Parte male la «Nato islamica»

by azione azione
21 Ottobre 2026

Gli attacchi degli Houthi mettono alla prova la nuova alleanza tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan

C’era qualcosa di teatrale nella coreografia della firma del Patto della Mecca: il pellegrinaggio rituale (Umrah) del primo ministro e del capo dell’esercito pakistani, l’arrivo di Erdoğan, la firma con Mohammed bin Salman (principe ereditario e premier saudita). Un vero e proprio capolavoro di immagine con cui il 7 agosto Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno stabilito che un attacco contro uno sarebbe stato considerato un attacco contro tutti. La città più sacra dell’Islam, l’unica potenza nucleare musulmana, il secondo esercito della Nato e il capitale saudita: gli ingredienti per proclamare, a torto o a ragione, la creazione di una «Nato islamica» c’erano tutti. Soltanto due mesi dopo, però, il patto affronta una prova che richiede qualcosa di più della coreografia e i fatti stentano a seguire alle parole. Il 5 ottobre, riuniti a Riyad dopo gli attacchi degli Houthi e una buona dose di tentennamenti da parte di almeno due membri dell’alleanza, i tre Governi hanno difatti annunciato l’attivazione delle misure di deterrenza collettiva e il rapido dispiegamento delle forze e delle capacità militari concordate a sostegno dell’Arabia Saudita.

I sauditi cercano protezione e i pakistani sostegno finanziario

La solidarietà ha dunque superato la fase dei comunicati. Pare. Perché tra promettere rinforzi, e perfino schierarli, e combattere una guerra comune resta una distanza su cui la retorica della fratellanza tende a sorvolare. L’annuncio non chiarisce pubblicamente consistenza, compiti e regole d’ingaggio delle forze. Precisa invece che gli impegni saranno attuati secondo modalità approvate e nel rispetto delle legislazioni nazionali. È una riserva sostanziale: difendere aeroporti, rafforzare la sorveglianza o proteggere infrastrutture non equivale a partecipare a un’offensiva in Yemen, tanto meno a entrare in guerra contro l’Iran. Il patto comincia a produrre obblighi concreti, ma la loro estensione rimane negoziata. La domanda non è più se Ankara e Islamabad muoveranno qualcosa, bensì quanto e fino a dove. La struttura dell’accordo rende quella negoziazione inevitabile. Il 31 agosto i tre Paesi hanno concordato un segretariato in Arabia Saudita: un segretariato, tuttavia, non è un comando integrato. La Nato dispone di pianificazione comune, interoperabilità, strutture permanenti e soprattutto della garanzia strategica americana. Riprenderne una formula non significa riprodurne la capacità militare.

L’accordo della Mecca mette insieme risorse e interessi; la crisi saudita deve dimostrare se sia capace di trasformarli in una risposta comune. Per Riyad la logica è abbastanza chiara: il regno cerca garanzie aggiuntive, non un sostituto completo dell’ombrello americano. Pakistan e Turchia aggiungono uomini, capacità e margine diplomatico. Mohammed bin Salman sta acquistando opzioni, non una nuova identità geopolitica. La loro utilità dipende però dalla disponibilità degli altri due a impiegarle quando il regno ne ha bisogno. Gli attacchi degli Houthi costringono a dare un prezzo e un contenuto a quella disponibilità. Il Pakistan ha bisogno del sostegno finanziario saudita assai più di quanto Riyad dipenda da Islamabad, e il patto amplia questa transazione senza trasformarla in un rapporto tra pari.

Prestigio e accesso al capitale

Per Asim Munir, il capo delle forze armate pakistane, significa prestigio, accesso al capitale e la possibilità di presentare l’esercito come un fornitore di sicurezza internazionale, mentre il Paese fatica a garantire la propria. Ma proprio questa fragilità limita ciò che può offrire. Con il Balochistan già instabile, il fronte afghano in subbuglio e l’Iran lungo il confine occidentale, aprire un altro fronte comporterebbe costi difficili da nascondere dietro una cerimonia. Sostenere la difesa saudita contro gli Houthi permette a Islamabad di onorare almeno parte dell’impegno, tentando di contenere il rischio di uno scontro diretto con Teheran. La difficoltà sarà mantenere quella distinzione se la crisi dovesse allargarsi.

Ankara fa un calcolo diverso, ma incontra un limite simile. Erdoğan vuole operare dentro la Nato conservando libertà d’azione fuori dall’alleanza. La Turchia trasforma la produzione di droni e tecnologia militare in strumenti di politica estera; il capitale saudita e la cooperazione pakistana possono ampliare mercati e produzione. L’intervento a sostegno del regno offre inoltre un ruolo nella sicurezza del Golfo, con il prestigio e l’influenza che ne derivano. Assumersi una parte della sua difesa resta però diverso dall’ereditare tutte le responsabilità americane o dal mettere a repentaglio i rapporti con l’Iran.

La cooperazione industriale può rivelarsi più solida e duratura

Anche Erdoğan vuole che il contributo turco pesi abbastanza da produrre influenza, senza diventare un impegno sul quale Riyad possa decidere da sola. Il patto tiene dunque insieme tre esigenze compatibili finché la crisi rimane circoscritta: i sauditi cercano protezione, i pakistani sostegno finanziario, i turchi spazio politico e industriale. Una guerra più ampia renderebbe molto meno agevole lo scambio. Riyad chiederebbe agli alleati di assumere rischi che Ankara e Islamabad hanno interesse a contenere. La formula dell’attacco contro tutti può servire alla deterrenza; non cancella la diversa esposizione dei tre Paesi né produce automaticamente una strategia condivisa.

La cooperazione industriale può invece rivelarsi più duratura della solidarietà militare. L’Arabia Saudita possiede capitale e domanda, la Turchia tecnologia e ambizioni di esportazione, il Pakistan esperienza militare e capacità produttive. Se gli accordi diventeranno investimenti, ricerca e linee di produzione, ciascuno ricaverà benefici senza dover accettare ogni scelta strategica degli altri. Questa convergenza può consolidare il patto anche quando la solidarietà militare incontra i propri limiti. Può inoltre rafforzare nel tempo la capacità saudita di difendersi, che è una delle ragioni per cui il regno finanzia l’intera operazione. La sua credibilità dipenderà però dalla capacità di Ankara e Islamabad di sostenere Riyad quando il rischio aumenta: è proprio allora che il valore della protezione cresce e la disponibilità a fornirla tende a diminuire.