La bêtise, nostro amaro doppio

by azione azione
28 Ottobre 2026

«La stupidità ha fatto progressi enormi. È un sole che non si può più guardare fissamente. Grazie ai mezzi di comunicazione, non è più nemmeno la stessa, si nutre di altri miti, si vende moltissimo, ha ridicolizzato il buon senso, spande il terrore intorno a sé». (Ennio Flaiano).

Alla stupidità abbiamo tutti sacrificato qualcosa di essenziale; chi più, chi meno. Da sempre tentiamo di combatterla con l’istruzione, la cultura, la buona educazione, il ragionamento. Inutile. La stupidità sopravvive a tutto. Anzi, più aumentano gli strumenti per combatterla, più sembra trovare nuovi modi per manifestarsi. Forse perché abbiamo commesso un errore di fondo: l’abbiamo considerata un difetto dell’uomo, mentre potrebbe essere una sua condizione esistenziale.

La stupidità riguarda il pensiero, ma soprattutto la comunicazione. Se avessimo poche possibilità di esprimerci, rimarrebbe confinata alla sfera privata di certe idee. Oggi invece ogni pensiero, anche quello appena abbozzato, pretende subito un pubblico. La stupidità è diventata un magma comunicativo, una benzina psichica da distribuire ovunque. Alberto Savinio la chiamava una «invincibile attiranza»: forse perché non solo la subiamo, ma è qualcosa che ci attrae.

I grandi studiosi della stupidità hanno provato a circoscriverla senza mai riuscire a catturarla. Jean Paul l’ha osservata nella sproporzione fra ciò che l’uomo crede di essere e ciò che è; Robert Musil ha capito che non coincide con la semplice mancanza d’intelligenza; Carlo M. Cipolla ha tentato addirittura di darle una legge, definendo stupido chi procura danno agli altri senza ricavarne alcun vantaggio. Una classificazione quasi scientifica per un fenomeno che della scienza sembra prendersi gioco.

Ma il vero grande anatomista della stupidità è Gustave Flaubert. Nel concetto di bêtise, la stupidità smette di essere una semplice categoria morale e diventa una condizione metafisica. Non è l’errore, che può essere corretto, né l’ignoranza, che può essere colmata. È qualcosa di più tenace: la certezza di possedere già la risposta. Flaubert aveva capito che l’imbecillità si annida soprattutto nelle idee ricevute, nei luoghi comuni, nelle frasi che pronunciamo senza più sapere perché. L’uomo non pensa necessariamente ciò che pensa: molto spesso ripete.

È questa la sua forma più resistente. Non ha bisogno di essere dimostrata, perché le basta essere condivisa. Non convince: si riconosce. Non argomenta: si riproduce.

Per questo l’istruzione non basta. Si può essere istruiti e dire cose stupide; anzi, la cultura può offrire alla stupidità un vocabolario più raffinato. La buona educazione può rendere più gentile una sciocchezza, non trasformarla in verità. Persino l’intelligenza può diventare complice: una mente brillante è perfettamente capace di costruire ragionamenti sofisticati al servizio di un’idea idiota.

Il problema, dunque, non è che esistano gli stupidi; è che nessuno è definitivamente al riparo dalla stupidità. Anche il più intelligente può diventare stupido quando smette di dubitare di sé stesso. È in questo senso che la stupidità assume il suo carattere ontologico: non sta fuori di noi, come un nemico da sconfiggere, ma dentro di noi, pronta ogni tanto a prendere il sopravvento.

La modernità ha aggiunto un elemento nuovo: la velocità. Un tempo una stupidaggine poteva morire nella stanza in cui era stata pronunciata. Oggi può diventare un’opinione, un consenso, una tendenza. La rete non ha inventato la stupidità: le ha semplicemente tolto il tempo della vergogna. Quello che prima avrebbe richiesto qualche minuto di esitazione oggi viene immediatamente pubblicato, condiviso, rilanciato. La stupidità non è diventata più intelligente: è diventata più veloce.

La stupidità, allora, non è immortale perché è più forte dell’intelligenza. È immortale perché appartiene all’uomo. Forse ci è persino necessaria: senza la possibilità di essere stupidi, non avremmo bisogno di diventare intelligenti. E senza la possibilità di riconoscerci stupidi, l’intelligenza diventerebbe soltanto un’altra forma di vanità.

Flaubert lo aveva intuito fino in fondo. La bêtise è il nostro amaro doppio: non possiamo eliminarla, possiamo soltanto sperare di sorprenderla, ogni tanto, dentro di noi. E avere abbastanza intelligenza da non chiamarla, subito, con il nome degli altri.