Il Museo Vela di Ligornetto ospita le opere dell’artista francese che affrontano con poetica ironia le questioni più stringenti legate al mondo del lavoro
Per comprendere il significato della ricerca di Bertille Bak non si può prescindere dalla sua vicenda biografica. Nata ad Arras nel 1983, l’artista francese ha trascorso la sua infanzia a stretto contatto con la realtà delle città minerarie e degli immigrati che si occupavano dell’estrazione del carbone. In quello che è stato il più vasto distretto carbonifero di Francia, il bacino del Nord-Pas-de-Calais, erano approdati infatti i suoi nonni, minatori di origine polacca dai quali Bak passava i fine settimana nel piccolo villaggio di Barlin. La lontananza dai luoghi natii e la fatica di un mestiere pesante e pericoloso venivano stemperate dalla forte solidarietà tra i lavoratori di diverse nazionalità: belgi, italiani, polacchi, algerini e marocchini si sentivano parte di un’unica grande comunità in cui ci si aiutava vicendevolmente.
È proprio questo aspetto ad aver segnato profondamente Bak: l’esperienza di una vita collettiva che trova la sua forza nella condivisione e nel mutuo sostegno. Non è un caso dunque che il suo operato artistico, avviato nel 2005, sia partito da quella stessa popolazione dei centri minerari del nord della Francia che le era tanto familiare e che le aveva insegnato il significato dell’intima connessione con gli altri.
È così che Bak, respingendo categorizzazioni che la vorrebbero inserire ora nelle maglie della militanza artistica ora in quelle dell’attività documentaristica, ha dato vita a una pratica basata sull’immersione nella comunità e sul coinvolgimento diretto dei suoi interlocutori. Senza alcuna implicazione pedagogica, etnografica o sociologico-politica, ha portato avanti la propria indagine mettendo al centro l’essere umano nel suo vivere contemporaneo, affrontando in particolar modo le problematiche legate al mondo del lavoro.
Attraverso tecniche e linguaggi differenti, che vanno dal video al disegno e all’installazione, Bak esplora tematiche quali lo sfruttamento e le incongruenze della globalizzazione, deviazioni di una società che rompe gli equilibri naturali e occulta le peculiarità di ogni individuo.
Allieva a Parigi di Christian Boltanski, maestro la cui opera si fonda su una dimensione relazionale incentrata sulla condivisione della memoria e della fragilità umana, Bak fa dell’esperienza sul campo l’elemento essenziale della propria indagine. Irrinunciabile per lei è difatti il rapporto diretto con la gente e in particolare con le comunità discriminate ed estromesse dalla vita sociale. Sono gruppi costituiti da persone che si trovano a fronteggiare un’esistenza difficile, spesso inaccettabile, e che l’artista incontra condividendone temporaneamente la quotidianità, rendendole partecipi del processo creativo dei suoi lavori.
Lontana da atteggiamenti pietistici o di sfida, Bak sviluppa i suoi progetti con onestà ed empatia. Nel corso delle sue lunghe permanenze nelle collettività di volta in volta scelte, l’artista intesse rapporti interpersonali che le permettono di porsi come una sorta di coscienza critica in grado di stimolare nuove consapevolezze.
Bak fa dell’esperienza sul campo l’elemento essenziale della propria indagine, sviluppando progetti onesti ed empatici
Da tutto ciò scaturiscono opere che si pongono come narrazioni capaci di reinventare l’ordinario, racconti alternativi che creano un’illusione della realtà partendo dalla realtà stessa. Quelle di Bak sono storie bizzarre che non hanno l’obiettivo di documentare l’oggettività dei fatti, bensì di escogitare strategie che, proponendo la verità in una veste inattesa, creano poetiche resistenze alle situazioni più complesse dell’esistenza. Ed è questa stridente componente eccentrica a far sì che i lavori dell’artista ci appaiano ancor più penetranti nel loro profondo significato.
Le fiabe contemporanee di Bak, sospese tra realismo e invenzione, tra gravità e ironia, stupiscono e destabilizzano lo spettatore, svelando una prospettiva inedita da cui guardare le vicende personali e collettive nei contesti sociali più complessi.
Accade proprio così nelle sale del Museo Vela a Ligornetto, dove le opere dell’artista francese si dispiegano sotto i nostri occhi con il loro grande potenziale narrativo che sa coinvolgere e disorientare grazie al delicato equilibrio tra immaginazione parodistica e sconcertante verità.
Di forte impatto è il marchingegno dalle sembianze di una giostra che ci accoglie al piano terra, proprio vicino al celebre altorilievo Vittime del lavoro realizzato da Vincenzo Vela, uno dei primi monumenti europei dedicati alla classe operaia. Nel comune intento di affermare la dignità dei lavoratori e delle loro storie dimenticate, l’installazione Le Berceau du Chaos di Bak e il gesso dello scultore ticinese intessono un dialogo incalzante tra passato e presente: il grande carosello che ci appare come un omaggio alla spensieratezza fanciullesca è in realtà un «acchiappabambini» che imprigiona l’infanzia e la catapulta nel mondo dello sfruttamento e della fatica, quella fatica che l’estenuante avanzare dei minatori di Vela esprime con grande intensità.
Tra le opere presenti in rassegna, di particolare interesse è il video Tu redeviendras poussière in cui Bak coinvolge, in un ritorno alle sue origini, gli abitanti del Nord-Pas-de-Calais, mettendo in scena con tono burlesco ed espedienti surreali la drammatica condizione degli anziani minatori affetti dalla silicosi, malattia causata dall’inalazione di polveri di silicio.
In altri lavori l’artista affronta con grande efficacia il tema dello sfruttamento minorile: nei cinque video di Mineur Mineur, ad esempio, vengono ripresi piccoli minatori in India, Indonesia, Tailandia, Bolivia e Madagascar mentre percorrono angusti passaggi sotterranei, dando inizialmente l’impressione che si tratti di un gioco divertente. Pian piano, poi, viene rivelata la crudele realtà dei fatti. Per questo progetto realizzato durante il Covid, Bak è entrata in contatto con i bambini e le loro famiglie, incontrandoli virtualmente e coinvolgendoli in un atelier in cui sono stati invitati a disegnare le gallerie percorse quando si trovavano nelle miniere.
Le logiche aberranti legate al lavoro sono trattate anche in Boussa from the Netherlands, opera che racconta con amara ironia le insensatezze del commercio globalizzato e il difficile percorso di emancipazione delle donne, e in Nature morte, un video accompagnato da un’installazione creata appositamente per gli spazi del museo che mostra come anche il mondo vegetale sia vittima dei meccanismi assurdi della produzione. Appese alle pareti, centoventisette cornici contenenti l’imitazione in plastica di fiori estinti ci rammentano i pericoli di un’industrializzazione che annienta e sostituisce l’essere vivente.
Con la sua arte di una stravagante poeticità, Bak non fomenta rivoluzioni chiassose ma sprona l’uomo a non sottomettersi alla fatalità del destino e a riflettere sulle sue possibilità di cambiamento e di trasformazione.
