Tra il ludico e il dilettevole: confessioni e misteri, per una ruota panoramica che si trasforma in un teatro di amori, incontri e rivelazioni
La ruota panoramica nasce alla fine del XIX e rapidamente assurge a simbolo della modernità : una sintesi perfetta di tecnica, abilità ingegneristiche, e fiducia nel progresso, ma anche l’espressione materiale di una società dove il turismo diventa una delle forme più compiute dell’intrattenimento di massa. Con la sua imponenza ed eleganza architettonica, la ruota panoramica ha sempre esercitato un grande fascino sul nostro immaginario, tanto che ancora oggi la associamo al prestigio di alcune città come Vienna o Londra o, all’opposto, al lusso e alla stravaganza di luoghi come Las Vegas o Dubai. La ruota panoramica è stata spesso immortalata nel cinema, alimentando la tensione di thriller mozzafiato, oppure facendo da cornice a indimenticabili baci romantici. Con il suo incedere lento e ciclico, ha una capacità quasi ipnotica di sospendere la vita, di diventare un palcoscenico occasionale sulla cui struttura si scambiano promesse solenni, si celebrano matrimoni fastosi, si esprimono desideri personali o, all’opposto, si consumano addii definitivi.
Là dove finisce il cielo di Alessandro Barbaglia è un romanzo ambientato sulla ruota panoramica di Rimini. Traendo ispirazione dalla struttura stessa della ruota panoramica, che con le sue cabine offre ai visitatori degli spazi conchiusi di prossimità e condivisione, Barbaglia concepisce il romanzo come una storia corale fatta di incastri perfetti e narrata, a ogni giro della ruota, dai suoi stessi personaggi. Ogni capitolo racconta quello che i personaggi, nello spazio di quei dodici minuti – tanto quanto dura un giro di giostra –, riescono a dirsi, e il modo in cui, molto spontaneamente, distillano riflessioni al tempo stesso profonde e leggere. Da semplice attrazione turistica, la ruota panoramica si trasforma così in un carosello delle confessioni, in uno spaccato delle variegate sensibilità , dei linguaggi e dei vezzi degli adolescenti di oggi.
La giostra diventa un luogo in cui chiunque può sentirsi libero di parlare, riflettere, ribellarsi e sognare. Come quella ragazza che racconta all’amica la poesia di un interminabile bacio, durato un intero giro di giostra, scambiato qualche giorno prima con un ragazzo. O come quell’adolescente che, in apparenza fragile, trova la forza per prendersi una bella rivincita al cospetto della prepotenza di un ragazzo più grande. C’è anche spazio per un intenso dialogo fra un padre e un figlio che, proprio su quella giostra, sono già saliti più volte in diversi momenti della loro vita. E se a salire con te in cabina è uno sconosciuto, allora c’è sempre tempo per qualche sorpresa, soprattutto se quello sconosciuto si rivela essere un giornalista molto curioso.
Scrivere, come ha fatto l’autore di Là dove finisce il cielo, una storia che ha come baricentro narrativo una ruota è una bella scommessa. Perché se la storia non gira bene rischia di essere poco coinvolgente. Se invece gira bene, allora il lettore è il primo a godere dell’efficacia della narrazione.
La ruota panoramica custodisce qualcosa dell’antico desiderio umano di vedere oltre i propri orizzonti
Diciamo subito che la scelta dell’ambientazione non è per nulla gratuita, e Barbaglia rende ancora più interessante la sua scommessa narrativa alzando ulteriormente la posta in gioco. Come? Immagina una ruota panoramica che sta vivendo i suoi ultimi giorni prima di essere smantellata definitivamente.
Siamo a fine agosto, l’estate volge al termine e i ragazzi e le ragazze di Rimini si preparano al rientro a scuola. In un’atmosfera che oscilla fra la nostalgia di un tempo andato e l’incontenibile vivacità adolescenziale, spicca il personaggio di Penelope, che da due mesi sta seduta appartata sotto la ruota, scribacchiando su foglietti rossi e gialli formule enigmatiche che nessuno capisce. In realtà sta aspettando Marco, l’unica persona che saprebbe decifrare quelle scritte. Marco però non può farle compagnia, perché in circostanze poche chiare è stato vittima di un incidente ed è finito in ospedale, scivolato in un coma da cui non si sa se si potrà risvegliare.
Ecco che allora, come succede in una comunità dove le persone si conoscono fra loro, le voci su cosa sia successo veramente a Marco, e sulle ragioni della metodicità con cui Penelope compila quei foglietti enigmatici, si insinuano nelle parole che i personaggi si scambiano sulla giostra. Ma come andrà a finire nessuno, nemmeno Penelope, può prevederlo. Tanto vale allora lasciarsi condurre dai giri della ruota che, capitolo dopo capitolo, si susseguono, concedendo al lettore, qua e là , la soddisfazione di qualche indizio.
Come si sarà capito, Barbaglia vince pienamente la scommessa nella quale si avventura, sfruttando al meglio il fascino e il mistero o, per dirla con Walter Benjamin, l’aura di magia che avvolge certe ruote panoramiche. Perché, al di là del semplice valore di intrattenimento alla quale viene un po’ troppo riduttivamente associata, la ruota panoramica è il punto di convergenza fra la storia millenaria della ruota e l’esperienza moderna del turismo. Il punto di partenza in questo caso è il 1787, anno in cui il pittore Irlandese Robert Barker brevettò un dispositivo innovativo battezzandolo con il neologismo «panorama» (dal greco pan, tutto, e horama, vista). L’idea, tanto semplice quanto geniale, era di far aderire un grande dipinto alle pareti di un edificio cilindrico chiamato rotonda. I visitatori che vi penetravano, seguivano con lo sguardo il dipinto lungo le pareti ricavandone l’illusione di essere all’interno di un paesaggio. Eliminando i confini tradizionali della cornice, Barker offriva così un’esperienza immersiva in grado, idealmente, di trasportare il pubblico in un altro luogo.
L’impressione che i dipinti di Barker e dei suoi imitatori lasciarono fu così profonda che successivamente, quando le persone salivano su una vera collina o su una torre e guardavano il paesaggio circostante, a volte esclamavano: «sembra di essere dentro a un panorama!». In questo senso, la ruota panoramica è, a tutti gli effetti, l’erede meccanico e dinamico della rotonda di Barker. Unendo l’esperienza dello sguardo a quella del movimento, concentra su di sé un gran numero di significati che attingono tanto al potere e al piacere della visibilità , quanto alla vertigine di essere in bilico su una ruota che gira lentamente nel vuoto.
Giocando con le analogie fra la struttura e l’esperienza della ruota panoramica, con tutto il ricchissimo bagaglio di allusioni e rimandi che questa comporta, e l’impalcatura e la dinamicità narrativa di un romanzo, Barbaglia asseconda al meglio questa serie di fitti rimandi intermediali, affidando altresì qualche perla di saggezza ai suoi personaggi. Come quando Melissa, adolescente «cresciuta a libri, film, fumetti, manga steampunk e Life on Mars? di David Bowie», parlando con il giornalista che, quasi per sbaglio, è salito con lei sulla giostra, afferma che la ruota panoramica di Rimini è stata costruita nel «punto in cui finisce il cielo e inizia il mare». Una linea di confine non proprio insignificante, dunque. Allora salire su quella ruota vuol dire vivere la vita più intensamente? Forse, anche se poi tutto finisce dopo dodici minuti.
