Ma il calcio è veramente così «fair»?

by azione azione
21 Ottobre 2026

Il Manchester City rischia grosso. Come minimo una multa. Tuttavia, per togliere il sonno allo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, gran patron della holding City Football Group, la sanzione pecuniaria dovrebbe essere quanto meno plurimiliardaria. Il vero brivido per gli Sky Blues, è lo spettro della radiazione dal mondo del calcio. In mezzo ci stanno altre sfumature di grigio: dalla penalizzazione in punti, alla retrocessione dalla Premier League, alla revoca dei titoli conquistati durante il periodo incriminato, quello che va dal 2009 al 2017. In quegli anni, il Club allora diretto sul campo da Pep Guardiola, secondo gli inquirenti della massima Lega inglese, avrebbe commesso 115 violazioni finanziarie del codice in vigore per attenuare le disparità di potere fra società sportive. Se paragonate agli esempi del passato, queste infrazioni sarebbero sufficienti per inserire definitivamente i Cityzens nell’album dei ricordi. Come sempre, fino a quando non verrà emessa una sentenza definitiva, il condizionale è d’obbligo. Il Club ha interposto un appello. Francamente, stando ad una sia pure superficiale visione dei capi d’accusa, se fossi un fan di Gigio Donnarumma, Erling Haaland e compagni, sarei tutt’altro che sereno. Il verdetto dovrebbe cadere, nella più remota delle ipotesi, all’inizio del 2027.

Nell’attesa, mi ritrovo a riflettere sul concetto stesso di Fair Play finanziario, o meglio, come sostiene l’UEFA, Financial Sustainability Regulations. Si tratta di un complesso di regole intese a riequilibrare la concorrenza e la potenza finanziaria delle società coinvolte nel fenomeno calcio. Fra queste, ad esempio, l’azzeramento dei debiti scaduti nei confronti di altri club, di autorità fiscali e previdenziali, dell’UEFA stessa e dei propri dipendenti, giocatori e staff su tutti, in quanto si tratta dei più onerosi. A livello europeo, vengono calcolati i costi di un club sull’arco di un triennio e si verifica che la società stessa ne esca con delle cifre nere. Oppure, nella peggiore delle ipotesi, con un deficit che rimanga al di sotto della cosiddetta acceptable deviation, ovvero complessivamente 60 milioni di euro più altri 10 di tolleranza. Viene inoltre preso in considerazione lo Squad Cost Rule, secondo il quale la spesa per la rosa non può superare il 70% dei ricavi. Il montante in questione comprende i salari dei giocatori e degli allenatori, i costi degli ammortamenti dei trasferimenti e le commissioni per agenti ed intermediari.

A mio modo di vedere, è proprio in questo punto che si intravedono i limiti del pur lodevole intento di calmierare i costi del football. Facciamo insieme due conti: il Manchester City dichiara entrate per circa 900 milioni di euro. Il che gli consente di potersene permettere 630 per l’allestimento della rosa. Il Real Madrid, con i suoi 1200 milioni, potrebbe stanziarne 840 per continuare a rimanere ai vertici. L’Inter, che non è certo una cenerentola, annuncia circa mezzo miliardo di ricavi, la cui conseguenza è una disponibilità di 350 milioni per la gestione corrente. È, credo, una delle ragioni per le quali, da anni, il calcio italiano fatica a emergere come in passato. Come si può notare, il sistema consente delle differenze notevoli fra grandi club.

Immaginate come questo gap si amplifichi se prendiamo in considerazione le cosiddette «piccole». Lo Young Boys vanta un record di circa 104 milioni di franchi di ricavi nel 2023. Quanto al Lugano, le cifre ufficiose parlano di circa 50 milioni. Ne consegue che la disponibilità dei gialloneri nella costruzione della squadra si aggira attorno ai 72 milioni, quella dei bianconeri sui 35, ovvero la metà. Perbacco, cosa sono 37 milioni di divario? Noccioline. Vero, se pensiamo che da noi si sta aprendo un varco alle sorprese, come quella del Thun lo scorso anno e quella – glielo auguriamo – del Lugano nella corrente stagione. Comunque, cifre alla mano, possiamo scordarci di vedere una nostra squadra accedere ai gironi della Champions League, superarli per poi proseguire nella fase a eliminazione diretta e approdare magari ai quarti di finale e oltre, come in passato avevano fatto Grasshoppers e Basilea. Se dovesse accadere, potremmo gridare al miracolo. Sarebbe come se il primatista mondiale di getto del peso riuscisse a infrangere il leggendario 2 metri e 45 cm di Javier Sotomayor nell’alto.

Lode alle regole della Financial Sustainability Regulations, ma nella consapevolezza che si tratta di una cura palliativa. Se però consideriamo le infrazioni commesse dai club ricchi e indebitati come doping finanziario, ben vengano questi farmaci che tentano quanto meno di limitare il danno alla salute del calcio.