisico della persona. Secondo lo psichiatra Francesco De Marco «in realtà, la cultura popolare aveva intuito tutto questo molto prima che arrivassero le conferme scientifiche. Da sempre, infatti, stati emotivi come ansia, paura o preoccupazione vengono associati a sensazioni fisiche che riguardano stomaco e intestino e i tanti modi di dire legati alla “pancia” non sarebbero quindi semplici metafore, ma l’espressione di un’esperienza reale che oggi la medicina riesce a spiegare meglio». Lo specialista sottolinea pure che «negli ultimi decenni la ricerca ha dimostrato l’esistenza di vere e proprie “autostrade” che collegano cervello e intestino, una delle quali è neurologica e passa attraverso il nervo vago (collegamento più rapido tra i due organi), responsabile ad esempio di quella sensazione immediata di nausea o malessere intestinale che può comparire sotto stress. Questo agisce sull’asse ormonale che coinvolge cortisolo e ipofisi, influenzando direttamente l’intestino. Anche il microbiota ha un ruolo centrale: i batteri intestinali producono sostanze che entrano in circolo e possono influenzare l’attività cerebrale».

È proprio per questa complessità, spiega, che si parla sempre più spesso dell’intestino come di un «secondo cervello». Una definizione che, precisa De Marco, va interpretata correttamente: «L’intestino non produce pensieri né idee, non è la sede della coscienza, ma è una struttura estremamente sofisticata che può influenzare profondamente il funzionamento del cervello». Oggi gran parte degli studi si concentra proprio su questo: «Capire in che modo ciò che accade nell’intestino possa modificare umore, attenzione, memoria e benessere psicologico generale».

Il rapporto tra disturbi intestinali e salute mentale va letto con equilibrio: «Stress e ansia si riflettono subito sulla pancia, ma anche un intestino in sofferenza può influenzare umore, sonno e lucidità mentale». Non esiste però un semplice rapporto di causa-effetto: «Ansia e depressione possono derivare dall’intestino o procedere parallelamente, influenzandosi a vicenda. Lo stesso vale per gli studi sulla disbiosi intestinale e alcune condizioni neurologiche o neuropsichiatriche, come alcuni tratti dello spettro autistico». Ad ogni modo, De Marco rende attenti sul fatto che la presenza di un’associazione non significa automaticamente causalità. Infatti, «se si riequilibra il microbiota, non sempre si osserva un miglioramento immediato delle altre condizioni, ed è quindi più corretto parlare di un’influenza reciproca piuttosto che di una spiegazione unica».

Sul ruolo del microbiota, però, i dati sono sempre più solidi. «Il microbioma intestinale partecipa al metabolismo di numerosi neurotrasmettitori fondamentali, come serotonina, dopamina e GABA, sostanze indispensabili per il funzionamento del sistema nervoso. Molti dei loro precursori vengono prodotti proprio a livello intestinale, e questo rende evidente quanto l’equilibrio della flora batterica possa incidere anche sul benessere psicologico». Per questo, sintomi come stanchezza mentale, irritabilità, difficoltà di concentrazione o umore basso non dovrebbero essere letti soltanto come problemi «di testa». «In alcuni casi, migliorare le condizioni della flora intestinale può rappresentare un aiuto concreto, anche se non risolutivo».

Il medico invita però alla prudenza: «L’idea che basti assumere probiotici o fermenti lattici per risolvere problemi complessi è una semplificazione eccessiva. Non esistono soluzioni miracolose, ma un supporto utile sì, soprattutto se inserito in un approccio più ampio». Tra le abitudini quotidiane che aiutano a proteggere l’asse intestino-cervello, la dieta mediterranea resta una delle basi più solide: «Verdure, cereali e alimenti ricchi di fibre favoriscono una flora intestinale più varia e in salute. E la varietà è fondamentale, perché nell’intestino vivono più batteri di quante siano le cellule del nostro corpo». Anche l’attività fisica regolare contribuisce al benessere generale e indirettamente a quello intestinale. Ma l’elemento più importante, sottolinea De Marco, è la costanza: «Nessuna buona abitudine funziona se praticata una volta sola. La prevenzione passa soprattutto dalla regolarità con cui ci si prende cura di sé».

Questo discorso diventa ancora più importante nelle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali, come il morbo di Crohn e la colite ulcerosa. In queste patologie, spiega il medico, «l’infiammazione cronica altera profondamente il microbiota, riducendone biodiversità e quantità. Una flora intestinale più povera significa anche una minore produzione di sostanze utili al cervello, con possibili ripercussioni su memoria, concentrazione e tono dell’umore. A questo si aggiunge uno stato infiammatorio persistente che non resta confinato all’intestino, ma può coinvolgere l’intero organismo, compreso il sistema nervoso». Egli parla di alcune ricerche che mostrano come nei pazienti con morbo di Crohn esistono differenze funzionali in alcune aree cerebrali a seconda che la malattia sia in fase attiva o quiescente: «Durante le fasi acute, per esempio, possono aumentare stanchezza, difficoltà di memoria, ansia e depressione». Non si tratterebbe quindi soltanto di una reazione psicologica alla malattia cronica, ma di una vera componente biologica che accompagna l’infiammazione. Per questo, conclude De Marco, la cura delle MICI non può limitarsi al controllo dell’infiammazione intestinale. «È fondamentale considerare anche il benessere psicologico e la qualità della vita complessiva del paziente, perché i due aspetti si influenzano positivamente a vicenda».

Anche il tema degli psico-biotici (probiotici e altre strategie pensate per migliorare il microbiota e, di riflesso, il benessere mentale) sta attirando molta attenzione: «I risultati, soprattutto in ambiti come la depressione, sono incoraggianti, ma non si può ancora parlare di terapie consolidate o risolutive». Così, conclude lo specialista, «la ricerca è in corso e richiede prudenza: l’intestino può aiutare il cervello, ma non esistono scorciatoie semplici per problemi complessi».