Medio Oriente: una lunga serie di errori

by azione azione
11 Marzo 2026

Donald Trump si gioca tutto. Se riuscirà ad abbattere il regime iraniano affronterà più forte di prima le difficili elezioni di midterm, quando a inizio novembre gli americani rinnoveranno per intero il Congresso e per un terzo il Senato. Ma se si lascerà impantanare in Iran, come i suoi predecessori in Iraq e Afghanistan, contraddirà tutta la sua politica e sarà abbandonato da una parte del suo elettorato, quella che aveva creduto alle promesse di isolazionismo: America first, prima l’America. In realtà Trump si è reso conto che, se vuole mantenere l’egemonia americana sull’economia del pianeta, deve anche ricorrere alle armi. Non dico che sia giusto, fa parte degli interessi americani. Con l’intervento in Venezuela Trump ha strappato alla Cina e alla Russia un alleato in America Latina. Ora tenta di sottrarre all’influenza cinese pure l’Iran, da cui dipende a sua volta una fitta rete terroristica che porta in Libano – Israele è intervenuto anche via terra contro Hezbollah – nello Yemen, dove gli houthi hanno creato gravi danni al commercio internazionale, e a Gaza, dove Hamas non ha certo fatto il bene del popolo palestinese.

Qualche sfumatura

Considero il regime iraniano tra i peggiori della Terra. La Terra è piena di dittature, ma alcune se non altro – ad esempio quella cinese – hanno migliorato le condizioni economiche del loro popolo. Altre si sono evolute in democrazie, come in Corea del Sud. Altre dittature il popolo lo reprimono, ma se non altro mantengono una politica di alleanze che consente al Paese di sedere ai tavoli della diplomazia e di stare nei mercati internazionali, pensiamo all’Egitto. La dittatura islamica che da quasi mezzo secolo opprime l’Iran ha impoverito il popolo, alimentato i peggiori terrorismi, massacrato i giovani ribelli, additato qualsiasi oppositore come nemico di Dio; e quando qualcuno si erge a parlare in nome di Dio, o è un criminale, o un fanatico, o un imbroglione. Khamenei era tutte e tre le cose. Detto questo, un presidente degli Usa non dichiara una guerra con il berretto da baseball in testa. Non dice: state al riparo dalle bombe finché cadono, poi uscite e rovesciate il regime; se ci riuscite bene, se no sono fatti vostri. Certo, Trump è realista. Non ha promesso di esportare la democrazia, come aveva annunciato Bush per l’Afghanistan e l’Iraq… Trump ha detto: a noi interessa che l’Iran non abbia l’atomica, per evitare che colpisca Israele e le nostre basi in Medio Oriente. Se poi cade il regime, meglio, ma in ogni caso non sono affari nostri, e non abbiamo idea di chi potrebbe prendere il potere dopo: un ayatollah meno fanatico e più pragmatico; il figlio dello Shah; un influencer popolare tra i ribelli… Che se la vedano loro. Tutte cose che non si erano mai viste, compreso un attacco congiunto con Israele.

Il prezzo da pagare

In passato, quando volevano colpire in Medio Oriente, gli americani avevano tentato di farlo con gli alleati arabi, dai sauditi agli egiziani, dai giordani agli emiratini, pregando Israele di stare a guardare. Durante la prima guerra del Golfo Saddam aveva tentato di rompere il fronte contro di lui usando i missili su Tel Aviv (mai su Gerusalemme) come esca per attirare Israele in guerra; ma il Governo si era ben guardato dall’unirsi all’attacco all’Iraq. Eppure al potere c’era il Likud, come oggi. E il premier israeliano di allora, Yitzhak Shamir, era uno che a differenza di Netanyahu la guerra la conosceva di persona, e pure il terrorismo – da giovane era stato nella banda Stern – ed evitò di abboccare all’esca di Saddam. Ora Israele è in campo al fianco degli Usa, forse sono gli Usa che seguono Israele. Non a caso sono stati gli israeliani a uccidere Khamenei. Gioire per la morte dell’ayatollah è legittimo. Ma lo storico israeliano Benny Morris ha ammonito che il prezzo da pagare potrebbe essere proprio la rielezione di Netanyahu.

Dopo Khamenei padre, è venuto Khamenei figlio. Non è un grande cambiamento. Nessuno sa se i raid aerei americani e israeliani possono portare alla fine del regime. Neppure Trump. E scatenare una guerra senza sapere dove porterà, o almeno senza aver elaborato un piano credibile per il dopoguerra, è sempre un azzardo. E gli azzardi spesso si trasformano in errori. Credo però che abbiano commesso un errore anche gli iraniani, nel bersagliare i loro vicini. Missili sono arrivati sugli Emirati Arabi Uniti, sul Bahrein, sul territorio saudita, turco, cipriota. Unire tutti contro Teheran forse non è una grande idea. La guerra tra Iran e Arabia Saudita non è cominciata certo oggi, ma da oggi l’Arabia Saudita ha un motivo in più per auspicare la fine degli ayatollah.