Scontro aperto tra Papa Prevost e Donald Trump

by azione azione
15 Aprile 2026

Il Vaticano attacca il bellicismo dell’inquilino della Casa Bianca eletto anche grazie al 59% dei cattolici Usa

Tra il primo papa americano della storia e l’attuale presidente degli Stati Uniti è ormai scontro aperto. Leone XIV ha compiuto negli ultimi mesi una scalata retorica sempre più esplicita contro il bellicismo di Trump, espresso con un linguaggio violento e inusitato. Fino alla minaccia di distruggere «in una notte» l’antica civiltà persiana. Nemmeno troppo implicito, dati i limiti di tempo dell’annientamento promesso (circa dodici le ore di buio), il riferimento all’arma atomica. «Inaccettabile» la risposta abbastanza curiale ma netta del Papa, fautore della pace «disarmante e disarmata». Per aggiungere che la minaccia di sterminare gli iraniani non è solo violazione del diritto internazionale ma della morale.

Già in precedenza Prevost aveva indirettamente replicato al ministro della Guerra Pete Hegseth, il falco dei falchi a stelle e strisce, che con tono sacerdotale aveva citato il Salmo 144 per estendere ai militari il suo voto di solidarietà divina: «Benedetto il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra». Fra l’altro, il paradosso è che secondo gli interpreti più autorevoli del testo biblico questa benedizione è attribuita a Davide nel duello con Golia, non proprio il rapporto di forze fra Stati Uniti e Repubblica Islamica. Leone XIV, nell’omelia delle Palme, replica con Isaia: «Anche se moltiplicaste le preghiere io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue».

Nelle sue frequenti uscite a sensazione Trump non ha finora preso di petto il suo connazionale in Vaticano, citandolo per nome, anche perché l’elettorato cattolico americano gli aveva concesso il 59% dei suffragi alle elezioni presidenziali del novembre 2024. Inoltre, molti dei suoi ministri e principali consiglieri sono cattolici, a cominciare dal vicepresidente J.D. Vance – convertito nel 2019 – e dal segretario di Stato e consigliere per la Sicurezza nazionale Marco Rubio. Per tacere della netta maggioranza cattolica nella Corte Suprema. La crescente quota di cattolici nelle élite americane, specie nella nuova destra Maga, peraltro in via di frantumazione, è un vincolo che Trump deve comunque considerare per non finire il suo mandato in anticipo. Magari dopo una sonora sconfitta alle elezioni di mezzo termine, in novembre, e l’eventuale impeachment del Congresso (Venticinquesimo emendamento alla Costituzione americana).

Oggi che l’avventurismo militare e la retorica eccitata di Trump e di Hegseth seminano distinguo e persino condanne nel Partito repubblicano, la crisi fra Roma e Washington rischia di finire fuori controllo. È significativo che Leone XIV abbia rifiutato di visitare gli Stati Uniti in occasione della festa nazionale, il 4 luglio prossimo, come da invito fattogli personalmente da Vance. Di più, Prevost ha annunciato che quel giorno sarà a Lampedusa, sulle tracce di papa Francesco che nel 2013 si recò nell’isola italiana resa celebre dalle valanghe di migranti sfuggiti alla morte in mare che continuano a guadagnarla, specie d’estate. La politica migratoria, prima ancora della crisi sulla guerra in Iran, è stato infatti il primo terreno di polemica fra la Chiesa di Roma e l’amministrazione Usa.

La situazione si era già inasprita con la visita in marzo a Roma di Peter Thiel, capo di Palantir, azienda del Big Tech filo-trumpiano che ha messo le tende al Pentagono. Thiel ha snocciolato conferenze sull’Anticristo (il papa?), contro il quale ci proteggerebbe l’America di Trump. Conforto per gli ipertradizionalisti (pochi) italiani. Irritazione per Santa Sede e Conferenza Episcopale Italiana. Nel frattempo, l’assai moderato ordinario militare in America, arcivescovo Timothy Broglio, affermava che i soldati americani chiamati ad eseguire un ordine ingiusto e illegale – per esempio, invadere la Groenlandia – avrebbero avuto dovuto disobbedire.

Non dimentichiamo la radice antipapista degli Stati Uniti, a maggioranza protestante, che ha portato questa e altre amministrazioni americane a limitare l’influenza vaticana fra i militari e perfino fra gli scout cattolici.

Una rivelazione contenuta nell’articolo di Mattia Ferraresi, giornalista di Domani, pubblicato il 6 aprile da The Free Press chiarisce la profondità dello scontro. Dopo che il Papa aveva criticato, senza alzare la voce, il modo in cui gli Stati Uniti stavano minando l’ordine internazionale, l’allora nunzio apostolico a Washington, il cardinale Christophe Pierre, è stato convocato al Pentagono dal vice di Hegseth, il cattolico Elbridge Colby, supercolomba tra le poche colombe trumpiane. Nondimeno, il messo papale è stato investito dalle proteste di Colby e dei suoi principali collaboratori, tra i quali uno ha evocato per Leone XIV la prospettiva di una nuova cattività avignonese (1309-1377), quando l’allora pontefice Clemente V e sei suoi successori furono messi sotto tutela dal re di Francia. Non si sa quale sarebbe per i trumpiani la location riservata all’illustre ospite, immaginiamo non prossima a Mar-a-Lago.

Ricordiamo che papa Francesco non visitò mai l’Argentina. Non sappiamo che cosa deciderà Prevost, ma oggi appare da escludere una sua visita negli Stati Uniti, almeno finché lui sarà presidente.

La crisi è tanto più rilevante in quanto la scelta del conclave per Prevost fu favorita da un’intesa fra i cardinali americani. L’idea era che l’ex priore generale degli agostiniani fosse sufficientemente distante dal per loro inaffidabile papa argentino, che si vantava di non piacere agli yankee. Evidentemente il grado dell’estremismo trumpiano cambia le coordinate delle tendenze in seno all’alto clero romano, sicché un moderato – in tutto, anche nelle parole – come Leone XIV può parere a Trump un pericoloso sovversivo.