La difficile partita della Svizzera con la Cina

by azione azione
7 Ottobre 2026

Chi dei miei lettori passa una parte del suo tempo libero all’aria aperta conosce di sicuro la marca Mammut con il suo logo, il piccolo mammut inserito in un cerchio. Qualche tempo fa la ditta di Seon, Canton Argovia, ha fatto parlare di sé perché è stata ceduta dal gruppo Jacobs Capital (quelli originariamente del caffè e oggi attivi nelle partecipazioni) ai cinesi della CPE (anche operanti nelle partecipazioni). La Mammut non è certamente la prima ditta che i cinesi comprano in Svizzera. E con tutta evidenza non sarà l’ultima. L’interesse dei cinesi per le nostre aziende ha suscitato e suscita più di un timore a livello politico anche se i loro investimenti diretti, attualmente, non rappresentano che l’1% dei capitali stranieri investiti da noi. Sono soprattutto gli acquisti di aziende fatti da gruppi o fondi vicini allo Stato che danno da pensare. Sugli investimenti diretti dei cinesi il dibattito politico nacque dieci anni fa, dopo la cessione del gigante della chimica agraria Syngenta al gruppo industriale statale ChemCina. Esso doveva poi approdare, l’anno scorso, nella Legge federale sul controllo degli investimenti, che da molti viene chiamata «Legge Cina» perché è in particolare verso gli investimenti di quel Paese che si dirigono le sue misure restrittive. La legge, che si propone di proteggere la sicurezza nazionale, è stata concepita soprattutto per impedire che Stati o fondi statali stranieri prendano il controllo di ditte che per noi hanno un’importanza strategica. Operazioni del genere non vengono vietate ma sono sottoposte al controllo della Confederazione.

La concorrenza sleale

Tuttavia per la nostra economia è ancora più preoccupante la concorrenza sleale delle importazioni cinesi nei confronti delle nostre aziende. Come mostra uno studio dell’OCSE, i guadagni di quote di mercato della Cina derivano in larga misura dai sussidi statali a produzione ed esportazioni, che consentono alle imprese cinesi di ridurre i costi e risultare più competitive. Secondo gli esperti, questo vantaggio equivale a una riduzione dei costi di circa il 30%. Stando agli economisti di UBS la pressione della concorrenza cinese sta aumentando. I rami più esposti sarebbero l’industria meccanica, l’elettrotecnica, la tecnologia medica, come pure i sub-fornitori dell’industria automobilistica.

Ma le aziende svizzere non si arrendono: per sfuggire alla crescente concorrenza adottano strategie di nicchia e di alta tecnologia, realizzando prodotti di una precisione e una qualità che i cinesi, finora, ancora non riescono a ottenere. Un esempio di applicazione di strategie del genere lo offre Medacta International S.A., la ditta di Castel San Pietro, che produce dispositivi medici, impianti ortopedici, strumenti chirurgici e soluzioni per la chirurgia mininvasiva. Stando a quanto sta scritto nel suo sito: «Il settore dei dispositivi ortopedici e della tecnologia medica globale vede una forte crescita dei produttori cinesi, che stanno espandendo la loro presenza globale offrendo prodotti standardizzati a prezzi molto competitivi. Medacta non risente in modo significativo della concorrenza cinese a basso costo, poiché opera in una fascia di mercato ad alto valore aggiunto basata sull’innovazione e sulla formazione medica». Ma fino a quando queste strategie riusciranno a contrastare la concorrenza cinese?

Il caso delle terre rare

Le difficoltà nei rapporti commerciali con la Cina non si fermano qui. Secondo un’inchiesta del KOF, un quinto delle aziende industriali svizzere dipende in misura medio-alta dalla Cina per materie prime e componenti. Emblematico il caso delle terre rare, di cui Pechino controlla almeno l’80% del mercato mondiale. Si tratta di materie prime necessarie per produrre magneti che vengono utilizzati in numerosi prodotti: dalle auto elettriche ai sistemi di ventilazione dei computer, dai droni agli elettrodomestici per non parlare dei telefonini. L’anno scorso il Governo cinese, per esercitare pressione sugli Stati Uniti, ha introdotto controlli stretti sull’esportazione di terre rare. Anche secondo Pechino questi controlli sono necessari per tutelare la sicurezza nazionale. Gli stessi rallentano però il ritmo delle forniture e creano problemi di reperimento delle materie prime e di rispetto dei termini di consegna non solo alle aziende americane, ma anche ai produttori svizzeri. È probabile che dell’allentamento dei controlli in questione si sia discusso anche nel recente incontro fra i capi di Stato americano e cinese. Per il momento, però, nessuno sa se sia stato deciso qualcosa.