«La storia non è quello che ci raccontano»

by azione azione
4 Marzo 2026

A colloquio con lo studioso dell’emigrazione ticinese Giorgio Cheda, dopo l’uscita del suo ultimo libro sulle mistificazioni storiche

Ottantasette anni, numerosi volumi pubblicati, una vita dedicata a inseguire verità scomode: Giorgio Cheda, storico valmaggese e tra i massimi conoscitori dell’emigrazione ticinese in America, torna con un nuovo libro, La storia e l’invenzione dei miti (Edizioni Oltremare, 2025). Un volumetto di un centinaio di pagine che mette le mani nel laboratorio dove nascono le narrazioni collettive – quelle che spiegano il passato ma, a suo modo di vedere, troppo spesso lo deformano.

Lo incontro telefonicamente, in una voce segnata da una certa disillusione, ma lucidissima nel ragionamento. «Gran parte della storia che si insegna – mi dice subito – è frutto di mitologie». È il punto di partenza del libro: un’indagine su come i miti – religiosi, politici, nazionali – plasmano lo sguardo che abbiamo sul mondo. E spesso lo falsano.

Cheda lo dice senza giri di parole: «Perfino le religioni si basano sui miti». Nel volume analizza esempi che attraversano secoli e continenti: dal mito di Noè (a cui dedica l’immagine di copertina) usato per giustificare la tratta degli schiavi africani, alle narrazioni eroicizzanti delle grandi scoperte geografiche.

«La maledizione di Cam da parte di suo padre Noé ubriaco raccontata nella Bibbia, è diventata una delle giustificazioni ideologiche della schiavitù: lo dico da storico, non da teologo», insiste. «E si tratta di un mito, non di un fatto». Ma i miti – osserva – hanno una forza politica enorme, perché permettono di costruire narrazioni utili al potere: che si parli di cristianizzazione delle Americhe, di «missione civilizzatrice» dell’Europa o dell’immagine felice del colonialismo.

Il libro, però, non è solo una critica ai miti «globali»: riguarda anche la piccola storia svizzera. «Basti pensare a Guglielmo Tell o alla leggenda di Locarno “Città della pace”», dice con una punta di ironia. «È un mito ripetuto anche nel centenario del Patto di Locarno: peccato che quel trattato non fosse affatto un trattato di pace». Il punto è sempre lo stesso: tra realtà e narrazione si apre uno iato che lo storico ha il dovere di colmare.

Cosa c’entra tutto questo, chiediamo a Cheda, con l’emigrazione ticinese, per esempio in California? Qui il suo tono si fa appassionato, quasi indignato. «Plinio Martini, a cui ero legato da amicizia, parlava dell’emigrazione ticinese come di un’illusione, di un disastro. Mi permetto di dissentire. È una visione sbagliata. L’ho detto molte volte e lo documento da mezzo secolo. La mia ricerca – anni di archivi, 2000 lettere raccolte, mappe catastali consultate contea per contea – racconta un’altra storia: 27’000 ticinesi emigrati, quasi tutti contadini delle valli, in California acquisirono complessivamente 1800 km² di terra: pari a due terzi dell’intero Canton Ticino. Capisce cosa significa? Un contadino che qui viveva con pochi campi e un alpe, là si ritrovava a gestire uno, due, tre chilometri quadrati di ranch. È stata una grande avventura, non una tragedia». Molti discendenti, ricorda, «oggi sono milionari».

Ma anche questo fenomeno, dice, è legato ai miti: il mito dell’Ovest, il mito dell’oro, il mito della «terra delle opportunità». Miti che hanno spinto masse a partire e che hanno sorretto l’immaginario dell’emigrazione europea nell’Ottocento.

Dalla migrazione dalle nostre piccole valli alla grande storia il passo è breve. Cheda lega la corsa all’America all’espansione coloniale e ai suoi effetti di lunga durata. «Quando gli europei si sono resi conto di ciò che abbiamo combinato nel mondo era già tardi. Sì, abbiamo portato innovazioni, ma abbiamo anche distrutto civiltà intere con la superiorità militare e i trattati imposti. Le ferite del colonialismo le pagheranno i nostri discendenti».

La mitologia dell’Occidente civilizzatore – osserva – continua ancora oggi, citando discorsi recenti di Donald Trump, che «esalta Colombo come portatore della civiltà cristiana, mentre negli Stati Uniti si rimuovono le tracce del razzismo e della schiavitù nei musei». È un pattern eterno: manipolare il passato per giustificare il presente.

Cheda non nasconde le difficoltà avute in Ticino: scontri con le autorità, incomprensioni politiche, perfino una condanna giudiziaria per posizioni considerate «eretiche». «Mi hanno visto come un comunista, quando non ho mai partecipato a nessuno dei movimenti della sinistra», commenta amaramente.

Un sogno nel cassetto? La creazione di un centro di studi su emigrazione e immigrazione, «un progetto che avevo proposto cinquant’anni fa. Si finanziano studi sul dialetto, che va benissimo, ma la stessa attenzione andrebbe data alla storia sociale, alla storia globale. Non si può studiare un villaggio senza vedere il mondo».

Nella conversazione, Cheda torna più volte su un concetto: la storia va liberata dalle narrazioni che la deformano. «Non posso accettare che ancora oggi si usino miti per insegnare una storia che non corrisponde alla realtà», dice con forza. «E quello che sta accadendo con le multinazionali della tecnologia, che manipolano l’informazione, mi preoccupa molto». È una lezione che vale per la storia come per il presente: ricordarci che ogni racconto è costruito, e che lo storico deve continuamente verificare, smontare, correggere. Con La storia e l’invenzione dei miti, ci consegna un promemoria prezioso: la storia non ci chiede di credere, ma di capire. E per capire occorre, sempre, smascherare i miti.