L’incontro tra Zelensky e Trump, la posizione della Russia e dell’Europa
Tre anni fa, alla fine del 2022, gli ucraini – a cominciare da Volodymyr Zelensky, nel suo messaggio di fine anno – si auguravano la vittoria. Alla vigilia del 2026, in toni molto meno ottimisti, hanno espresso un auspicio di pace. Che la pace sia cosa diversa dalla vittoria – intesa come una cacciata dell’invasore russo, con la liberazione di tutti i territori occupati dal nemico – è una realizzazione condivisa dopo quattro anni di guerra su larga scala. Che una tregua sia cosa diversa dalla pace è qualcosa che insieme agli ucraini hanno compreso nel corso di questo anno anche gli europei, come dimostrano i programmi di riarmo, dell’Ue e dei suoi singoli membri, e i preparativi a respingere un nuovo attacco russo inseriti ormai nei piani strategici di quasi tutti i ministeri e comandi militari a ovest di Kiev. Che anche una tregua provvisoria, che duri anni o perfino mesi, sia ancora lontana, lo si è capito negli ultimi giorni del 2025, quando il vertice tra Zelensky e Donald Trump in Florida (vedi foto) ha rinviato ulteriormente l’approvazione di un accordo «pronto al 95%», e già respinto da Vladimir Putin, deciso a «raggiungere i suoi obiettivi con strumenti bellici» e quindi non molto interessato a una trattativa.
Il presidente Usa e il Cremlino
L’anno politico per l’Ucraina è iniziato il 28 febbraio scorso, con Zelensky cacciato dallo Studio Ovale da Trump e JD Vance, e con la svolta della Casa Bianca repubblicana rispetto alle sue alleanze transatlantiche pluridecennali. I mesi successivi sono stati segnati da manovre di alto pilotaggio politico, il cui obiettivo principale – come è diventato chiaro nella conferenza stampa a Mar-a-Lago, durante la quale il presidente ucraino alzava le sopracciglia mentre il padrone di casa raccontava che «Putin vuole la pace e il successo dell’Ucraina» – si è piano piano spostato dalle necessità di fronteggiare l’aggressione di Mosca alla priorità di non fare infuriare Washington. Il presidente Usa si è proposto come mediatore ma di fatto, sia nelle opinioni che ha espresso, sia nella scelta di riservare pressioni soprattutto a Kiev, su molti dossier si è sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda del Cremlino. Che intanto continua a insistere per riscrivere il diritto internazionale, esigendo non solo l’annessione di fatto dei territori ucraini occupati, ma anche il loro riconoscimento giuridico, qualcosa che né l’Ucraina, né l’Europa potranno accettare.
La rottura con gli Usa ha saldato un’alleanza tra Kiev, Bruxelles, Londra, Roma, Berlino e Parigi, impegnate insieme a impedire una spartizione dell’Ucraina secondo i disegni di Putin: un risultato che promette di ridisegnare la mappa del potere globale negli scontri del futuro. Nell’immediato però il fattore tempo diventa cruciale. L’alleanza dei «volenterosi» non è ancora in grado di essere indipendente dalla potenza militare e di intelligence degli Usa, specie in un momento in cui la propaganda putiniana sceglie come suo bersaglio preferito proprio l’Europa. L’Ucraina dipende troppo dagli aiuti occidentali, soprattutto dall’Ue, che non è riuscita ad accordarsi sull’utilizzo degli asset russi che ha congelato, per salvare Kiev da una crisi finanziaria devastante. La mancanza di militari comincia a farsi sentire pesantemente nelle prime linee, insieme alla carenza di missili e batterie della difesa antiaerea che permettono di proteggere le città ucraine dall’escalation degli attacchi russi: quasi 100 mila droni sono stati scagliati da Mosca contro l’Ucraina, e il numero delle vittime civili è in perenne aumento dal maggio 2025. E gli attacchi mirati sulle infrastrutture, che lasciano i civili al freddo e al buio per giorni, sono finalizzati a piegare gli ucraini, e scoraggiare gli aiuti e gli investimenti in un Paese perennemente sotto attacco.
Una questione di tempo
Il tempo però non è clemente nemmeno con Putin. Le sanzioni contro gli acquirenti del petrolio russo hanno fatto precipitare le entrate del Cremlino, e i giganti energetici russi hanno chiuso l’anno con perdite a due cifre. Nel novembre scorso l’economia russa è entrata in stallo, mentre l’industria, l’edilizia e il commercio mostravano un segno meno. I compensi ai soldati volontari sono stati visibilmente ridotti, e se si somma questa circostanza alle perdite subite dall’esercito negli ultimi mesi di avanzata nel Donbass, diventa evidente che presto il dittatore russo dovrà scegliere se fermarsi oppure procedere con una mobilitazione forzata, incrinando il consenso al suo regime. Inoltre, nella campagna elettorale del Mid-Term, Trump potrebbe diventare meno clemente, per accontentare il suo elettorato repubblicano in maggioranza ostile alla Russia. Quindi, così come per Zelensky è vitale arrivare fino alla primavera, per liberarsi per almeno sei mesi del ricatto dei bombardamenti alle centrali elettriche e termiche, e provare a rilanciare una controffensiva, così per Putin è cruciale spingersi il più avanti possibile, prima che la sua macchina bellica cominci a inghiottire la sua economia. Solo allora le prospettive di un accordo, di tregua se non di pace, potrebbero prendere forma.
