La signora con la testa piena di riccioli

by azione azione
1 Aprile 2026

Sono in treno, ho un viaggio di un paio d’ore. Sono seduto dalla parte del finestrino; accanto a me, dalla parte del corridoio, è seduta una signora sulla cinquantina. Ha una testa piena di riccioli e un profumo un po’ piccante, ma leggero leggero, non fastidioso. Quando si è alzata per farmi raggiungere il mio posto mi ha fatto un bel sorriso.

Ho con me un libro di Charles Péguy, un poeta francese nato nel 1873 e morto quarantunenne nella Grande guerra. Il libro – un volume della collana «La Pléiade» di Gallimard, un po’ malmesso: l’ho comperato di seconda mano per pochi euro –, raccoglie tutte le sue poesie.

La signora accanto a me legge un romanzo che, dal formato e dal tipo di stampa – non ho visto la copertina – ha l’aria di essere un romanzo di intrattenimento o di consumo.

«Mi scusi», dice a un tratto la signora.

«Prego», dico.

«Non vorrei essere invadente», dice la signora, «ma… Quello che sta leggendo è un libro antico?».

«È stato pubblicato nel 1948», dico. «Poco meno di ottant’anni fa. Non è un libro antico. Al massimo è un libro vecchio».

«Vecchio suona male», dice la signora. «Sembra spregiativo».

«Sono i criteri delle librerie antiquarie», dico. Peraltro non sempre coerenti. Alcune considerano antichi i libri stampati più di cento anni fa. Altre quelli stampati prima del 1830».

«Perché il 1830?», dice la signora.

«Perché più o meno in quell’anno si affermano i sistemi di stampa industriali», dico. «Prima si stampavano i fogli a uno a uno, con il torchio. Diciamo che un libro di prima del 1830 è un libro tutto fatto a mano; dopo, no».

«Lei è uno studioso?», dice la signora.

«No, no», dico, «per carità. Sono una persona che legge molto, sì, ma non sono uno studioso».

«Però è una persona colta, si vede», dice la signora. «Legge libri che sono quasi antichi. E poi è in francese, no?».

«Sì», dico.

«Ecco», dice la signora. «Adesso tutti hanno la mania dell’inglese, delle cose americane. Anche i miei figli». Sorride. «Ma il francese è molto più chic».

«Lei che cosa sta leggendo?», dico.

«Ah», dice la signora. «Niente di serio».

«Ma io sono curioso», dico.

«È solo un romanzetto», dice la signora. «Una cosa per passare il tempo in treno. Niente a che vedere con la sua poesia francese».

«Però vedo che lei è una vera lettrice», dico.

«Cosa intende?», dice la signora.

«Uno. È un’ora che viaggiamo, e lei è stata sul suo libro senza mai staccare, senza distrarsi, senza tirare fuori il telefono, senza mangiucchiare biscotti. Due. Ha visto me leggere, si è incuriosita, mi ha rivolto la parola. Lei legge molto?».

«Sono rimasta incinta a vent’anni», dice la signora. «E mi sono sposata col pancione. Avrei voluto fare tante cose nella vita. Ho fatto tre figli. Non voglio più bene a mio marito da anni – non fraintenda, è un brav’uomo e non lo cambierei con nessuno, ma non c’è più quella cosa lì. A volte mi sembra che non ci sia mai stata. Adesso i ragazzi sono grandi, e io ogni tanto prendo il treno e vado a farmi un giro, a Venezia, a Milano, a Bergamo, così, per svagarmi. E leggo romanzetti per passare il tempo. Mio marito quando torna dal lavoro guarda le partite e si addormenta».

«Mi pare che un po’ di svago le spetti», dico.

«Eh, ma avrei voluto…», dice la signora. «Avrei voluto, ma come facevo? Lei invece…».

«Io sono un maschio», dico. «E non ho figli».

«Ecco», dice la signora. «E sa, mi commuovono queste storie di donne, che leggo nei romanzi, che hanno avuto le stesse difficoltà mie, e anche di più, eppure ce l’hanno fatta. Hanno avuto una vita loro. Lo so che sono storie inventate, e, a dirla tutta, anche semplicistiche. Ma mi commuovono».

Viene annunciata la stazione di Vicenza. La signora si alza in fretta, ficca il libro nella borsa, tira giù il cappotto, se lo posa sul braccio senza indossarlo. «Sono arrivata. La ringrazio. Mi scusi. La ringrazio. Arrivederci, anche se non ci vedremo mai più».

«Arrivederci», le dico. Lei si allontana nel corridoio.