«In via prioritaria» sarebbe da affrontare la sfida della fuga dei giovani dal Ticino, così ha sottolineato Marina Carobbio Guscetti un mese fa: una cosa è se i giovani vanno fuori dal cantone per formazione o fare esperienze che possano tornare utili per lo sviluppo della società, un’altra cosa è se – secondo uno studio recente del Cantone – più di 500 giovani tra i 25 e i 35 anni se ne vanno per rimanere prevalentemente in altre parti della Svizzera o all’estero. Senza allarmismi – anche perché il Cantone resta comunque attrattivo per molti – ciò induce a una riflessione sulla resilienza della società ticinese. Studi rivelano come molti studenti non aspettano di trovare un lavoro adeguato restando nel Cantone. Si pone dunque la domanda come far convivere apertura transfrontaliera, competitività delle imprese e capacità di trattenere o richiamare capitale umano residente altamente qualificato.
Resilienza è la capacità di una società non solo di reagire alle crisi che negli ultimi due decenni incidono sempre di più sulla società e sfidano la politica, ma di cogliere tali momenti per riuscire a ripensarsi e uscirne con nuove prospettive e dunque con ottimismo. Al contrario, però, la tendenza al pessimismo aumenta con ogni urto che, per cause non in nostro potere, scuote le presunte certezze. Inoltre, questi shock sono sempre meno prevedibili. Per rendere una società più resiliente, è indispensabile un’attenzione alla generazione giovanile, perché solo così un’economia resta dinamica e capace di reggere l’accelerazione che richiede prontezza nell’innovazione e sviluppo. Al tempo stesso, né le istituzioni né le nuove generazioni si trovano sempre nelle condizioni migliori per affrontare questa sfida, in una «società della stanchezza» che rischia di abituarsi all’inerzia anziché riconoscere e attivare le proprie opportunità. Rafforzare le strutture e incentivare l’attenzione per i giovani, aprendo loro spazi di azione e di realizzazione, diventa dunque un fattore essenziale per una politica resiliente.
Siamo ancora una società che permette di coltivare ideali e sogni oppure tra clima, guerre e nuove tecnologie, prevale un sentimento di irrilevanza rispetto alla motivazione a impegnarsi per un mondo migliore? Certamente non è compito della politica «prescrivere» tali prospettive ai giovani, ma una società resiliente fornisce loro gli strumenti adatti a svilupparle, garantendo la libertà e soprattutto le condizioni di acquisire i mezzi necessari per realizzarle e realizzarsi. Queste condizioni consistono anche in un mercato di lavoro che apre prospettive concrete, sia di posti di lavoro sia di livello salariale. Oltre questa condizione materiale, però, la resilienza consiste anche nello sviluppo di capacità e competenze, come il pensiero critico, la capacità di costruire relazioni con gli altri – anche con chi non condivide i propri valori o le proprie idee – e la disponibilità ad assumersi responsabilità sociali. Sono risorse che, proprio nell’accelerazione sociale e nella crescente tecnologizzazione della vita quotidiana, rischiano di indebolirsi, perché richiedono tempo, attenzione e cura per potersi formare. Per questo motivo, il concetto della resilienza richiede anche di ripensare l’insieme delle diverse infrastrutture – tra formazione, professione, imprenditoria, democrazia, terzo settore e strutture sociali di varia natura.
Siamo capaci di ripensare il contratto sociale intorno a una nuova agenda di resilienza? Quali sarebbero i suoi punti centrali? Quale nuova consapevolezza risulterebbe qualora ci ponessimo queste domande in modo serio, a livello politico, delle imprese, della società civile? La resilienza non può trasformarsi in un imperativo rivolto ai giovani affinché sopportino meglio precarietà, incertezza o mancanza di prospettive. Una politica della resilienza deve interrogare contemporaneamente la capacità dei singoli e la qualità delle condizioni istituzionali nelle quali essi sono chiamati ad agire. In questo modo, il dato statistico che preoccupa politica e società, diventa l’occasione per aprire nuove prospettive.