Viaggio a Bucha, la città ucraina simbolo delle stragi russe del 2022 che si aggrappa alla «normalità» mentre la guerra continua
Il cartello «Bucha» spunta fuori dai fitti cespugli sul bordo della statale all’improvviso. Poco più avanti sventolano tre bandiere: quella ucraina, quella europea e quella della cittadina, verde-bianco-gialla. La strada riprende la corsa in mezzo ai cartelloni pubblicitari: banche, supermercati, negozi di bricolage e giardinaggio, concessionari di automobili, appartamenti in condomini freschi di costruzione. Un cartellone spicca in mezzo agli altri: è la gigantografia di un volpino di Pomerania, e la scritta a caratteri cubitali recita: «Rudolf si è perso nel bombardamento dell’8 agosto, offresi premio in denaro a chi lo riporta a casa».
Il mito dell’incrollabilità può diventare un peso
La triste storia di Rudolf riporta all’improvviso una cittadina pulita e ordinata, che potrebbe trovarsi nell’hinterland di qualunque grande città europea, nella dimensione di quella guerra che ha reso il nome «Bucha» celebre in tutto il mondo. «Qui c’erano le auto bruciate, una dietro l’altra. E qui i morti, i corpi buttati sul ciglio della strada. Veniva detta la strada della vita, ma in realtà per molti di quelli che hanno cercato di salvarsi passando da qui è stata la strada della morte». Larysa Pilgun guida lungo la strada per Vorzel, in mezzo agli statuari pini rossi, mentre indica i luoghi delle stragi lasciate dall’occupazione russa del marzo 2022. «In quella casa era entrato un missile che però non esplose, rimase a spuntare dal tetto. Quell’altra non ha più il secondo piano, è stato spazzato via dalla cannonata di un carro armato russo, i proprietari non hanno ancora deciso se vendere o ricostruire. All’incrocio c’era un posto di blocco russo, poi l’hanno colpito i nostri con l’artiglieria, lasciando un buco enorme in mezzo».
L’incrocio oggi ha in mezzo una aiuola e un negozietto su un lato, in un paesaggio di sereno benessere, attraverso il quale però Larysa, come tutti gli abitanti di questa storica zona di villeggiatura della borghesia di Kiev, continua a vedere in sovrimpressione i cavalli di Frisia, le carcasse dei blindati bruciati, le pattuglie dei soldati buriati, arrivate nella primavera del 2022 a meno di 15 chilometri dalla capitale ucraina. Al primo piano del gigantesco Megamarket – con chilometri di banconi di salumi, formaggi e verdure, nonostante molti magazzini alimentari della capitale siano stati appena bombardati – sono affisse le foto che mostrano le macerie in cui era stato ridotto. È l’unico ricordo di un passato fin troppo recente, che quasi si perde tra le poltrone del baretto dove i genitori sorseggiamo il caffè mentre fanno sfogare i figli nel parco giochi. I bambini che saltellano tra le palle colorate e si arrampicano sugli scivoli hanno a occhio non più di cinque anni: sono nati già in guerra, o poco prima dell’invasione russa.
Larysa, una psicologa che lavora con i progetti delle Ong, dice che sono una generazione relativamente fortunata: i bambini più grandi si spaventano del buio dei blackout invernali, quelli nati e cresciuti con le bombe non ci fanno più caso. Così come non si fermano a giocare tra le carcasse carbonizzate dei blindati russi abbandonati in una bucolica radura sul ciglio della strada, con le spighe di orzo selvatico che spuntano in mezzo ai rottami. È uno dei pochi segni di quello che è successo qui quattro anni fa, insieme ad alcuni cancelli che conservano ancora i buchi dei proiettili, qualche finestra sigillata con il compensato e alle schegge lasciate volutamente sulle mura bianche della chiesa del paese, che sormonta l’austero memoriale eretto sopra le fosse comuni dove i militari russi seppellivano le loro vittime.
Il simbolo della fenice
Il resto è affidato solo alla memoria dei cittadini, ciascuno dei quali ricorda parenti o conoscenti uccisi, feriti, picchiati. Larysa e suo marito Mykhailo ricordano ogni dettaglio e ogni attimo di quei giorni terribili: come cucinavano sulle stufe nel giardino condominiale, perché i bombardamenti avevano interrotto luce e riscaldamento, come ci si nascondeva nelle cantine, come si sono contati i morti. Sulla via che porta alla stazione tutti i tetti sono stati ricoperti con tegole nuovissime dello stesso colore terracotta: è qui che ci sono stati scontri violenti, e dietro l’angolo comincia la terribile via Yablunska, delle mele, quella dove sono stati giustiziati decine di passanti civili. Il Megamarket è stato ricostruito più grande di prima e Mikhail indica i distributori di benzina che esibiscono il simbolo di una fenice: erano stati rasi al suolo, sono stati ripristinati su scala ancora più moderna.
È la «nezlamnist» ucraina, la resilienza inflessibile diventata una delle parole chiave di questa guerra, e che si ritrova ovunque, dai «punti di inflessibilità», i centri che si attivano dopo i bombardamenti dove i cittadini possono restare al caldo e ricaricare i telefoni anche in assenza di elettricità, alle t-shirt e ai manifesti che invitano ad arruolarsi. Larysa consiglia alle sue pazienti di non lasciarsi mai andare: bisogna lavarsi, truccarsi, e pettinarsi, anche e soprattutto in guerra.
«La resistenza è dolorosa»
Nello stesso modo, bisogna ricostruire, sotto le bombe, contro ogni senso economico e logistico, è una necessità psicologica: «La vita umana non può venire sospesa e rinviata». Si vive qui e adesso, facendo picnic nel parco o andando al ristorante per un pranzo domenicale, o scegliendo un vino nella fornitissima enoteca locale, «che stranamente i russi non avevano saccheggiato», ricorda Mykhailo. Qualcuno, come la popolare volontaria che aiuta l’esercito Evgenia Minaeva, contesta il principio della «nezlamnist», sostenendo che è uno standard troppo alto che gli ucraini impongono a sé stessi, emarginando quelli che non riescono a esserne all’altezza.
«La resistenza è dolorosa», dice, e mostrare debolezza, paura e stress è un diritto delle vittime della guerra. Nel cimitero di Bucha, come in tutti i villaggi intorno, ogni giorno si aggiungono nuove bandiere blu e gialle, issate sulle tombe dei caduti al fronte. A qualche chilometro, sorge lo scheletro carbonizzato di un altro ipermercato, bombardato di recente: da più di un mese i russi stanno distruggendo metodicamente magazzini e fabbriche, per far passare alla capitale ucraina un inverno non solo di buio e freddo, ma anche di fame. Ma «la roba da mangiare mica cresce nei supermercati», sorride la signora Lyudmila, mentre dispone sul banchetto improvvisato a bordo strada i pomodori e i cetrioli a chilometro zero che ha coltivato nel suo orto. Larysa fa la spesa e aggiunge alle verdure un mazzo di fiori autunnali, in una finestra di normalità prima che risuoni la sirena dell’allarme aereo.
