L’ondata di proteste che attraversa l’Europa sotto la lente del sociologo Sandro Cattacin
Il 20 novembre è prevista una mobilitazione promossa da International Youth Strike, rete europea di organizzazioni studentesche e giovanili. Nel mirino ci sono riarmo e aumento delle spese militari, con la richiesta di maggiori investimenti in istruzione, sanità, socialità, alloggi e clima (no ai tagli per finanziare la Difesa). Anche in Svizzera sono previste manifestazioni; in Ticino aderiscono Gioventù Socialista, Sindacato Indipendente degli Studenti e Apprendisti, Sciopero per il Clima, Gruppo per una Svizzera senza esercito, Gioventù Comunista, Giovani Verdi e MPS.
In Svizzera il disagio tende a restare individuale e silenzioso
Qualcuno, da noi, ha gridato al lupo al lupo, dopo i disordini a Milano e in Francia. Si è parlato del rischio di «portare questa violenza nelle nostre strade», si è chiesto di «rimettere in riga la propria sezione giovanile» e si è ricordato che «chi incita alla violenza, la sostiene e la commette deve rispondere delle proprie azioni» (scatenando un botta e risposta politico). Un principio che di certo nessuno si sogna di contestare, però non è questo il punto. Il rischio è quello di confondere due piani distinti. Da una parte ci sono delle rivendicazioni legittime: istruzione di qualità, abitazioni accessibili, misure contro il caro vita e la precarietà. Dall’altra un disagio (non solo) giovanile diffuso, che può degenerare in caos. E se anche si considerasse solo quest’ultimo, fermarsi alla dimensione repressiva – vedi in Italia il decreto «acchiappa-maranza» e i 500 soldati che presidiano Milano – senza interrogarsi sulle cause profonde, rischia non solo di non risolvere il problema, ma persino di aggravarlo.
Servono investimenti e modelli
«La prevenzione richiede investimenti, servizi e modelli educativi capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza», osserva sul «Corriere della Sera» Matteo Lancini, psicologo e presidente della Fondazione Minotauro, istituto milanese specializzato nello studio dell’adolescenza. Dal canto suo, la giornalista italo-tunisina Leila Belhadj Mohamed afferma: bisognerebbe chiedersi che cosa spinga una parte dei giovani a riconoscersi in un conflitto così radicale e interrogarsi sulla «distanza che la separa dalle istituzioni e dell’assenza di organizzazioni capaci di tradurre il disagio in rivendicazioni strutturate». Dove sono insomma partiti, sindacati e altri canali di partecipazione politica e sociale? Sul tema serve insomma uno sguardo largo. Noi abbiamo chiesto a Sandro Cattacin, professore di sociologia all’Università di Ginevra, di aiutarci a trovarlo.
Professor Cattacin, cosa accomuna le proteste in Francia, Spagna, Italia e altrove?
Il punto comune, a mio avviso, è il ritorno di una sofferenza molto concreta: scuole sottofinanziate e classi sovraffollate in Francia e in Belgio, affitti e alloggi in Spagna e Portogallo, carovita e salari in Italia. Questa sofferenza però non si esprime più come nel movimento operaio, cioè con un’organizzazione, un’identità di classe e un avversario chiaro. Parte dall’esperienza personale, viene condivisa sui social (TikTok e Snapchat per i liceali francesi) e diventa mobilitazione senza bisogno di strutture formali. È quello che con Fiorenza Gamba chiamiamo «ego-movimenti». In alcuni casi, come a Milano, le manifestazioni sono sfociate in scontri violenti: segno che, quando la sofferenza non trova interlocutori, la rabbia cerca altre vie.
C’è anche un denominatore esistenziale: un’esperienza diffusa di perdita. Si perde la sicurezza, si perdono prospettive di status e la fiducia in un futuro migliore di quello dei genitori. Quando la sofferenza tocca questa «sicurezza ontologica», cioè la sensazione che il mondo sia affidabile e che l’esistenza abbia un senso, l’indignazione privata diventa rivendicazione pubblica. In più, in molti di questi Paesi i Governi sono deboli e si avvicinano scadenze elettorali, e questo amplifica le tensioni.
Cosa c’è di nuovo rispetto alle mobilitazioni del passato, pensiamo ad esempio ai Fridays for Future?
Vedo tre differenze. Il ritorno del materiale. I Fridays for Future portavano un tema post-materialista, il clima, con un forte messaggio morale: cominciare da sé stessi, non prendere l’aereo, cambiare alimentazione. Oggi si chiedono di nuovo scuole decenti, case accessibili e potere d’acquisto. Il linguaggio resta però soggettivo, «sto male, non ce la faccio più». È un ibrido fra le rivendicazioni materiali dell’Ottocento e la soggettivazione di oggi. Niente icona, più rabbia. Il movimento per il clima aveva un volto, Greta Thunberg, e si muoveva soprattutto su un piano pedagogico: sensibilizzare, cambiare comportamenti, influenzare il dibattito. Le proteste di oggi non hanno leader, sono più conflittuali e in parte nascono anche dalla delusione per i risultati limitati delle mobilitazioni precedenti. Si vuole incidere subito. Nuove alleanze, nuovi rischi. In Francia gli studenti si collegano ai sindacati e ai gilet gialli, cioè ad attori capaci di tradurre la rabbia in rivendicazioni negoziabili. È una condizione importante perché un ego-movimento passi dall’espressione all’azione efficace. Il rovescio della medaglia è che la rabbia può essere strumentalizzata politicamente o degenerare in risentimento e violenza. La soggettivazione della sofferenza non è emancipatrice di per sé: dipende da come viene incanalata.
La Svizzera è davvero meno toccata dal fenomeno?
In parte sì. Anche da noi ci sono stati episodi preoccupanti: il corteo degenerato a Berna ad ottobre dell’anno scorso, con lanci di oggetti pirotecnici contro la polizia, e l’auto della polizia incendiata a Zurigo a maggio di quest’anno. Ma non sono paragonabili alle mobilitazioni di massa in Francia o agli scontri di Milano. Le ragioni sono soprattutto istituzionali.
Ovvero?
La Svizzera ha un sistema politico piuttosto aperto: è facile interloquire con un politico, «disturbarlo», anche molto rapidamente. Con la democrazia diretta, poi, si può votare su temi precisi. In Francia, ma anche in Italia, per farsi sentire bisogna cominciare a «rompere», altrimenti non si muove niente. Inoltre la Svizzera investe nella scuola: se proteste di questo tipo arrivassero, difficilmente nascerebbero da temi scolastici. Il benessere diffuso, infine, riduce le fasce di popolazione senza prospettive. Sarebbe però un errore concludere che vada tutto bene. Il benessere spiega molto, ma siamo in un periodo in cui tanti giovani sono molto arrabbiati e stanno male, anche da noi. In Svizzera il disagio tende a restare individuale e silenzioso, però gli episodi di Berna e Zurigo mostrano che può emergere in forme improvvise e radicali.
Bisogna imparare a leggere i segnali insomma…
Già. I segnali che osservo sono: la crescita della sofferenza psichica fra adolescenti e giovani adulti; la difficoltà di trovare casa a prezzi accessibili nelle città; l’ansia climatica; una società sempre più «confrontativa», dove la contrapposizione e la competizione prevalgono sul dialogo. Stiamo vivendo un cambiamento sociale che disorienta e crea conflitto, come nel ’68 e all’inizio degli anni Ottanta, quando anche la Svizzera sembrava tranquilla. Per questo il nostro Paese può e deve fare di meglio: imparare a fare politiche che riguardano i giovani e che siano più vicine ai giovani, ascoltandoli prima che sentano il bisogno di scendere in piazza.
