«Mamma, per il compito di mate devo lock-in». «Mamma, aspetta un attimo che sto locked-in». «Mamma, lasciami lock-innare un secondo». Cosa voglia dire la mia 18enne Clotilde sinceramente non lo so, l’unica cosa che capisco è che non ha sbattimento di darmi retta. Non è una novità, ma vale la pena approfondire.
Lock, in inglese, è la serratura; to lock significa chiudere, bloccare. In economia il lock-in è una trappola: secondo il Dizionario di Economia e Finanza Treccani è il fenomeno per cui un soggetto resta «intrappolato» dentro una scelta dalla quale è difficile uscire, anche quando esistono alternative migliori: un’impresa che ha investito in una tecnologia ormai superata, ma cambiarla costa troppo; un consumatore che compra un dispositivo utilizzabile solo con accessori o programmi della stessa marca ed è dunque costretto a non cambiare brand; un cliente che resta con un’azienda perché passare a un altro fornitore comporterebbe costi e difficoltà.
Ne Le parole dei figli, lock-in significa concentrarsi al massimo su un obiettivo, eliminando tutto il resto. Chiudersi dentro. È lo stato di chi mostra una concentrazione totale sul compito che ha davanti. Si può essere locked-in per lo studio, per un allenamento sportivo, persino per conquistare qualcuno: «Luca ha conosciuto una ragazza, adesso è tutto lock-innato per conquistarla».
La Generazione G, accusata di non riuscire più a concentrarsi, ha dunque preso in prestito un’espressione per raccontare esattamente il contrario: eliminare le distrazioni e obbligarsi a stare dentro una cosa sola. In realtà, però, questa parola, più che farci tirare un sospiro di sollievo sulla capacità di concentrazione dei nostri figli, può rivelarci anche qualcosa di meno rassicurante. È soprattutto nelle situazioni disperate, infatti, che scatta il lock-in: studiare in due giorni quello che si sarebbe dovuto studiare in due settimane, recuperare un brutto voto, evitare una bocciatura o finire una consegna a poche ore dalla scadenza. Il senso? «Ho procrastinato fino all’ultimo: adesso devo lock-in». A casa nostra con Clotilde quest’ultimo lock-in è all’ordine del giorno (purtroppo!) e, di conseguenza, anche la mia tachicardia.
La concentrazione, allora, sembra non arrivare più spontaneamente: bisogna decidere di entrarci, quasi programmarla e dichiararla agli altri. Ma c’è anche l’altra faccia: riconoscere almeno che è arrivato il momento di dare il massimo e decidere consapevolmente di farlo. Sempre in zona Cesarini, ossia all’ultimo minuto.
Due secoli e mezzo fa Vittorio Alfieri scriveva nella Lettera responsiva a Ranieri de’ Calzabigi, inviata da Siena il 6 settembre 1783: «Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli». Treccani spiega che Alfieri vi esprime «il fermo impegno» assunto con sé stesso, dopo il successo della sua prima tragedia, la Cleopatra, «di compiere ogni sforzo per diventare autore tragico». Una frase che è diventata il paradigma della volontà.
Ma già alla fine dell’Ottocento qualcuno capovolge quella lettura. Nel 1898 gli studiosi Giuseppe Antonini e Leonardo Cognetti De Martiis pubblicano Vittorio Alfieri. Studi psicopatologici, con una prefazione di Cesare Lombroso. Quella frase che è diventata l’emblema di una volontà eccezionale, per loro può rivelarne invece la fragilità. Cognetti De Martiis arriva a scrivere: «Ha un bel ripetere che volle, che volle sempre, volle fortissimamente, ecc.». Un recente studio di Matteo Navone dell’Università di Genova ricostruisce quel dibattito e sottolinea come Antonini leggesse nella Vita di Alfieri addirittura una «presunta mancanza di forza di volontà».
Il punto è proprio questo: dichiarare una volontà fortissima è sempre la prova di possederla, oppure qualche volta rivela proprio quanto ci costa esercitarla? Forse è questo che racconta il lock-in. Non soltanto la necessità di concentrarsi, ma la consapevolezza di non riuscire a farlo sempre. Se l’attenzione fosse naturale e continua, non avremmo bisogno di annunciare: adesso mi chiudo dentro, spengo tutto il resto e mi concentro.
Il lock-in, insomma, è una dichiarazione di forza di volontà ma anche l’ammissione della fatica necessaria per esercitarla. Anche perché, evidentemente, volere non viene poi così facile.