Siria, Myanmar e Nigeria: fronti dimenticati negli scatti di Davide Canella e Carlo Cozzoli in mostra a Lugano
In un mondo che trabocca di immagini, dove si scattano fotografie senza posa e in certi casi senza ritegno, il mestiere di fotogiornalista ha senso. Quello di andare a cercare gli occhi di chi vive sulla sua pelle le crisi del mondo, costruirci una relazione viva e onesta. E catturare un pezzo di verità da portare a casa, per far ragionare chi la guarda. Anche al di fuori del ciclo frenetico delle notizie. Perché è da lì che, forse, può iniziare il cambiamento.
Ne sono convinti Davide Canella e Carlo Cozzoli, due giovani fotoreporter lombardi (classe 1999 e 1993) che – dopo gli esordi nella cronaca locale e le collaborazioni con testate quali «Corriere della Sera», «la Repubblica», «Il Giorno» e agenzie come l’ANSA – hanno deciso di allargare lo sguardo oltre i confini italiani. Dall’Ucraina alla Nigeria, dal Myanmar alla Siria, raccontano luoghi in cui la guerra continua anche quando i riflettori dei media si spengono. Le loro foto arriveranno a Lugano, per la mostra «Fede e Guerra» del collettivo Memora (27 ottobre – 15 novembre 2026). Li abbiamo intervistati.
Ci sono persone che, nei peggiori contesti possibili, continuano a sorridere
«Da lontano la Siria appare come un Paese uniforme, esotico e pericoloso ma avvicinandosi la prospettiva cambia», esordisce Canella. Anche se oggi se ne parla molto meno, le ferite lasciate da una guerra civile durata quasi 14 anni e conclusasi con la caduta di Bashar al Assad nel dicembre 2024 sono ancora evidenti. «Il Paese è un puzzle di comunità, etnie e religioni diverse che cercano un modo per convivere e sopravvivere», racconta l’intervistato. Ad esempio: nel sud del Paese ha incontrato «musulmani ultraconservatori, famiglie beduine in fuga dalle violenze di Suweida e, nel nord-est, combattenti curde che sfidano preconcetti e stereotipi». Tra queste anche Kamila, 24enne, madre di due figli e colonnella di un’unità cristiano-assira nel Rojava. «Parlava con orgoglio della sua storia e della sua comunità: “Noi siamo donne, siamo assire e siamo curde. Siamo come gli uomini. In passato le nostre principesse combattevano al fianco dei nostri re. Sappiamo che in altre regioni del Paese saremmo considerate delle schiave, ma noi siamo così”. La cosa più interessante sono i cortocircuiti della vita quotidiana».
Tra i lavori esposti a Lugano ci sarà anche quello realizzato da Cozzoli nel nord-est della Nigeria, nello Stato del Borno, una regione che da anni è teatro dell’insurrezione jihadista di Boko Haram e dell’ISWAP (Islamic State West Africa Province). «A Pulka – osserva – una località-rifugio ai piedi dei monti Mandara e per lungo tempo raggiungibile solo in elicottero, vivono migliaia di sfollati in condizioni terribili, tra carenza di cibo, acqua potabile e assistenza medica. Lì ho visto ex cacciatori armati di bastoni e vecchi fucili organizzarsi per proteggere la popolazione dai rapimenti e dalle violenze dei gruppi jihadisti». Cristiani e musulmani vivevano la stessa sofferenza e affrontavano gli stessi pericoli, ad esempio quando cercavano di allontanarsi oltre i perimetri di sicurezza per coltivare la terra. «Non sono una persona religiosa», ammette Cozzoli, «ma in Nigeria ho percepito nella fede un appiglio per sopravvivere. La religione può dividere, ma anche rappresentare una risorsa condivisa, una forma di speranza».
Muoversi in autonomia e correre dei rischi
Suo anche il reportage sul Myanmar. Dopo il colpo di Stato del 2021, il Paese è precipitato in una violenta guerra civile che oppone la giunta militare a una galassia di movimenti di resistenza e milizie etniche. «Più che una guerra tra religioni», osserva Cozzoli, «è una guerra contro la dittatura, combattuta soprattutto da una nuova generazione che rifiuta il dominio dei militari guidati dal generale-presidente Min Aung Hlaing, in un regime che ha fortemente ristretto le libertà politiche e civili».
Per loro lavorare in questi contesti significa muoversi in autonomia, senza essere incorporati negli eserciti e senza protezioni particolari. Significa prepararsi al meglio che si può, dice Canella, affrontare rischi concreti e spese elevate: «Oltre all’attrezzatura fotografica ci vogliono elmetto, giubbotto antiproiettili, medicine ecc. che hanno oltretutto una data di scadenza…». «La paura ci accompagna», spiega il nostro interlocutore. «Il punto è non correre rischi inutili, sapere quando fermarsi». «Ma non sono proiettili e bombe l’unico problema – aggiunge Cozzoli – ci sono anche le incomprensioni linguistiche, la possibilità di rimanere “fregati” dai fixer, le guide locali che affiancano reporter e fotografi sul campo, oppure di essere fermati e vedersi cancellare tutto il materiale raccolto».
Nonostante tutto: l’umanità
Eppure, nonostante tutto, dai loro racconti emerge una convinzione comune: ne vale la pena. E anche che le crisi più gravi non cancellano necessariamente l’umanità. Riprende Canella: «A volte, vedendo quello che succede, la speranza scompare e cominci a pensare che sia tutta una questione di destino e di fortuna: sono nato da questa parte del mondo. Anche il contesto famigliare conta. Sia a Damasco sia a Milano, ci sono bambini che cercano il cibo nella spazzatura. Ma poi incontri persone che, nei peggiori contesti possibili, aiutano gli altri, condividono quel poco che hanno e continuano a sorridere. E capisci che è proprio lì che bisogna guardare». Forse è questo il senso ultimo delle loro fotografie: non limitarsi a documentare la guerra, ma raccontare ciò che continua a resisterle.
Ma quali luoghi varrebbe la pena di esplorare ancora? Davide Canella non ha dubbi: la Siria. Tornerebbe domani ad Aleppo, da Bahjat Elia Karakach, il parroco impegnato nell’assistenza alla popolazione. E nel Rojava, il territorio autonomo a guida curda, il cui futuro politico appare oggi più incerto che mai. Con un occhio particolare all’acuirsi della minaccia jihadista. Un’altra area in cui i movimenti jihadisti stanno crescendo rapidamente, e dove si stanno giocando equilibri destinati ad avere conseguenze ben oltre i confini della regione, è il Sahel. È lì che vorrebbe volare Carlo Cozzoli, tra Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad, «una delle aree più instabili e meno raccontate del pianeta». «La fotografia – dice – può servire anche a chi viene fotografato: aiuta a chiudere un cerchio, ad esempio quando torna a vedere la sua casa distrutta, insieme al fotografo, trasformando una storia personale in una testimonianza, perché certe tragedie non si ripetano».
Informazioni
«Fede e Guerra» (Memora), Centro pastorale S. Giuseppe di Lugano
27 ottobre – 15 novembre 2026
Mostra promossa da Christian Solidarity International (CSI).





