Fabrice Aragno, cineasta svizzero francese, realizzail suo primo film di finzione seguendo una coppia impegnata in una regata
Per Fabrice Aragno il lago è una presenza intima che ne accompagna la vita e la poetica fin dall’infanzia. Nato a Neuchâtel, cresciuto davanti alle acque del lago omonimo e poi trasferitosi a Losanna per studiare cinema all’ECAL (L’école cantonale d’art de Lausanne), il regista non ha mai smesso di cercare quel contatto con l’acqua e con l’orizzonte, anche dopo aver lasciato le regate veliche giovanili per dedicarsi al teatro e alla settima arte. Da questa viscerale relazione personale nasce Le Lac, il suo primo lungometraggio di finzione come regista. Film che domani uscirà anche nelle sale ticinesi, dopo essere stato presentato nel Concorso Internazionale al Locarno Film Festival 2025 e accolto con grande favore da pubblico e critica, aggiudicandosi il primo premio della Giuria dei giovani, la Menzione Speciale della Giuria Ecumenica e il Boccalino d’Oro assegnato dalla critica indipendente.
Interpretato dall’attrice Clotilde Courau, francese ed ex moglie di Emanuele Filiberto, e dallo storico navigatore oceanico Bernard Stamm, il film è un’opera pittorica e sensoriale. La narrazione è costruita attorno a una dura regata di resistenza in doppio, senza assistenza, di più giorni e più notti sul Lago di Ginevra.
Il punto di partenza ideale di Aragno non è soltanto l’elemento idrico, ma la pittura. L’ispirazione originale del film risale infatti al 2013, da una proposta dell’allora direttore della cineteca svizzera Frédéric Maire per una mostra incentrata sui maestri che avevano ritratto il Lemano. Lavorando sulle opere di Turner, Courbet, Dürer, Vallotton e Hodler, Aragno si è interrogato su una questione fondamentale: come rendere visibile, attraverso l’arte, ciò che visibile non è. «I sentimenti appartengono all’invisibile, ma i pittori usano la materia del colore, l’ombra, i moti ondosi e le tempeste per farli affiorare. Ho pensato che sarebbe stato affascinante entrare dentro la pittura e tradurre questa dialettica attraverso il linguaggio del cinema», ci ha detto il regista.
Autore dalla profonda cultura visiva, Aragno ha lavorato per oltre vent’anni a stretto contatto con Jean-Luc Godard in veste di montatore, direttore della fotografia, ingegnere del suono e produttore (collaborando a opere iconiche come Adieu au langage). Tuttavia, Le Lac rifiuta qualsiasi tentazione citazionista. Da Godard, Aragno dichiara di aver assimilato soprattutto l’attitudine alla libertà pura: la capacità di abbandonare il controllo rigido e di affidarsi pienamente al momento presente. È con questo spirito che, poco prima dell’inizio delle riprese ufficiali, il regista ha deciso di accantonare la sceneggiatura tradizionale. Al posto di un copione strutturato sono rimasti taccuini di appunti, spunti da Marguerite Duras, frammenti di testi tecnici di navigazione, haiku giapponesi di Matsuo Bashô e riflessioni estetiche. Persino celebri liriche come L’Infinito di Leopardi, inizialmente previste nella stesura iniziale, sono state intenzionalmente rimosse: per Aragno, ciò che la poesia esprime a parole doveva essere tradotto direttamente dalla purezza e dalla forza evocativa dell’immagine e del suono.
Questa meticolosa ricerca si è sviluppata lungo un articolato arco temporale. Aragno ha acquistato una barca a vela (la stessa poi usata nel film) con i fondi di una borsa di scrittura e per anni ha navigato e filmato da solo sul lago in tutte le stagioni, cogliendo la luce, le bonacce e persino pericolose tempeste. L’incontro decisivo con Clotilde Courau è avvenuto nel 2015 a Locarno, dove entrambi erano membri della giuria e hanno scoperto una profonda sintonia sulla visione del cinema. Per la figura maschile, Aragno ha invece respinto l’idea di avvalersi di un attore professionista che simulasse la navigazione, scegliendo la verità fisica di Bernard Stamm, leggenda della vela oceanica (vincitore di regate come la Around Alone e detentore del Trofeo Jules Verne) alla sua prima esperienza sul set.
L’alchimia tra la sensibilità drammatica di Courau e la presenza concreta di Stamm dà vita a due archetipi umani sospesi sulla linea di galleggiamento tra finzione e realtà, mentre la fatica fisica della gara fa lentamente riemergere un passato taciuto ma ancora bruciante. Aragno riesce perciò a trasformare la meteorologia e il lago stesso nel vero terzo protagonista del film. La macchina da presa cattura i volti dei protagonisti come se fossero paesaggi e i dettagli della natura come fossero corpi. Le gocce d’acqua sulla pelle o sul vetro della doccia (che agiscono da vere e proprie lenti ottiche), il vapore, la superficie plumbea battuta dalle raffiche e le luci notturne riflesse nell’oscurità del lago si trasformano in microscopici mondi poetici.
Alla fine, Aragno compie il gesto decisivo: «Tutti i grandi pittori sono rimasti a dipingere sulla riva. Io volevo entrare dentro il quadro», aggiunge. Le Lac si rivela così un’esperienza cinematografica immersiva, dove il dialogo lascia spazio al soffio del vento, al rumore dell’acqua e al viaggio di due anime che cercano di ritrovarsi nell’immensità di quello spazio.


