L’UDC e il fattore Romandia

by azione azione
28 Ottobre 2026

La successione di Guy Parmelin rilancia due questioni: la prima democentrista al Governo e il peso della Svizzera francese

Il primo consigliere federale romando dell’UDC lascerà a fine anno. Dopo 11 anni in governo e dopo aver attraversato tante crisi, Guy Parmelin riconosce che lo slancio iniziale si è attenuato, che ci vogliono forze nuove, un cambio generazionale. Alla stampa dice che vedrebbe bene per la sua successione: Céline Amaudruz, Nathalie Rickli e Esther Friedli. Per il presidente della Confederazione e il suo partito, in questo turno il criterio di genere dovrebbe prevalere su quello regionale nella scelta dei candidati. Anche perché l’UDC, come racconta «Azione» dell’edizione del 21 ottobre, non ha mai avuto una consigliera federale e una sola volta (nel 2000 con la zurighese Rita Fuhrer) ha proposto all’Assemblea federale una candidatura femminile.

Tempo di un’altra prima volta? A parte commenti fuori luogo, indici di una visione tradizionale del ruolo della donna (come l’interrogativo se una madre di due bambine piccole, com’è Céline Amaudruz, possa svolgere il lavoro di consigliera federale), una candidatura al femminile non è di principio esclusa dal partito. Anzi, quel venerdì 2 ottobre qualcuno ha cullato l’idea di rivedere un Blocher in Governo. Ma no: Magdalena Martullo-Blocher (figlia di Christoph) deve occuparsi della sua multinazionale. Ed Esther Friedli, consigliera agli Stati sangallese e moglie dell’ex presidente Toni Brunner? Data per favorita, ha deciso di rinunciare al più alto incarico politico del Paese per concentrarsi sul lavoro. Anche la consigliera di Stato zurighese Natalie Rickli ha detto: «No, grazie». Non supera infine la Sarine, o se preferite il fossato dei rösti, l’entusiasmo attorno alla candidatura di Céline Amaudruz. Ma non è solo una questione di genere.

Apertura dunque a candidature femminili, ma senza farne un caso. Per il capogruppo Thomas Aeschi contano leadership, capacità di convincere e attitudine a guidare i dipartimenti della difesa o di giustizia e polizia. Una linea pragmatica, anche perché le candidate non abbondano. Nel gruppo parlamentare UDC le donne sono appena 14 su 74 membri, il 19%.

Mentre 14 è anche il numero dei romandi nel gruppo UDC. Ed è qui che la storia si trasforma in un B-movie d’azione. Titolo, copyright «SonntagsZeitung»: «Romandi contro zurighesi». Il primo a togliersi i guanti è Roger Köppel, editore della «Weltwoche» ed ex consigliere nazionale UDC, che liquida Céline Amaudruz come un peso leggero: poco influente, al massimo un volto presentabile per la Romandia. E non è il solo. Sui media svizzerotedeschi si moltiplicano le critiche: troppo benestante, troppo cittadina per entrare in sintonia con la lobby contadina, troppo liberale sui temi sociali, troppa attiva sui temi legati alla parità e non parla bene il tedesco. E riemerge anche un episodio del passato: dieci anni fa fu fermata al volante con due per mille di alcol nel sangue. Nel panico chiamò l’amico Parmelin, che le consigliò di collaborare con la polizia.

Fuoco amico

Un fuoco amico talmente pesante da indignare la Romandia tutta. Perché, che piaccia o no, Céline Amaudruz siede in Consiglio nazionale da 15 anni, da 10 è nella direzione nazionale del partito (la sola romanda) ed è stata presidente dell’UDC ginevrina. Un curriculum che molti possibili candidati svizzerotedeschi non eguagliano. E allora, fra i francofoni, tutto questo irrita: per molti è la rappresentazione di una certa arroganza svizzerotedesca. Quella che guarda soprattutto a Zurigo e dimentica il peso dell’arco lemanico. E di certo non aiutano i tentativi di alcuni democentristi di annacquare la questione della rappresentanza romanda nel concetto più ampio di latinità, accorpando Svizzera italiana e francese, o addirittura di estendere la Romandia a tutto il Vallese, compreso quello che sogna, pensa e parla in tedesco.

Stupisce che l’UDC, che il prossimo anno potrebbe superare la soglia simbolica del 30% dei voti, non tenga in maggiore considerazione tutto questo; che non colga il segnale negativo che potrebbe dare in una fase in cui alcuni Cantoni svizzerotedeschi rimettono in discussione l’insegnamento del francese alle elementari e in cui il caos mondiale dovrebbe spingerci a curare maggiormente la coesione nazionale. Un punto sottolineato anche da Romaine Morard sulle pagine di «Le Temps». Una miopia politica che ha le sue spiegazioni. L’UDC in Romandia cresce, ma resta più debole che nella Svizzera tedesca. E il tanto evocato «effetto Parmelin» non si è verificato. Così, dal 1° gennaio 2027, il Consiglio federale potrebbe ritrovarsi con un solo francofono, come non accade dal 1966. Ma il primo partito del Paese ha una missione: salvare la Svizzera dalla sottomissione all’Ue e dai «venduti» che sostengono gli accordi con Bruxelles. Alla vigilia del dibattito sui Bilaterali III ha persino organizzato una veglia funebre su Piazza federale. Un partito in assetto da battaglia pretende fedeltà assoluta alla linea. E in molti, dentro l’UDC, sembrano dubitare che Amaudruz e la Romandia possano garantirla.

Staremo a vedere cosa succederà il 9 dicembre. Ma questa breve campagna autunnale ha già lasciato emergere una frattura che va oltre l’UDC. Perché la Svizzera vive di equilibri delicati.