Due start-up svizzere cercano una soluzione per depurare le acque dalle «sostanze chimiche eterne»
Da un anno, nel lago di Zugo, ai pescatori professionisti e dilettanti è vietato pescare persici e lucci. In alcune zone della Svizzera orientale, i terreni agricoli sono contaminati al punto che gli agricoltori hanno dovuto abbandonare determinate superfici perché la carne e il latte delle loro vacche presentavano livelli troppo elevati di sostanze nocive. La causa è da ricercarsi nei PFAS, sostanze chimiche accumulatesi nell’ambiente nel corso di decenni e difficilmente degradabili. Un problema urgente per le autorità , l’agricoltura e la società . Ora, però, arriva un barlume di speranza dalla Svizzera: ben due start-up stanno studiando metodi per depurare le acque reflue delle aziende industriali, prima che le sostanze inquinanti raggiungano l’ambiente.
Come entrano i PFAS nella catena alimentare?
Le cosiddette «sostanze chimiche eterne» – ce ne sono circa 10’000 diverse – presentano una struttura chimica particolarmente stabile, grazie alla quale sono idrorepellenti e resistenti al calore. Questo le rende molto apprezzate per la produzione di abbigliamento outdoor, imballaggi, rivestimenti antiaderenti per padelle o schiume antincendio. Attraverso le emissioni gassose e le acque reflue, queste sostanze chimiche finiscono nel suolo e nell’acqua potabile – e infine nel nostro organismo.
Esistono ancora molte lacune nelle conoscenze relative agli effetti dei PFAS sulla nostra salute. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) classifica alcuni PFAS come cancerogeni.
Nei cantoni di San Gallo e Appenzello, in alcuni punti i terreni sono fortemente contaminati da PFAS, perché, dagli anni 70 al 2006, le aziende agricole hanno cosparso i campi di fanghi di depurazione come concime. All’epoca non si sapeva che, oltre a sostanze nutritive per le piante come l’azoto, i fanghi contenessero anche sostanze chimiche difficilmente degradabili.
Speranze dalla ricerca
A livello mondiale, la comunità scientifica sta cercando delle soluzioni, e la Svizzera è in prima linea. Ne è un esempio la start-up zurighese Oxyle, fondata nel 2020: il team di oltre 35 persone guidato dai fondatori Fajer Mushtaq e Silvan Staufert intende scindere queste sostanze chimiche con l’ausilio della luce UV. Il processo potrebbe essere impiegato direttamente dove la concentrazione di PFAS è particolarmente elevata, ad esempio nelle acque reflue industriali. Ciò è importante perché i normali impianti di depurazione delle acque reflue riescono a malapena a rimuovere i PFAS dall’acqua. Il processo, tuttavia, è ancora molto costoso.
Una speranza arriva da un’altra start-up svizzera: CellX Biosolutions, spin-off del Politecnico federale di Zurigo (ETH), anch’essa con sede a Schlieren. Estelle Clerc, fondatrice e amministratrice delegata dell’azienda, insieme ai cofondatori Geoffrey Besnier e Fabienne Kurt, ha scoperto dei batteri presenti in natura in grado di degradare i PFAS. Attualmente si sta studiando se questi batteri utilizzino le sostanze chimiche come fonte di nutrimento o se le distruggano per proteggersi da esse. Per motivi di concorrenza, la microbiologa non vuole rivelare dove esattamente abbia trovato i batteri. Si limita a dire: «Questi batteri si trovano solo dove sono presenti i PFAS – e in Svizzera ci sono molti luoghi di questo tipo».
L’idea è quella di utilizzare questi batteri per depurare le acque reflue industriali prima che vengano immesse nell’ambiente. Una sfida: nelle acque industriali sono presenti, in alcuni casi, molti PFAS diversi, e la loro composizione varia a seconda del prodotto fabbricato. Tuttavia, un ceppo batterico è in grado di degradare solo determinati tipi di sostanze chimiche PFAS. Si tratta quindi di trovare la giusta miscela di batteri. CellX sta ora elaborando un catalogo di batteri adatti ai diversi PFAS. Grazie al sostegno del Fondo Pionieristico Migros, CellX può continuare a sviluppare la propria tecnologia e accelerare il passaggio dal laboratorio all’applicazione industriale.
Aiuto per i suoli contaminati
Cosa fare con i suoli già contaminati? «I suoli agricoli rappresentano una delle sfide più grandi», afferma Clerc. Il suo team sta però già sperimentando approcci che consentano di impiegare i batteri anche nel suolo e ha già ottenuto i primi risultati positivi nei test di laboratorio. La microbiologa ne è convinta: «Per affrontare il problema della contaminazione da PFAS sono necessari diversi approcci scientifici.»
I PFAS rappresentano ancora una sfida enorme e un fardello per le generazioni future. Tuttavia, la ricerca dimostra che esistono soluzioni possibili. Sono necessarie nuove tecnologie e metodi più efficaci per impedire che questi agenti dannosi finiscano nell’ambiente. Con la speranza che un giorno queste sostanze chimiche «eterne» non meritino più il loro nome.
