Negli Stati Uniti tra allarmi esistenziali, interessi economici e rivalità con la Cina, il dibattito sui rischi della tecnologia è sempre più politico
«Lo scenario alla Terminator va preso sul serio, ma non è quello che considero più probabile». A dirlo è Stephen Casper, informatico e professore di Public Policy alla Harvard Kennedy School, dove studia sicurezza, rischi e governance dell’intelligenza artificiale. Lo abbiamo cercato per fare ordine in un tema che Washington affronta da mesi, intrecciando regolazione, corsa ai data center, costi energetici, pressione sulle risorse e competizione con la Cina. Da settembre quella materia già complessa si è imposta tra i dossier più urgenti della politica americana, entrando allo stesso tempo nelle preoccupazioni di tutti noi. Per chi fino ad allora aveva usato l’IA poco più che come un «super Google», le dimissioni di Jacob Coxon, 27 anni, ricercatore passato da OpenAI ad Anthropic, hanno avuto l’effetto di una sveglia violenta.
L’IA è da tempo entrata nella campagna per le elezioni di midterm
Nel messaggio con cui annunciava il ritiro, il giovane avvertiva che entro la fine del decennio questa tecnologia avrebbe potuto «ucciderci tutti». A far salire la magnitudo sono state poi le reazioni a catena dei vertici di Big Tech: toni meno apocalittici ma stesso allarme, rafforzato dall’ammissione di alcuni incidenti già avvenuti nei laboratori, con agenti capaci di oltrepassare i compiti assegnati. Lo sviluppo corre più veloce degli strumenti pensati per renderlo sicuro. Da qui la richiesta, arrivata proprio da chi quella corsa l’ha inventata, di rallentare.
In un’America polarizzata, l’IA è diventata un tema divisivo. Per alcuni, le vecchie trame dei racconti di fantascienza hanno cominciato ad assomigliare in modo inquietante al futuro che ci aspetta; per altri, il rischio vero sarebbe frenare adesso e lasciare a qualcun altro, soprattutto alla Cina, il vantaggio decisivo. È quello che pensa ad esempio il presidente americano Donald Trump, che parlando all’Assemblea Generale dell’Onu, ha ribadito le sue posizioni, spiegando che gli Usa «respingono categoricamente qualsiasi tentativo di costruire un piano globalista per controllare» quella che ha ribattezzato la «superintelligenza». Uno schiaffo alle paure espresse dal segretario generale António Guterres e alla linea che Sam Altman di OpenAI, Dario Amodei di Anthropic e Clément Delangue di Hugging Face hanno portato davanti al Consiglio di sicurezza: non lasciare che siano le aziende a dettare da sole le regole, ma affidarne la definizione ai Governi tramite una cooperazione internazionale. Altman ha parlato di una regolamentazione costruita «attraverso processi democratici»; Amodei, il primo tra i grandi CEO a chiedere di rallentare, ha tradotto quella svolta in un impegno preciso: «Rallenteremo quanto sarà necessario per assicurarci che ogni nuova tecnologia di IA che rilasciamo sia davvero sicura».
Stephen Casper ammette che è difficile prevedere quel che riserva il futuro. «Ma la precauzione è sempre buona cosa», sottolinea. «È fondamentale che il pubblico e i decisori politici dispongano di maggiori informazioni». L’esperto individua tre scenari. Il primo, quello alla Terminator, in cui un sistema molto intelligente riuscirebbe a sfuggire al controllo umano. Rischio da non sottovalutare ma poco verosimile. «Ci sono altri due scenari che considero più reali. Quello che l’IA amplifichi problemi già umani: concentrazione del potere, fragilità della conoscenza, distruttività della guerra. Il terzo è che l’IA diventi una sorta di specie invasiva nel cyberspazio, con sistemi in grado di procurarsi autonomamente capacità di calcolo o violare altre reti per sostenersi. A quel punto nessun essere umano avrebbe più un controllo significativo su di loro». Secondo Casper, nella Bay Area c’è una dinamica psicologica perversa. «Le stesse persone corrono a costruire sistemi superintelligenti e, insieme, a impedire che distruggano il mondo. Per questo considero molto più affidabile chi studia gli stessi rischi nelle università e nelle non profit, senza avere qualcosa da vendere».
Il gruppo degli scettici
Tra entusiasti e catastrofisti, difatti, c’è un terzo gruppo, quello degli scettici. Dubitano che il mea culpa di Big Tech nasca davvero dalla presa di coscienza che sistemi sempre più autonomi capaci di autogenerarsi possano sfuggire al controllo umano. Se OpenAI e Anthropic temessero davvero una catastrofe, osservano, potrebbero rallentare senza aspettare Washington. Da qui il sospetto che si tratti in realtà di un caso di «regulatory capture»: ovvero ottenere regole che, anziché frenare i giganti, finiscono per proteggere chi è già in testa. Poi c’è Wall Street. Se la sicurezza fosse davvero la priorità assoluta, sostengono i critici, i colossi potrebbero rinunciare anche alla Borsa.
Anthropic prepara invece l’Ipo, con valutazioni che potrebbero arrivare fino a duemila miliardi di dollari; OpenAI ha soltanto rinviato la propria. La deregulation dell’amministrazione Trump non ha spento il fermento al Congresso, dove stanno prendendo forma iniziative bipartisan molto diverse tra loro. Bernie Sanders vuole fermare lo sviluppo della superintelligenza finché non esistano regole federali; il repubblicano Chuck Grassley punta invece a proteggere chi, dall’interno delle aziende, denuncia rischi e pratiche opache. L’IA è ormai da tempo entrata nella campagna per le elezioni di metà mandato di novembre e comincia già a proiettarsi sulla corsa successiva: alcuni governatori democratici considerati possibili candidati alla Casa Bianca nel 2028 stanno presentando piani e nuove regole – come Gavin Newsom in California – costruendo anche su questo terreno il proprio profilo politico.
Per il presidente americano, invece, l’unica ossessione è la Cina. Al di là delle parole che corrono tra Washington e Pechino, è evidente che la fiducia reciproca resti minima. «L’approccio di Trump all’IA è molto simile a quello che ha sul cambiamento climatico: non preoccupatevi dei rischi, l’obiettivo è battere la Cina», riflette l’informatico. «Se però l’IA fosse pericolosa quanto le armi nucleari, le generazioni future potrebbero giudicare questa strategia terribilmente miope». E per Casper è fuorviante il modo in cui quella rivalità viene raccontata. «Negli Stati Uniti si parla spesso della Cina come di un blocco monolitico che non regola, non si preoccupa della sicurezza e deve essere sconfitto. Molto di questo non è vero; sotto diversi aspetti Pechino è più attiva e più avversa al rischio dell’Occidente». E il terreno comune tra i due Paesi, conclude «è molto più ampio di quanto sembri».
