Pellegrinaggi umani tra le proposte viste al FIT a Lugano
Il Festival internazionale del teatro e della scena contemporanea (FIT) ogni anno si specchia nella realtà che stiamo vivendo. Ce la ricorda con spettacoli figli di una contemporaneità complessa, spesso difficile da digerire, scomoda se non addirittura tragica. E l’asinello scelto dal FIT quale immagine di copertina del suo programma, simbolo di metamorfosi (da Apuleio) e tenacia, in realtà siamo noi, vittime consapevoli di un destino che ci vorrebbe complici subalterni o resistenti compiacenti. Quali spettatori affranti perché troppo stanchi di quanto ci circonda, ritrovare il FIT val bene una gita fra pensieri intelligenti, architetture innovative, nuovi linguaggi talvolta discordanti, ma creati per costruire un’altra idea di teatro, dove la nostalgia di corpi recitanti e personaggi è destinata a cedere il passo alla settima arte o a sonorità in cui stravince l’universo digitale. Ma va bene così.
Il FIT rappresenta ogni volta un’occasione per scoprire nuovi linguaggi o architetture e costruire un’altra idea di teatro
Il programma dell’ultima edizione del FIT è stato progettato su tracce sulle quali far vivere performance, corpi immersi in realtà urbane ed extraurbane, fra macerie e algoritmi, fra memoria e verità. Come recita il testo di Paola Tripoli, alla Direzione artistica del FIT, siamo ormai arrivati a un «teatro come luogo per raccogliere le fonti. Un archivio delle ostilità. Geografia della rabbia. (…) dove la narrazione non basta, serve usare un’altra grammatica».
Diciassette sono state le proposte del FIT ma sono due gli «spettacoli» cui vogliamo accennare. Sono quelli proposti da artisti svizzeri: Boris Nikitin e Alan Alpenfelt, presenze che hanno spesso accompagnato il FIT in questi anni con percorsi che hanno permesso di addentrarci nei labirinti della loro mente e nell’universo di confessioni animate da speranze.
Nikitin ha presentato Kids, un progetto realizzato in collaborazione con Tšeliso Monaheng, artista multimediale del Lesotho con base in Sudafrica. Kids è un live-action film che il FIT ha diffuso in contemporanea con Johannesburg e Basilea.
Sul far della sera un gruppo di giovani attraversa le strade della capitale sudafricana, dallo squallore della periferia al pulitissimo centro e ritorno. Nati all’inizio degli anni 2000, i giovani vivono la loro realtà multiculturale fra tensioni e messaggi propagandistici e ognuno di loro racconta brandelli di vita fra ricordi e sentimenti, pensieri sulla vita, sulla morte, sull’omosessualità, sull’amore, sull’assenza e la solitudine. Sono i temi cari a Nikitin, da quelli più intimi e scabrosi a quelli che aderiscono al suo universo emozionale.
Due ore e mezza di proiezione che scivolano via sorprendentemente.
Una dimensione analoga, ma vista da un’altra prospettiva, quella proposta da Alan Alpenfelt con Checkpoint Utopia, installazione creata per un ascolto immersivo a tappe in piccole tende, luoghi-rifugio, per giochi solitari dove si ascoltano in cuffia racconti e confessioni di giovani fra i 16 e i 25 anni. Un tappeto di feticci arreda i racconti. Dalla realtà della guerra a pensieri sull’essere adulti, dall’amore all’abbandono, dagli abusi ai confini, alle differenze. La dinamica nasce dal Nintendo, il videogioco elettronico che negli anni ’80 invade le famiglie. In linea con l’Homo ludens di Huizinga (o, forse di più, con Il gioco come simbolo del mondo di Fink), Alpenfelt lega ai princìpi del gioco l’evoluzione dell’individuo, dai traguardi alle sconfitte.
Una felice intuizione di Alpenfelt che ha ormai maturato appieno il suo percorso nel mondo delle installazioni per un pellegrinaggio nella propria e altrui memoria.
