Bisogna continuare a parlarne perché più le malattie scompaiono, più diminuisce la percezione del rischio
Negli ultimi anni i vaccini sono tornati al centro del dibattito pubblico. La pandemia di Covid-19 ha aumentato la consapevolezza della loro importanza, ma anche i dubbi e la disinformazione, noti come «esitazione vaccinale», cioè il ritardo o il rifiuto di vaccinarsi nonostante i vaccini siano disponibili. Questo fenomeno preoccupa la sanità pubblica perché quando la percezione del rischio delle malattie diminuisce, cresce il rischio di sottovalutare la prevenzione. Nel 2024, secondo OMS e UNICEF, oltre 14 milioni di bambini nel mondo sono rimasti completamente non protetti contro malattie prevenibili. Anche la copertura vaccinale contro il morbillo resta sotto la soglia del 95% necessaria per prevenire epidemie: più di 30 milioni di bambini risultano quindi insufficientemente protetti e le conseguenze sono già visibili: nella regione europea l’OMS ha registrato nel 2024 oltre 127.000 casi di morbillo, il numero più alto degli ultimi 25 anni.
In questo contesto è importante parlare di vaccini in modo chiaro e scientifico perché essi rimangono tra gli strumenti di sanità pubblica più efficaci e, secondo l’OMS, ogni anno salvano 3,5-5 milioni di vite prevenendo malattie come morbillo, difterite, tetano, pertosse e poliomielite, che un tempo provocavano epidemie e numerosi decessi infantili. Inoltre, gli esperti ricordano che mantenere alte le coperture vaccinali non serve soltanto a proteggere il singolo individuo, ma anche l’intera comunità. «Quando una grande parte della popolazione è immunizzata, la circolazione dei virus e dei batteri diminuisce e vengono protette anche le persone più vulnerabili, come i neonati o chi non può vaccinarsi per motivi medici». Lo spiega il pediatra infettivologo ed esperto di «esitazione vaccinale» Alessandro Diana, con il quale abbiamo cercato di fare chiarezza su questo tema delicato, a partire dalla questione di cosa significhi esattamente l’esitazione vaccinale e se si tratti davvero di un fenomeno recente. «La risposta è no: l’esitazione nei confronti dei vaccini accompagna la loro stessa storia. Già alla fine del XVIII secolo, quando Edward Jenner sperimentò il primo vaccino contro il vaiolo inoculando le croste di mucca a un bambino, ci furono dubbi e paure diffuse. Molti temevano effetti strani o persino che i bambini potessero trasformarsi in “metà umani”. La medicina di allora, ancora priva di farmaci efficaci e senza conoscenza dei virus, non poteva fornire altre garanzie».
Diana spiega che Jenner stesso fu osteggiato dalle istituzioni accademiche dell’epoca, eppure la sua intuizione ha salvato milioni di vite. Ma da allora, l’esitazione e le forme di scetticismo sono state costanti, a dimostrazione che il fenomeno non è affatto recente. Egli sottolinea come la pandemia di Covid-19 abbia però amplificato alcune dinamiche: «Dopo l’arrivo dei vaccini anti-Covid, molti genitori hanno vissuto un aumento dei dubbi, non solo verso il nuovo vaccino, ma anche nei confronti di vaccini storici come quelli contro morbillo, tetano o poliomielite. Molti genitori chiedevano: “È davvero necessario? È sicuro per mio figlio?”. Se da un lato la conoscenza dei vaccini consolidati ha rassicurato, il vaccino Covid, essendo una novità, ha generato esitazione, rallentando a volte le vaccinazioni di routine».
Oggi i principali dubbi dei genitori riguardano la sicurezza dei vaccini più recenti e l’eventuale comparsa di effetti collaterali. Tuttavia, lo specialista ribadisce un concetto già espresso e confermato dai dati di OMS e UNICEF: «La percezione del rischio è spesso legata alla visibilità della malattia. In passato, alcune malattie prevenibili, come il morbillo, erano comuni e temute; oggi, grazie ai vaccini, si vedono raramente, e questo “successo” può ridurre la percezione del pericolo. Quando però i genitori vengono a conoscenza di casi reali nella loro comunità (un bambino colpito dalla meningite, ad esempio) la paura e la consapevolezza della gravità della malattia tornano a motivare la vaccinazione». Egli sottolinea quindi che la copertura vaccinale è fondamentale: «Se scendesse, alcune malattie potrebbero riemergere con rapidità. Il morbillo, in particolare, rappresenta un segnale di allarme già oggi: in alcune aree degli Stati Uniti, dove la vaccinazione è calata per ragioni politiche, si sono verificati casi e persino complicazioni gravi, fino a decessi». E il recente aumento dei casi di morbillo in diversi Paesi europei conferma quanto sia delicata la situazione: «Questi episodi ricordano che la protezione offerta dai vaccini non è scontata e che la prevenzione resta essenziale».
Prima di essere immessi sul mercato, i vaccini devono superare controlli molto rigorosi, spesso più severi rispetto ai farmaci: «Non sottovalutiamo il fatto che sono testati su persone sane; dunque, gli effetti collaterali devono essere ancor più minimi e accettabili. Questo processo può richiedere molti anni, ma garantisce davvero che i vaccini siano sicuri ed efficaci». Il caso del vaccino Covid ha accelerato questi tempi, suscitando preoccupazioni legittime e chiediamo come interpretare con il senno di poi tutto il vissuto: «Gli effetti collaterali, come rarissimi casi di anafilassi o di pericardite in giovani adulti, sono stati osservati principalmente nella fase post-marketing, quando milioni di persone iniziano a riceverlo. Nonostante ciò, il bilancio globale è estremamente positivo: solo la prima campagna di vaccinazione anti-Covid ha salvato 14 milioni di vite, a fronte di casi di anafilassi in circa 1 persona vaccinata su un milione». Il dottor Diana ammette che non si tratta di un evento trascurabile perché questi pazienti hanno dovuto ricevere adrenalina e in alcuni casi essere ricoverati; tuttavia: «Non si sono registrati decessi e, nel complesso e a fronte dei 14 milioni di vite salvate, il bilancio della vaccinazione rimane ampiamente positivo».
Il messaggio centrale che emerge oggi riguarda l’autodeterminazione e la responsabilizzazione delle persone: «La salute pubblica fornisce raccomandazioni basate su dati epidemiologici, ma ogni decisione deve considerare la situazione individuale. È compito dei medici e dei professionisti della salute discutere con i pazienti, valutare rischi e benefici specifici e guidarli nelle scelte, senza imporre nulla». Questo approccio «alla carta» rende la vaccinazione più efficace e accettata, «perché il paziente comprende le ragioni della raccomandazione e partecipa attivamente alla decisione». Il nostro interlocutore, esperto in vaccino-esitazione, sottolinea quindi un concetto molto importante: «Vaccinarsi significa proteggere sé stessi e la comunità, ma significa pure esercitare consapevolezza. Informarsi, porre domande, discutere con il proprio medico o farmacista e capire il quadro completo. Sono strumenti fondamentali per fare scelte responsabili. Solo così possiamo continuare a proteggere i più vulnerabili e garantire che le malattie prevenibili restino un ricordo del passato, e non una minaccia del presente».
Al di là dei dati e delle raccomandazioni delle autorità sanitarie, si delinea una realtà: «La decisione di vaccinare passa spesso attraverso il rapporto di fiducia tra famiglie e professionisti della salute». Per questo, molti specialisti sottolineano l’importanza di continuare a parlare di vaccini in modo chiaro, trasparente e basato sulle evidenze scientifiche. In un’epoca in cui le informazioni circolano rapidamente (e non sempre in modo accurato) il dialogo tra medici, genitori e istituzioni rimane perciò uno strumento essenziale per proteggere la salute dei bambini e della comunità nel suo insieme.
