Intervista a Leon Panetta: il ruolo degli Usa tra guerre permanenti, i rapporti con l’Europa, la rivalità con Cina e Russia
Washington DC – Dalla Seconda guerra mondiale in poi, la politica estera americana ha cambiato presidenti, partiti e priorità senza mai mettere davvero in discussione alcuni pilastri: la leadership globale, l’Alleanza Atlantica, la cooperazione con l’Europa, la diplomazia. Oggi quell’impianto non esiste più. È questo il quadro che traccia Leon Panetta mentre gli Stati Uniti affrontano la guerra con l’Iran, il conflitto in Ucraina, la pressione russa sulla Nato, l’ascesa della Cina, il nucleare nordcoreano e una minaccia terroristica ancora viva. L’ex direttore della Cia ed ex capo del Pentagono nell’amministrazione Obama, vede una cesura profonda nella politica di Washington. «Abbiamo un’amministrazione che si è allontanata da questa impostazione». E il risultato, avverte, è «un mondo molto più pericoloso».
In questo nuovo scenario, quanto pesa l’indebolimento del rapporto tra gli Usa e i loro alleati storici?
Quando ero segretario alla Difesa, alcuni dei nostri migliori alleati erano i Paesi europei, come l’Italia. Lavoravamo insieme sulle questioni di sicurezza, mettevano a disposizione basi per le nostre forze e ci scambiavamo intelligence. Quel rapporto contribuiva anche a proteggere gli Stati Uniti dai nostri avversari. Per questo credo che Washington debba restare un partner forte degli alleati. Purtroppo, il presidente li ha spesso criticati. Oggi temo che l’America sia più sola che mai nell’affrontare queste minacce.
Le ultime truppe americane hanno lasciato l’Iraq. Come vive la notizia?
Non capisco perché, mentre siamo in guerra con l’Iran e cerchiamo di arrivare a un cessate il fuoco, dovremmo ritirarci e dare un vantaggio a Teheran che ha finanziato e armato le milizie in Iraq, responsabili di quasi 600 attacchi contro obiettivi Usa. Temo che, con la partenza degli Stati Uniti, l’influenza iraniana nel Paese crescerà ancora.
Il ritiro definitivo era stato concordato dall’amministrazione Biden. Con questa guerra in corso, la Casa Bianca avrebbe dovuto cambiare piano?
Non abbiamo fatto un buon lavoro. Quando Biden lasciò l’Afghanistan fu un disastro e i talebani ripresero il controllo del Paese. Quando Obama ritirò le truppe dall’Iraq, poco dopo arrivò l’Isis e fummo costretti a tornare. La decisione di Trump ci rende nuovamente vulnerabili alle forze proxy dell’Iran e indebolisce il Governo iracheno.
Dall’Iraq all’Iran, gli Stati Uniti stanno passando da una «forever war» a un’altra?
Entrambe le parti sono intrappolate in questa guerra e non sanno come uscirne. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha danneggiato l’economia americana, aumentato il prezzo della benzina e l’inflazione; anche la loro economia sta soffrendo per il blocco statunitense. Eppure, non c’è ancora un accordo sul cessate il fuoco, né soprattutto sui colloqui sul nucleare. Ambedue pensano che, se terranno duro, sarà l’altra a cedere. Ma non sta accadendo.
L’impegno nella guerra in corso può far apparire gli Stati Uniti più deboli agli occhi di Russia e Cina e spingerle a testarne i limiti?
Sì, anche dopo i recenti colloqui, Xi Jinping potrebbe pensare di poter agire su Taiwan senza una risposta americana. Vladimir Putin, frustrato dalle perdite in Ucraina, potrebbe invece cercare di colpire altri Paesi Nato, contando sul fatto che gli Stati Uniti non reagiscano con fermezza. Non credo però che questo calcolo sia corretto. La missione del direttore della Cia in Russia è servita proprio a chiarire che, se Mosca colpisse altri Paesi europei, Washington resterebbe al fianco dell’Alleanza.
Sarebbe la famosa linea rossa.
Certo. Inoltre, la cosa positiva è che democratici e repubblicani restano saldamente al fianco della Nato e sono uniti nel voler tenere testa a tiranni come Putin e Xi. Per questo continuo a credere che, se gli Stati Uniti venissero trascinati in un conflitto, reagirebbero.
Nonostante l’intesa mostrata a Washington, Xi ha davvero interesse ad aiutare gli Usa o trae più vantaggio dalle attuali tensioni internazionali?
L’incontro tra Trump e Xi è stato un’occasione mancata, più forma che sostanza. Possono aver sviluppato un rapporto personale, ma i problemi tra i due Paesi restano. La Cina fornisce all’Iran armi e intelligence sulla posizione dei nostri obiettivi; alcune di quelle informazioni hanno contribuito alla morte di tre americani. Con loro dobbiamo trattare da una posizione di forza. Pechino deve sapere che ci sono linee che non può oltrepassare. Temo che non siano state indicate con sufficiente chiarezza.
Oggi con il suo Istituto (Panetta Institute for Public Policy in California) lavora con i giovani e studia il loro rapporto con la democrazia. Senza fiducia nelle istituzioni, gli Usa possono restare leader globali?
Devono continuare ad esserlo proprio grazie alla loro democrazia e ai valori in cui credono. Questa amministrazione passerà e penso che chi guiderà il Paese in futuro tornerà ai principi che hanno orientato la nostra politica estera dalla Seconda guerra mondiale. È l’unico modo per proteggere la nostra sicurezza.
