L’Ucraina resta il terreno dello scontro ma la vera partita riguarda Cina, Artico e nuovi equilibri mondiali
Per la prima volta dal 2022 la prospettiva di una pace, seppur fragile, in Ucraina pare concreta. Frutto soprattutto dell’avvicinamento fra Russia e America. Una interessante novità del panorama geopolitico globale, che vale la pena scandagliare. Lo scontro fra russi e ucraini è stato infatti, in modo non troppo indiretto, un duello fra russi e americani di cui gli ucraini hanno pagato il prezzo più alto. Ma la partita russo-americana andava e va molto oltre l’Ucraina. Stati Uniti e Russia hanno infatti in comune un avversario di fatto: la Cina.
Per gli americani i cinesi sono minaccia esistenziale a ciò che resta del loro impero (poco), quindi della loro autorità e credibilità nelle relazioni internazionali. Per i russi, i cinesi sono quasi-alleati forzosi perché l’allargamento della Nato in Europa, che minacciava di coinvolgere Kiev quindi di portare l’Alleanza Atlantica alle porte di Mosca, li ha costretti a stringere un doloroso patto di collaborazione con Pechino. Senza il sostegno materiale e politico di Xi Jinping la partita di Ucraina sarebbe stata molto più ardua da combattere per Putin. Allo stesso tempo, vista da Xi questa intesa gli ha permesso di portare Putin ad accettare una forte influenza cinese sulla Federazione Russa. Ciò che per i russi è una ferita difficilmente sanabile, dati i rapporti storici di inimicizia con i «gialli», con sottofondo razzista e teorie dello scontro di civiltà.
Ucraina semidistrutta
La possibile fine della guerra russo-ucraina, o almeno una lunga tregua, deriva anzitutto dal crescente esaurimento delle risorse dei combattenti, soprattutto di parte ucraina. Oltre ai danni materiali, il disastro demografico dice tutto: gli abitanti dell’Ucraina al momento dell’indipendenza, nel 1991, erano più di 51 milioni, oggi ridotti a circa 20. Le perdite fra morti e feriti superano probabilmente il milione (un milione e mezzo le vittime russe). Ricostruire un Paese semidistrutto con i due quinti della popolazione originaria è impresa da far tremare i polsi, posto che una gran parte di coloro che hanno abbandonato il Paese prima e durante la guerra non pare disposta a rientrare in patria. Chi si aggiri oggi fra le città e le piccole località della campagna ucraina incontra soprattutto donne e uomini in età. In Russia il consenso per la guerra resta piuttosto alto, ma la fatica comincia a sentirsi e i bombardamenti ucraini sui siti petroliferi hanno danneggiato seriamente la principale industria nazionale, quella degli idrocarburi.
In questo contesto Putin e Trump hanno allacciato un dialogo che va molto oltre il conflitto in corso. Verte anzitutto sul convergente interesse di contenere la crescita in potenza della Cina, pur mantenendo aperto un dialogo e qualche forma di cooperazione (parte americana) e la finzione di un’intesa (parte russa). Questa intesa converge soprattutto sull’Artico, area strategica di oggi e soprattutto di domani per le sue risorse minerarie e come enorme spazio di transito delle future rotte più rapide di collegamento fra Asia, Europa e America. Oggi la regione è essenzialmente russa. Putin ne ha fatto la carta della speranza per garantire al suo Paese quello status di grande potenza cui ha sempre aspirato e che ora sembra voglia riconoscergli Trump. Bisognerà vedere se questa intesa di base resisterà alla fine dei due rispettivi mandati presidenziali o se invece si svelerà un compromesso fragile, contingente.
Per noi europei si tratta di limitare i danni
Se la guerra si concludesse, come pare, con la cessione alla Russia del Donbass (un quinto circa, con la Crimea e Sebastopoli, del territorio ucraino che si rese indipendente dall’Unione Sovietica nel 1991, sigillandone il crollo) Putin potrà quindi presentare l’esito del conflitto come relativa «vittoria» al suo pubblico. Venderlo. Ma l’obiettivo iniziale dell’operazione militare speciale era Kiev. Ovvero il controllo su tutta l’Ucraina per impedirne l’inglobamento nello spazio atlantico, magari con basi missilistiche a pochi minuti di volo da Mosca. Al massimo il leader russo potrà dire di aver raggiunto il minimo. La storia deciderà.
Per noi europei si tratta di limitare i danni di un disastro per il quale abbiamo pagato e stiamo continuando a pagare un prezzo alto. In termini di crisi energetica – rinuncia a gran parte del gas e del petrolio russo – con palesi riflessi sul tono dell’economia e in specie dell’inflazione. Ma sul piano geopolitico è anche peggio: la guerra di Ucraina ci ha trovato ancora una volta divisi e impotenti. Dopo la Jugoslavia, ecco un secondo macro-caso di conclamata incapacità degli europei di risolvere conflitti scoppiati dentro casa o ai suoi margini. Con in più, stavolta, la crisi nei rapporti transatlantici. Perché l’eredità strategica che questo conflitto ci lascia, comunque finisca, è la consapevolezza che gli americani non sbarcheranno in Europa per salvarci. Non è questione di Trump, ma dell’opinione dominante in quel grande impero in crisi terminale. Non una grande notizia per chi ha creduto che la pace sul nostro continente fosse garantita dalla presenza Usa, non solo militare. Per noi europei è ora di diventare adulti. Difficile per degli eterni adolescenti malamente invecchiati.
