La vita segreta dei bambini prima di nascere

by azione azione
4 Marzo 2026

Intervista ◆ Con il suo ultimo libro la neuroscienziata Laila Craighero ci porta all’interno del ventre materno

Il ventre materno è uno spazio ancora poco conosciuto. Sappiamo di più della superficie di Marte e delle profondità degli oceani che dell’ambiente in cui si sviluppa la vita umana. Il motivo è semplice: non si possono inserire strumenti invasivi nell’utero perché si comprometterebbe lo sviluppo del feto. Gran parte delle nostre conoscenze, quindi, deriva da studi su modelli animali con un ambiente uterino molto simile a quello umano oppure da simulazioni. Con Imparare prima di nascere (Il Mulino) la neuroscienziata Laila Craighero ci porta all’interno del misterioso mondo prenatale, tra nuove scoperte nell’ambito di diverse discipline, dalle neuroscienze alla biologia dello sviluppo.

Laila Craighero, come vive le sue giornate il bambino nella pancia della madre?
Dalle ricerche scientifiche emerge che l’utero è un ambiente molto buio: la quantità di luce che filtra è ridotta di oltre il novanta per cento rispetto all’esterno. Il feto vive, quindi, in una costante penombra, che diventa un po’ più chiara solo se la mamma si espone al sole in costume. In ogni caso, anche se ci fosse più luce, il feto non riuscirebbe a vedere molto: persino alla nascita la vista è il senso meno sviluppato (un neonato vede come una persona molto miope). Per quanto riguarda il suono, la parete addominale e il liquido amniotico funzionano da filtro che fa passare le basse frequenze e blocca quelle alte. Tuttavia, non si può certo dire che all’interno dell’utero ci sia silenzio: è costantemente presente un «rumore di fondo» generato dall’attività respiratoria, cardiovascolare e intestinale materna, dai suoi movimenti fisici e dalla sua voce, propagato come vibrazione degli organi interni e del liquido amniotico. Inoltre, fino al quinto mese di gestazione circa, il feto si trova a galleggiare all’interno dell’utero. Proprio come un astronauta alla scoperta dello spazio è in un mondo privo di gravità dove non esistono un sopra e un sotto. Questa sensazione di leggerezza cambia verso la metà del settimo mese: a quel punto è diventato abbastanza grande e pesante da vincere la spinta del liquido. Da quel momento inizia a subire la forza di gravità e viene «tirato» verso il basso.

Che cosa impara il bambino prima di nascere?
La principale competenza che il bambino sviluppa in utero è la capacità di muoversi. I feti sono incredibilmente attivi fin da subito: i primi movimenti spontanei iniziano già alla fine del secondo mese. Questa attività aumenta fino al terzo mese, per poi diminuire man mano che il corpo cresce limitando lo spazio a disposizione. Dall’inizio del quarto mese spesso i feti estendono le gambe e le braccia e toccano la parete uterina. Si mettono la mano in bocca e la succhiano, afferrano diverse parti del corpo e stringono il cordone ombelicale, un’attività che probabilmente gli consente di iniziare a sviluppare la capacità di modulare la forza della mano. Al sesto mese i movimenti fanno un enorme salto di qualità, diventando più fluidi e accurati. Il risultato più incredibile è che quando la mano va verso l’occhio si muove più lentamente di quando si sposta verso la bocca. Questo dimostra che il cervello del feto è già capace di organizzare il gesto in base al tipo di contatto che sta per avvenire. Non si tratta di una scelta consapevole o di un pensiero razionale, ma di una forma sofisticata di programmazione motoria: il sistema nervoso anticipa le conseguenze del tocco e calibra la velocità del movimento di conseguenza.

Quanto influisce l’ambiente esterno sul bambino?
L’ambiente esterno non sembra influire particolarmente sull’acquisizione di competenze nel feto. Tuttavia, c’è un «canale di comunicazione» con il mondo esterno particolarmente attivo: l’alimentazione della madre. A partire dal terzo mese il feto deglutisce il liquido amniotico (contribuendo alla sua regolazione) e compie movimenti respiratori, irregolari in frequenza e ampiezza, che servono allo sviluppo dei polmoni. Sono comportamenti che consentono alle sostanze presenti nel liquido amniotico di raggiungere i recettori di gusto e olfatto. Ad esempio, si è osservato che i neonati di un giorno non mostrano fastidio per l’odore di aglio se la madre lo ha consumato abitualmente durante l’ultimo mese di gravidanza. Lo stesso accade con l’anice. E se la madre beve regolarmente succo di carota nell’ultimo trimestre, il bambino, a cinque o sei mesi di vita, accetterà molto più volentieri i cereali aromatizzati alla carota durante lo svezzamento, mostrando meno espressioni di disgusto rispetto ad altri neonati. Gli aromi passano nel liquido amniotico e attivano gli organi di senso del feto, che ne conserva una traccia. Non è una memoria consapevole, ma una sorta di «familiarità» biologica: il bambino impara a riconoscere come «buono» o «sicuro» ciò che ha già sperimentato prima di nascere.

Come si sono evoluti gli studi che ci hanno permesso di conoscere di più del mondo intrauterino?
Per capire se i feti percepiscono gli stimoli, l’unica possibilità è verificare come cambia il loro comportamento, osservando i movimenti del corpo e la frequenza cardiaca. L’ecografia consente di rilevare la presenza di movimenti mentre la cardiotocografia o il Doppler fetale registrano la frequenza cardiaca. Tuttavia, pur essendo tecniche considerate sicure, per evitare esposizioni non strettamente necessarie, nella maggior parte dei casi i ricercatori si affidano ai dati raccolti durante indagini cliniche, senza poter pianificare esperimenti controllati.

Che cosa resta ancora da scoprire?
Nonostante i grandi passi avanti fatti negli ultimi anni, i dati a nostra disposizione sono ancora limitati e frammentari e non semplici da interpretare. È difficile oggi immaginare come supereremo questi limiti. Il problema non è solo inventare strumenti più potenti, ma fare in modo che siano assolutamente innocui. Qualsiasi nuova tecnologia di indagine, anche la più futuristica, solleverebbe inevitabilmente preoccupazioni su possibili effetti collaterali, anche minimi, in un ambiente così delicato e prezioso come quello intrauterino.