Da una canzone rap a tormentone globale, la storia di un meme che racconta la viralitàdella cultura digitale e il rapporto dei preadolescenti con i social
La possibilità che le idee, le mode, gli stili e i comportamenti si propaghino un po’ come dei virus e si diffondano in maniera contagiosa non è una novità: basti pensare ai famosi tormentoni musicali estivi che ogni anno prontamente spopolano e, un po’ per la loro incisività, un po’ per la loro orecchiabilità e semplicità ritmica, si fissano nelle menti delle persone che, presto o tardi, finiranno per canticchiarle.
Nel mondo di oggi, la circolazione dell’informazione avviene in maniera tanto rapida e amplificata quanto più sono potenti i mezzi di comunicazione che la diffondono. Non è un segreto, quindi, che i social media si rivelano particolarmente efficaci nel diffondere idee e nell’influenzare l’opinione pubblica, ma anche nel propagare mode, comportamenti, marchi e, all’occorrenza, anche dei meme.
Un meme può essere definito come un’idea che si diffonde in modo virale, subendo trasformazioni durante il percorso
Un meme è un’idea, un comportamento o uno stile che si diffonde in modo virale da persona a persona attraverso Internet. Spesso lungo il suo percorso subisce alterazioni, trasformazioni e parodie che ne modificano parzialmente il contenuto e il senso. Il tormentone six-seven (letteralmente sei-sette), diffusosi in particolare fra i preadolescenti a partire dal 2025, esemplifica perfettamente questo fenomeno, e attesta la centralità che i social media rivestono agli occhi della Generazione Alfa.
Tutto ha avuto inizio nel 2025 quando il rapper americano Skrilla (Jemille Edwards), figura di spicco della scena drill statunitense pubblica Doot Doot (6 7), un brano musicale intriso dell’estetica cupa e pesante associata al quartiere di Kensington di Filadelfia. Nella canzone il numero 6-7 evoca l’immaginario di strada tipico della cultura hip hop senza però indicare qualcosa di preciso: per molti è un riferimento alla 67esima strada di Filadelfia, mentre altri lo ricollegano al 10-67, un codice interno usato dalla polizia americana per segnalare il ritrovamento di un cadavere.
In breve, la canzone diventa virale su TikTok quale sottofondo per video di basket fino al momento in cui viene associata, in maniera un po’ casuale, alla statura di LaMelo Ball, noto cestista dei Minnesota Timberwolves alto, appunto, 6 piedi e 7 pollici (201 centimetri).
Il fenomeno è ormai lanciato, e a incrementarne la popolarità concorre un video in cui viene chiesto a Taylen Kinney, giovane stella del basket universitario, di valutare una bevanda di Starbucks. Alla domanda, Kinney risponde spontaneamente «like a six seven» (come un sei sette, ndt), accompagnando le parole con un movimento oscillatorio delle mani che non mancherà di essere notato, generando un’ondata immediata di visualizzazioni e una miriade di commenti divertiti.
Da parte sua, Kinney fiuta il potenziale commerciale e mediatico di quell’impennata di visualizzazioni, e sfodera quel gesto a ogni intervista, allenamento o post sui social. Il movimento oscillatorio, spontaneo e didascalico al tempo stesso, con cui l’atleta aveva cristallizzato il suo giudizio sulla bevanda, è ormai diventato un brand personale che amplifica la forza d’urto del meme in circolazione.
Il vero momento di rottura che ha portato il meme fuori dal mondo del basket, trasformandolo in un fenomeno di massa per la Generazione Alpha e Z di tutto il mondo, è però avvenuto il 31 marzo 2025. La diffusione planetaria e la consacrazione a fenomeno globale arriveranno, infatti, nel momento in cui il ragazzino Maverick Trevillian (detto il «67 Kid»), inquadrato dalla telecamera durante una partita di basket in diretta streaming urla «six seven» mimando il gesto di Kinney.
È il preludio al salto di scala planetario che genera quel tormentone di massa che, seppur privo di un reale significato logico, sollecita e intercetta la curiosità di milioni di preadolescenti per i quali Maverick (no, non stiamo parlando di Tom Cruise, ma di un quindicenne) diventa involontariamente un portavoce.
Ora che la storia del meme è più chiara, molti insegnanti potranno capire cosa c’è dietro al «six seven» dei propri allievi
Ora che abbiamo ricostruito la genealogia di questo meme, qualche docente delle nostre scuole dell’obbligo forse tirerà un sospiro di sollievo, dopo lunghi mesi nei quali il meme è rimbalzato un po’ ovunque: nei corridoi, a ricreazione, fintanto nelle classi, soprattutto se l’insegnante a lezione pronunciava coppie di numeri che riportavano la volubile mente preadolescente al famigerato six-seven.
E che dire di quegli insegnanti che, abituati a interagire con gli allievi anche fuori dalle lezioni, di fronte all’insistente e ossessivo ritorno di quelle cifre così enigmatiche, hanno avvertito un principio di disagio credendosi esclusi da qualche fatto importante di cui non erano a conoscenza, o da una sorta di segreto custodito gelosamente dai preadolescenti al cospetto del mondo adulto. O, peggio, che si sono sentiti presi di mira, temendo che gli allievi parlassero alle loro spalle usando volutamente un linguaggio criptico e indecifrabile.
Ma rimane il fatto che una volta svelato l’arcano, e dimostrato che il segreto custodito è in realtà ben poca cosa, tocca ai docenti fare il punto della situazione, spiegare, ricostruire la genealogia del fenomeno e dare un senso, contestualizzare quel meme che fa sì ridere in modo incontrollato, ma forse anche un po’ stupido. O almeno, così sembra a chi non capisce fino in fondo il motivo dell’altrui risata.
Diverso è il riso di chi capisce il motivo della propria ilarità e allora non imita in modo irriflessivo, ma diventa padrone della propria risata. Il mio miglior auspicio, allora, è che qualche insegnante che legge questo articolo possa esserne ispirato e, chissà, possa proporre una lezione proprio su quel meme che da qualche tempo diverte i nostri preadolescenti. Credo che gli allievi apprezzerebbero.
