Oltre il simbolo?

by azione azione
21 Ottobre 2026

Fatima Ezzahra El Mansouri è la prima premier marocchina, tra attese e dubbi

Certo, l’immagine di lei con i capelli raccolti e la djellaba azzurra, seduta davanti al re Mohammed VI, anche lui con indosso una tunica tradizionale nel palazzo reale di Rabat, è di quelle che colpiscono. Perché la nomina dell’avvocatessa 50.enne Fatima Ezzahra El Mansouri a prima ministra del Marocco rappresenta un «momento storico», come si è affrettata a sottolineare lei stessa, parlando di «una vittoria per me e anche per tutte le donne». Solo che la sindaca di Marrakech, nonché ministra della pianificazione urbanistica, studi in Francia e negli Usa, viene da una famiglia importante di giuristi e proprietari terrieri – suo padre era detto il «pacha di Marrakech» – e su di lei pesano figure maschili ingombranti come quella Fouzi Lekjaa, alla guida della federazione calcistica marocchina e protagonista dei grandi lavori in vista dei Mondiali del 2030: tutti erano certi che sarebbe stato lui il premier e il re ci ha messo un po’ prima di fare il nome di El Mansouri, che rischia di essere un caso di «pinkwashing» in un Paese che si sta modernizzando a suon di grattacieli scintillanti e stadi futuristici, ma dove la popolazione continua a soffrire, come la recente crisi di Ceuta ha dimostrato, con una disoccupazione giovanile vicina al 37%.

In Parlamento, poi, ci sono solo 107 donne, ossia il 27% dei seggi, un risultato appena migliore rispetto alle elezioni del 2021 ma comunque ben lontano dalla parità promessa. In Tunisia, dove le donne premier sono state addirittura due – Najla Bouden, nel 2021, e Sara Zaafarani, nel 2025 – non solo la condizione femminile non è migliorata, proprio mentre loro erano al potere alcune leggi che avrebbero potuto fare molto sono state cassate, mentre la rappresentanza politica è addirittura diminuita, passando dal 31% in Parlamento nel 2014 al 16% nel 2023.

Sindaca di Marrakech

E quindi, se è vero che è sempre un bene che le bambine abbiano davanti modelli concreti, purtroppo El Mansouri, nota anche come FZM, ha ancora molto da dimostrare, sebbene sia una donna di potere, con al suo attivo pochi risultati nel miglioramento dei servizi pubblici come sindaca e qualche sospetto di conflitto di interessi legato ad autorizzazioni edilizie molto favorevoli alla sua famiglia. Si è formata a Montpellier e, quando è scesa in politica nel 2008, gli avversari la accusavano di avere una conoscenza incerta dell’arabo. Nel 2014 «Forbes» l’aveva messa tra le venti donne più influenti dell’Africa. La sua nomina a premier ha fatto il giro del mondo con titoli ottimisti e speranzosi. Solo che, in patria, i giovani sembrano poco inclini ad accontentarsi di simboli: più che votare, ultimamente preferiscono manifestare.

Vedova, con due figli, è leader del PAM, il Partito autenticità e modernità, di centrodestra, fondato nel 2008 da un amico d’infanzia del re. Alle elezioni di settembre, con un’affluenza bassissima del 38%, ha ottenuto 97 seggi su 395, e la costruzione di una coalizione di Governo è tutt’altro che facile. Il partito islamista, Partito della giustizia e dello sviluppo, è cresciuto in modo sostanziale, passando da 13 a 54 seggi alle ultime elezioni e non sembra incline ai negoziati. Anche con promesse favolose come una crescita annua del 5%, l’inflazione mantenuta al 2% e un milione di posti di lavoro, e la spinta enorme dei Mondiali, che verranno ospitati congiuntamente con Spagna e Portogallo.

La crisi di Ceuta

Le elezioni sono arrivate in un momento delicato per il Marocco, finito sotto i riflettori internazionali dopo la crisi di Ceuta del 30 luglio, quando decine di migliaia di giovani marocchini tentarono di raggiungere l’enclave spagnola, in gran parte attraversando il confine a nuoto. Un episodio che ha evidenziato il malessere di un’intera generazione. Sono morti almeno in 140 e in molti si sono detti pronti a riprovare. E va bene il tentativo di fare dei Mondiali un evento in grado di dare lustro al Paese, ma fuori dalle città e dalle zone costiere c’è una popolazione dimenticata, che della costruzione del megastadio Hassan II ha poco da trarre, se poi in un ospedale come quello di Agadir otto donne incinte sono morte per via dei servizi scadenti.

L’elezione di una donna è tendenzialmente una buona notizia, ma è il re, sul trono da 27 anni, ad avere il potere di indicare la direzione politica ed economica e nomina i ministri chiave. Venti miliardi di dollari sono un bottino ghiotto per i mondiali e daranno una spinta all’economia, ma il Paese ha bisogno di occupazione di qualità e di un freno all’inflazione. Per non parlare di diritti. Come ha notato Khadija Errebbah dell’Associazione democratica delle donne del Marocco, «il simbolo c’è ed è innegabile, ma vogliamo anche una donna con un’agenda politica chiara, inclusiva ed egualitaria».