Il terzo album dell’artista italiano Riccardo Fabbriconi, in arte Blanco, è dedicato a sua madre
Blanco ci ha sempre fatto un grande regalo, offrendoci la sua verità. E senza censure. Con il suo album di debutto Blu celeste del 2021 ci ha gridato in faccia tutta la sua rabbia, la sua voglia di vivere senza regole e di essere ribelle, di correre in mutande nei boschi della sua Calvagese della Riviera, vicino a Brescia. E di spaccare tutto, come è successo quando – ospite della prima serata del Festival di Sanremo 2023 – ha preso a calci le numerose rose sul palco durante un’esibizione a causa di alcuni presunti problemi tecnici, provocando fischi in sala e critiche feroci sui social (e non solo).
Ma chi conosce la discografia e l’attività live di Riccardo Fabbriconi – questo il suo vero nome – non si è scandalizzato quella sera, visto che in molti suoi concerti egli distrugge sedie e oggetti di scena, in un momento preciso di uno show pensato e costruito ad hoc per raccontare proprio questa sua rabbia, per darle spazio in un contesto artistico.
A quanto pare, anche lo scioccante gesto sul palco di Sanremo (che l’aveva visto trionfare solo un anno prima in coppia con Mahmood con Brividi) era parzialmente previsto; Blanco si è però lasciato andare, superando il sottile confine tra performance e distruzione gratuita. E questo ha portato all’artista parecchi guai. Blanco, insomma, ci ha abituato alla sua verità – gridata e ribelle – ma anche alla sua rabbia. Prendendosi le responsabilità dell’espressione della sua emotività.
Ancora una volta, a spiccare nel lavoro di Blanco, è l’autenticità feroce, che tocca testi e musica, passando per una voce graffiante
È così che ci ha reso familiari anche le sue sporcature vocali, l’autenticità feroce, la schiettezza nei testi, l’urgenza comunicativa. Non c’è finzione, in Blanco. Non c’è nessuna costruzione di un personaggio che possa rispecchiare canoni corteggiati dalla discografia. Ne abbiamo avuto una nuova conferma con il secondo album, Innamorato del 2023, che conteneva anche un sorprendente duetto con Mina: perfino la Tigre di Cremona è rimasta colpita dal suo modo di cantare, da quel mix così personale tra canzone d’autore, melodia, piglio rock, codici del rap.
Ma il percorso non è finito qui. Dallo scorso 3 aprile è infatti disponibile per EMI Records Italy (Universal Music Italy) il terzo progetto di inediti di Blanco, intitolato MA’. Un disco intimo, forse il più personale, che segna un punto di arrivo importante per l’artista classe 2003. A confermarlo sono le canzoni, non per forza bandiere per rivoluzioni, ma anche spazi di riflessione. Anche la copertina del disco conferma questo: vediamo Blanco, da piccolo, insieme alla madre. Un’immagine tenera che è una dichiarazione d’intenti potente: nessuna retorica.
Ed ecco che le canzoni sono uno specchio della maturità di Blanco. A partire dalla title-track, il brano dedicato proprio alla madre, in cui canta: «Ma io non mi voglio bene come me ne vuoi tu, come me ne vuoi tu, come me ne vuoi tu. Perché è così complicato amarmi… Mi sento così fragile, a volte quasi inutile, mentre levi i piatti dalla tavola, sono sensibile stasera, che non ho voglia di parlare, ma se tornassi indietro darei l’anima per poterti abbracciare. Va bene così, se domani non mi sveglio, io ti aspetterò lì». Blanco si fa piccolo piccolo, ma allo stesso tempo non ha paura a pronunciare frasi e parole difficili, soprattutto se rivolte alla propria madre. Lo ha spiegato a RTL 102.5: «Questo disco si chiama MA’ perché mia madre è l’unica donna della mia vita. L’album è vario, c’è un po’ di tutto: spero che possa piacere e aiutare qualcuno. Non seguo molto i generi, faccio ciò che sento nel momento». E ancora: «Il disco l’ho scritto pensando a me, ma in ogni brano ho cercato di inserire un messaggio, quindi le canzoni sono interpretabili. In ognuna c’è, in qualche modo, speranza. Non è un disco triste, voglio dire che anche nei momenti peggiori c’è sempre la speranza».
In effetti, tutto il disco – contenente 15 brani comprese le collaborazioni con Elisa (Ricordi) e Gianluca Grignani (Peggio del diavolo) – è un vero e proprio percorso di redenzione. A livello sonoro Blanco è ancora una volta affiancato dal main producer Michelangelo e ora anche dai produttori Federico Nardelli, PARISI, Simonetta, Zazu.
E i testi? Se l’urgenza comunicativa di Blanco è la stessa degli inizi, la sua riflessione si fa più consapevole, meno «gridata», nonostante i richiami al passato (come quel «Non mi va di fare scelte giuste alla mia età» in Fuori dai denti); le canzoni sono il racconto della fuga consapevole dall’autodistruzione, e la tristezza che canta Blanco è solo funzionale al suo opposto. Poco importa se la positività sia realmente vissuta o solo ricercata: le canzoni di Blanco sono capaci di diventare cori, grazie ai quali sentire di appartenere a un’intera generazione, che probabilmente vive simili sensazioni, drammi, dolori. L’introspezione di Blanco è preziosa perché permette di focalizzare il bene, rintracciabile negli affetti più solidi (come la madre o gli amici, celebrati nella traccia che apre il disco Ti voglio bene, uomo) o in quel sentimento primordiale di volersi mangiare la vita a morsi, anche quando vivere richiede fatica.
