Il turismo attraversa un momento di crisi? Sai che novità. Da quando lo frequento – ormai un quarto di secolo, e mi fa impressione scriverlo qui – non ricordo un anno veramente tranquillo. La spiegazione è semplice. Con quasi duecento Stati al mondo (non chiedetemi il numero esatto, è un rompicapo diplomatico) c’è sempre un’emergenza da qualche parte; e al tempo stesso però resta sempre qualche altro posto dove andare. Nel turismo dunque le tensioni internazionali orientano diversamente i flussi, piuttosto che cancellarli. La crisi vera, quella che ancora fa paura, è stata la pandemia, perché la sua natura universale ha sconfitto la multiforme geografia dei viaggi e del turismo, generando la tempesta perfetta: restrizioni ai confini senza precedenti (nel 2020 riguardò il 96% delle destinazioni), lunghissima durata, crollo simultaneo di domanda e offerta.
Fatta questa premessa, invece di inseguire l’attualità potremmo porci allora un paio di domande. La prima: cos’ha di specifico questa fase? In larga misura, per il momento, è una crisi del trasporto aereo. La guerra ha prodotto chiusure o forti restrizioni dello spazio aereo mediorientale; e gli aeroporti di quella regione sono tra i più frequentati, perché sono grandi snodi del traffico aereo tra Americhe, Europa, Africa e Asia. Nel 2025 Dubai ha registrato 95,2 milioni di passeggeri, Abu Dhabi 33 milioni, Doha 54,3 milioni. Prima della guerra circa 90mila passeggeri al giorno partivano dagli aeroporti degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar.
Ora, per chi vuole volare dall’Europa all’Asia, restano pochi corridoi sovraccarichi, per esempio quello che passa attraverso Azerbaigian, Georgia e Turchia. In origine era largo appena 160 chilometri nel suo punto più stretto; dopo gli ultimi sviluppi si è dimezzato. E quello spazio aereo è già stato ridotto sul lato settentrionale, vicino al confine con la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 (dunque per effetto di un’altra guerra). Con spazi così angusti, i controllori di volo devono ingegnarsi per mantenere una distanza di sicurezza tra gli aerei, assegnando loro quote diverse; ma lo spazio è limitato e gli aerei che volano a quote più basse sono più esposti al maltempo e alla turbolenza. Senza contare che ogni cambiamento di rotta allunga i voli, aumenta il costo del carburante (già in crescita di suo), complica la programmazione, sino a quando alcune tratte semplicemente non sono più economicamente sostenibili.
Un altro aspetto specifico di questa crisi è che colpisce una delle aree del turismo globale più dinamiche degli ultimi anni: il Medio Oriente, che nel 2025 ha superato gli arrivi del 2019 di quasi il 40%. Esemplare il caso della Giordania. Dopo enormi investimenti promozionali, tra pubblicità e presenza massiccia nelle fiere internazionali, nel 2023 la sola Petra ha registrato oltre un milione di visitatori. Ma poi è venuta la guerra di Gaza, seguita dall’attacco all’Iran. La Giordania non è direttamente coinvolta in nessuno di questi conflitti (ma pesa l’assonanza con la vicina, travagliata Cisgiordania). Anche così le presenze turistiche sono in caduta libera: nel 2024 i visitatori si erano già più che dimezzati e come vada ora, con lo spazio aereo giordano a rischio di interruzioni e cancellazioni, potete immaginarlo (per inciso, sarebbe un momento perfetto per visitare Petra quasi da soli e a costi minimi, sostenendo anche gli operatori locali).
Come ne usciremo? Un esperto che stimo, Roberto Gentile, risponde deciso: «La crisi in Medio Oriente? Tra un anno ce la saremo dimenticata». Il suo ragionamento è lineare. Dopo tutti i più recenti crolli, il mercato turistico si è sempre ripreso nel giro di un anno. Così è stato dopo la Guerra del Golfo (1991), SARS (2003), Tsunami (2004), vulcano Eyjafjallajökull (2010). Il turismo è fragile ma anche elastico e riparte rapidamente non appena le condizioni tornano normali. Naturalmente se la crisi è globale e scuote l’intero sistema (11 settembre 2001, Lehman 2008), servono invece due o tre anni per ricostruire fiducia e capacità di spesa. Quindi se la guerra in Iran resterà localizzata, si può pensare che tra un anno, ammesso che finisca in fretta, ce la saremo lasciata alle spalle. Gentile conclude provocatorio: «A marzo 2027 Emirates, Qatar, Etihad & C. faranno numeri record. Scommettiamo?».