Secoli d’arte sotto il campanile di Sant’Eusebio

by azione azione
7 Ottobre 2026

Tra capolavori, rivalità artistiche e grandi restauri, il nuovo libro sulla parrocchiale di Castel San Pietro ricostruisce la storia di una comunità che ha coinvolto i migliori talenti del territorio per abbellire la propria chiesa

C’è una chiesa che racconta secoli di storia del Mendrisiotto, ma anche il talento sopraffino degli artisti che ci hanno lavorato lasciando la loro impronta tra il Ticino, la Lombardia e l’Europa centrale. È la parrocchiale di Sant’Eusebio a Castel San Pietro, raccontata nel nuovo volume pubblicato in occasione del quattrocentesimo anniversario dall’emancipazione della parrocchia di Castel San Pietro dall’antica pieve di Balerna e della conclusione del grande restauro che ha restituito all’edificio il suo splendore barocco. Il libro – curato da Anastasia Gilardi e Paolo Vanoli, con testi dei co-curatori e contributi di Edoardo Villata, Laura Damiani Cabrini, Ivano Proserpi, Giuseppe Clericetti, Renzo Petraglio, Lillian Petralli, Florindo Brazzola e le fotografie di Ghigo Roli – è molto di più di una guida artistica. È la storia di una comunità che nel corso dei secoli ha investito energie, denaro e passione – non senza parentesi problematiche – per costruire una delle chiese più sorprendenti del Cantone.

La facciata della chiesa (foto Ghigo Roli)

Le fonti documentarie attestano già nel XIII secolo l’esistenza di una chiesa dedicata a sant’Eusebio. Dell’edificio medievale, probabilmente romanico, non resta però nulla di visibile. Anche perché, alla fine del Seicento gli abitanti decisero di abbattere quasi completamente la vecchia costruzione per edificarne una nuova, molto più grande. Nel 1677 la ricostruzione della chiesa generò baruffe e scontri nella comunità, al punto che dovettero intervenire il vescovo di Como e il landfogto di Mendrisio. I parrocchiani si azzuffavano sul progetto da adottare e sui lavori già avviati. Alla fine, il vescovo impose il disegno di Agostino Silva, definito nei documenti «architetto intelligente e sodo».

Un’impressionante scenografia attorno al crocifisso

Fra le opere più spettacolari della chiesa spicca il grande Crocifisso ligneo collocato nell’omonima cappella. Arrivò da Como nel 1689 e ancora oggi colpisce per il realismo e la forza espressiva. Gli studi più recenti lo avvicinano all’ambito dello scultore cappuccino fra’ Giovanni da Reggio, uno dei grandi interpreti della scultura devozionale del Seicento. Attorno al Crocifisso si sviluppa un’impressionante scenografia di stucchi realizzata da Giovan Battista Barberini, artista di chiara fama attivo tra Lombardia e Austria. Angeli, pie donne e figure in atteggiamento sofferente trasformano la cappella in una sorta di teatro sacro permanente. Il libro racconta un curioso «dietro le quinte»: nel 1689 alcuni uomini partirono per Como per recuperare il grande Crocifisso ligneo. Nei registri compare persino la spesa sostenuta per rifocillare la comitiva durante il trasporto. È uno di quei piccoli dettagli contabili che permettono di vedere la scena oltre tre secoli più tardi: il viaggio, il carico dell’opera, il pranzo condiviso e il ritorno a Castel San Pietro.

Il volto del crocifisso ligneo, oggi attribuito alla cerchia dello scultore cappuccino fra’ Giovanni da Reggio. (foto Ghigo Roli)

Meno noto al grande pubblico è il Battesimo di Cristo di Francesco Torriani, conservato oggi nella casa parrocchiale. L’opera risale alla metà del Seicento e viene considerata una delle prove più intense del pittore mendrisiense. La qualità della luce, la delicatezza degli incarnati e il paesaggio immerso nell’atmosfera dell’alba ne fanno un piccolo gioiello della pittura ticinese.

Tuttavia, nessuna dinastia artistica è legata a Sant’Eusebio quanto la famiglia Pozzi. Per almeno tre generazioni architetti, stuccatori e pittori provenienti da Castel San Pietro contribuirono a forgiarne l’aspetto. Figura centrale è Francesco Pozzi, autore del presbiterio rococò realizzato a partire dal 1756. Fu lui a progettare lo spazio che ancora oggi rappresenta il cuore scenografico della chiesa.

L’eleganza settecentesca di Carlo Innocenzo Carloni

Suo figlio Domenico, formato a Parma, Roma e Milano, lasciò invece alcune delle opere pittoriche più apprezzate dell’edificio. Come La Samaritana al pozzo, dipinta nel 1776 e considerata una delle migliori prove dell’artista. Alla sua mano si devono pure la Flagellazione e l’Incoronazione di spine nella cappella del Crocifisso.

Cruciale, poi, l’intervento dell’intelvese Carlo Innocenzo Carloni, uno dei pennelli più dotati del Settecento lombardo. Tra il 1758 e il 1760 Carloni realizza gli affreschi e le tele del presbiterio, creando un insieme di straordinaria eleganza. L’Esaltazione della Croce e Trinità sul soffitto, il Sacramento adorato dagli angeli nel catino absidale e le grandi tele dedicate a sant’Eusebio trasformano il coro in una vera macchina teatrale rococò.

Sono opere che testimoniano come un piccolo centro del Mendrisiotto fosse in grado di chiamare artisti di primo piano e dialogare con le grandi correnti artistiche europee del tempo.

Al di là delle opere d’arte, vale la pena di menzionare il celebre organo costruito nel 1771 dalla famiglia Serassi, tra le più importanti dinastie organarie italiane. Ancora oggi è considerato uno degli strumenti storici più significativi della Svizzera italiana. O il concerto delle cinque campane, fuse tra il 1789 e il 1829 e decorate con santi, scene bibliche e iscrizioni latine. Una di esse raffigura gli esploratori che riportano il gigantesco grappolo d’uva dalla valle di Escol, un’immagine che assume un significato particolare in un territorio da sempre legato alla viticoltura.

Una disputa primanostrista ante litteram

Il libro raccoglie anche alcuni aneddoti che rappresentano un prezioso spaccato umano e sociale della comunità di Castel San Pietro dei secoli passati. Per esempio: mentre si costruiva la nuova chiesa, l’architetto Carlo Salterio annotò con irritazione che dal 1675 il Comune non rendeva più conto delle proprie finanze. Il libro osserva che oggi «grideremmo allo scandalo». Singolare, poi, la disputa «primanostrista» ante litteram del 1754, quando la comunità aveva già firmato il contratto con uno scultore di Como, Paolo Peverelli, per la statua di sant’Antonio. Mal gliene incolse: Giovanni Albino Carabelli, artista locale, riuscì a convincere i responsabili ad annullare l’accordo e ad affidare a lui l’opera. I nostri antenati erano giustamente attenti al borsellino. Quando Carlo Innocenzo Carloni terminò le grandi tele del presbiterio, il loro costo apparve così spropositato che gli abitanti chiesero una perizia indipendente prima di saldare il conto. Venne quindi chiamato il pittore Alessandro Valdani da Chiasso per verificare se le opere valessero quanto richiesto. Il giudizio fu favorevole e Carloni venne pagato.

Sfogliando il volume si capisce perché lo storico dell’arte Hans Hoffmann scrivesse già nel 1924 che poche chiese ticinesi possono vantare opere tanto significative appartenenti a epoche e stili diversi. A distanza di un secolo, dopo il restauro e gli studi raccolti nel libro, quel giudizio appare ancora più convincente.