Tra droni, social media e brigate in concorrenza tra loro, l’esercito ucraino sperimenta modelli inediti che potrebbero plasmare la futura classe dirigente del Paese
«Ti faccio un dipinto a olio, oppure una mappa per i droni». «Posso centrare il canestro con il pallone oppure il nemico con le bombe». Questi slogan minacciosi coronano manifesti con ragazzi che sorridono, con in mano un pallone, un pennello o un violoncello: hanno gli occhiali e i dreadlocks, indossano la mimetica e sfoggiano il loro nome in codice, «Tempesta», «Piccolina», «Noodles». Sono dei ragazzi normali, esattamente uguali a quelli che stanno bevendo gli spritz nei baretti nascosti nei vicoli alberati del centro storico di Kiev, tappezzati di queste pubblicità . È la campagna di marketing della brigata di droni K-2, «l’unità dei tipi normali», con tanto di numero verde per i candidati all’arruolamento. I droni sono l’attività più ambita, promettono una guerra tecnologica lontana dalle trincee, e accanto al lussuoso albergo Hyatt, nel miglio d’oro tra la cattedrale di Santa Sofia e quella di San Michele, un cartellone della brigata Khartiya raffigura un velivolo senza pilota, con l’invito: «Vieni da noi a scrivere le condizioni della pace». Il 3° corpo d’armata scommette invece su una immagine più tradizionalmente eroica: ha coperto un’intera facciata sul Khreschatyk, il vialone principale, con una gigantografia di militari dai volti scultorei e lo slogan «Insieme non ci possono spezzare».
Un pericolo per la democrazia del dopoguerra?
Nella guerra più innovativa mai combattuta, a essere all’avanguardia non sono soltanto le tecnologie belliche, ma anche i metodi di reclutamento. Nelle forze armate ucraine, ZSU, un esercito nato dalle ceneri dell’Armata Rossa, oggi ci si può arruolare secondo le regole di mercato, con una competizione che segue le regole del marketing, con tanto di budget pubblicitari. I comandanti più popolari sono personaggi mediatici, e Robert Brovdi, il leggendario «Madyar», che ha fondato il primo reparto delle «truppe senza pilota» al mondo, commenta le operazioni dei suoi droni su Facebook, dove ha quasi 900 mila follower.
A vederlo da vicino, l’esercito più numeroso d’Europa, si scompone in identità apparentemente molto autonome. I singoli reparti hanno i loro brand, raccolgono finanziamenti, si pubblicizzano con manifesti e spot. Il 3° corpo d’armata ha addirittura una casa discografica, per la quale incidono canzoni sulla guerra i migliori gruppi rock ucraini. «Questa è l’Ucraina», sorride Pavlo Zagorodnyuk, industriale che ha trasferito all’esercito parte delle sue attività produttive, mentre suo figlio sta fabbricando droni a medio raggio: «Non abbiamo uno Stato molto efficiente. In compenso, anzi, forse proprio per questo, abbiamo una società civile incredibilmente capace di auto-organizzarsi». Non vede nulla di strano nel fatto che singole brigate si facciano concorrenza per le reclute e per i fondi: «Esistono unità ottime, e quelle gestite male, con comandanti brutali che non si prendono cura dei soldati. È giusto poter scegliere liberamente dove andare, e a chi donare i soldi».
Un laissez-faire militare nato già nei primi giorni dell’invasione russa, quando le ZSU sono diventate il beneficiario di un crowdfunding capillare in cui si sceglieva se donare a un singolo reparto o addirittura a un soldato concreto. Non solo si mettono i like agli ufficiali, ma si scende anche in piazza per loro, come hanno fatto i seguaci dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, portando cartelli talmente offensivi contro l’allora comandante dell’esercito Oleksandr Syrsky da meritarsi un richiamo di Volodymyr Zelensky: «Non potete insultare così i militari, in fondo è grazie a loro che avete la libertà di protestare». Obiezione fondata, che non ha impedito al presidente ucraino di sostituire Syrsky con il giovane Mykhailo Drapaty, idolo delle piazze e dei social.
Sostituito dalla piazza
Probabilmente è il primo caso nella storia in cui un comandante viene sostituito sotto le pressioni della piazza, e il politologo (arruolato nell’esercito) Viktor Andrusiv spiega il paradosso ucraino: «Non abbiamo un unico esercito, sono due. Il primo sono i militari di professione, che mandano avanti la macchina. Conoscono bene la guerra, le armi e la burocrazia. Senza di loro, il nostro sarebbe un esercito di insorti. Poi ci sono gli ex civili, che hanno portato innovazione e tecnologia. Senza di loro, saremmo rimasti un piccolo esercito sovietico». Brovdi, o Vsevolod Kozhemyako, che nel 2022 ha fondato Khartia per difendere Kharkiv, o lo stesso Fedorov, prodigio della digitalizzazione, erano imprenditori di successo, che hanno portato nell’esercito il piglio delle start-up, la capacità di innovazione e la flessibilità . Fedorov ha addirittura introdotto un sistema di incentivi interno alle forze armate: il reparto che distrugge più carri armati o droni russi, per esempio, ottiene dei punteggi che può scambiare con nuovi armamenti. Sono i reparti più celebri che possono scegliere le reclute migliori, incentivando i volontari: il rischio per i renitenti che vengono arruolati a forza è finire nella fanteria ordinaria.
C’è «l’unità dei tipi normali» e brigate che si danno un’immagine più eroica
Il problema di questo liberismo bellico, aggiunge Andrusiv, è che le due anime dell’esercito si detestano a vicenda. Anche perché è nella guerra che si sta decidendo il futuro dell’Ucraina. In un Paese bombardato quotidianamente, i personaggi più popolari e autorevoli portano quasi tutti l’uniforme. La legittimazione si attinge dalla guerra, e i sondaggi premiano come candidati alla presidenza tre generali, l’ex comandante dell’esercito Valery Zaluzhny, l’ex capo dello spionaggio militare Kyrylo Budanov, e Andriy Biletsky, il comandante del 3° corpo, ma anche Zelensky e Fedorov vengono oggi giudicati per il loro ruolo di leader militari. Il Parlamento che emergerà dalle future elezioni porterà le mostrine. Potrebbe rappresentare una sfida per la democrazia del dopoguerra? Lo storico Yaroslav Hrytsak rifiuta il parallelo con i capitani di ventura del passato: «I militari non funzionano bene nella vita civile. Potranno influire sull’opinione pubblica, probabilmente verranno ricercati dalle forze politiche come testimonial, ma non dovrebbero condizionare la politica».


