Il ricordo delle «osservatrici» oltre la propaganda

by azione azione
14 Ottobre 2026

Il dolore delle uccisioni e dei rapimenti, il fallimento delle istituzioni e una depressione collettiva che attraversa Israele, mentre si avvicinano le elezioni del 27 ottobre per il rinnovo del Parlamento

Dalla collina di Nahal Oz Gaza sembra vicinissima. La giornata è limpida, il cielo terso e in lontananza si intravede anche il mare. Un paesaggio difficile da conciliare con le pietre commemorative che recano le foto delle soldatesse uccise e rapite durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. In Israele tutti le conoscono come le «tatzpitaniyot», letteralmente le «osservatrici», ovvero le giovani che avevano il compito di seguire i movimenti dall’altra parte della barriera per segnalare ai comandanti eventuali anomalie. Un lavoro in apparenza sedentario, ma dal quale dipende una parte della sicurezza di un’intera frontiera. Mentre guardo verso Gaza, alle mie spalle una guida militare parla a un gruppo di giovani e nell’ascoltarlo provo una stretta al cuore pensando al modo in cui le stragi del 7 ottobre vengono raccontate e tramandate a questi ragazzi.

Le osservatrici di Nahal Oz erano gli «occhi dell’esercito» 

Le osservatrici di Nahal Oz erano gli «occhi dell’esercito» che trascorrevano ore davanti ai monitor, controllando le telecamere e gli altri strumenti di sorveglianza del confine con Gaza. Dovevano imparare a riconoscere un cambiamento nel paesaggio, un movimento insolito, un veicolo che compariva dove normalmente non avrebbe dovuto esserci. Dalle ricostruzioni dei mesi prima del 7 ottobre è emerso che alcune di loro segnalarono attività insolite da parte di Hamas: esercitazioni vicino alla barriera, movimenti di uomini e veicoli, scavi, attività che sembravano preparatorie e che, con il passare del tempo, erano diventate sempre più frequenti. Una delle testimonianze più note è quella di Roni Eshel, diciannovenne in servizio a Nahal Oz, che aveva raccontato alla famiglia di avere la sensazione che Hamas stesse studiando sistematicamente il confine.

Anche altre soldate riferirono di avere trasmesso osservazioni analoghe ai gradi superiori, i quali sembrano averle sistematicamente ignorate. La mattina del 7 ottobre, tuttavia, la convinzione che Hamas non avrebbe intrapreso una guerra su larga scala crollò in pochi minuti. Alle 6.29 iniziarono i lanci di razzi dalla Striscia di Gaza mentre guerriglieri armati attraversavano la barriera in numerosi punti. Anche allora le osservatrici di Nahal Oz furono tra le prime persone a vedere ciò che stava accadendo: alle 6.30 circa individuarono gli infiltrati e cercarono di trasmettere le informazioni sino a quando la base stessa divenne un obiettivo dell’attacco. Secondo la versione pubblicata dall’esercito israeliano, infatti, gli aggressori riuscirono a penetrare nella base, interrompendo l’alimentazione elettrica e neutralizzando parte dei sistemi di sorveglianza. Le inchieste hanno ricostruito la morte di decine di soldati nella base; tra le vittime vi furono sedici osservatrici mentre sette furono rapite, ragazze che avevano famiglie, amici, progetti e una vita precedente alla divisa.

La stessa Roni Eshel, che aveva continuato a lavorare nella sala di controllo anche dopo l’inizio dell’attacco, rimase bloccata insieme alle compagne all’interno del centro di commando della base che fu dato alle fiamme. Tra gli ostaggi c’era Noa Marciano, diciannove anni, rapita dalla base e condotta a Gaza dove ha trovato la morte circa un mese dopo. Le sue spoglie sono state individuate nel novembre 2023 in una struttura adiacente al complesso ospedaliero di Al-Shifa e la sua storia è diventata una delle più dolorose della vicenda anche perché, negli anni successivi, sono emerse testimonianze e registrazioni legate ai suoi ultimi giorni. Karina Ariev, Daniella Gilboa, Liri Albag, Agam Berger e Naama Levy sono state rilasciate dopo 477 giorni di prigionia. Agam Berger è stata l’ultima delle osservatrici nelle mani di Hamas a essere liberata il 30 gennaio del 2025.

Lutto e angoscia

Benché in linea di principio ci si rapporti diversamente a vittime e ostaggi militari rispetto a quelli civili, all’interno di Israele si tratta di una distinzione molto sfumata, motivo per cui nei precedenti anniversari dei massacri l’attesa di tutti gli ostaggi, indistintamente, occupava quasi ogni spazio del discorso pubblico. Quest’anno, invece, l’adrenalina e la speranza che preservavano dalla disperazione hanno lasciato spazio al lutto e all’angoscia, e una depressione collettiva si mescola all’incertezza del futuro.

Tuttavia è proprio alla vigilia delle fatali elezioni di fine mese che la memoria va preservata dall’abuso che fanno di essa le campagne elettorali le quali, liquidando ogni critica alle istituzioni come tradimento, trasformano il ricordo in una giustificazione permanente per perpetuare un ciclo di vendetta. Al contrario, non solo si può riconoscere la brutalità dell’attacco del 7 ottobre chiedendo contemporaneamente conto del fallimento alle istituzioni incaricate di prevenirlo, ma si possono commemorare le vittime uccise e rapite senza per questo distogliere lo sguardo da ciò che di mostruoso la guerra ha prodotto a Gaza.

Sulla collina di Nahal Oz Gaza è davanti agli occhi ed è impossibile ignorarla. Onorare i morti non significa rendere intoccabile il racconto che viene costruito intorno a loro, bensì trovare il coraggio di guardarne la storia nella sua interezza condannando la strumentalizzazione della memoria a fini politici e di propaganda. E forse è proprio questo il modo più difficile, ma anche più onesto, di ricordare le osservatrici di Nahal Oz: tenere gli occhi aperti senza sottrarsi quando le immagini diventano troppo spaventose.