A colloquio con il direttore artistico di Locarno Paolo Crivellaro
Come abbiamo già sottolineato su queste pagine, quando un direttore di teatro nel suo lavoro è spinto dalla passione, non si limita a scegliere le compagnie da invitare riempiendo unicamente il cartellone, ma interagisce con l’istituzione che rappresenta, si interessa al territorio e, soprattutto, cerca di costruire con il pubblico una relazione in grado di durare nel tempo. Questi sono anche gli intenti di Paolo Crivellaro, da diversi anni (quattordici, per l’esattezza) a capo del Teatro di Locarno. Lo abbiamo incontrato negli uffici di Via della Pace a Locarno per farci raccontare la nuova stagione teatrale, ma anche quelle che sono le sfide della gestione e le nuove realtà.
Paolo Crivellaro, come nasce il Teatro di Locarno?
Quanto si vede oggi a Locarno è nato quarant’anni or sono grazie all’impegno e alla passione del giornalista Giancarlo Bertelli, originario di Parma, ma che aveva scelto di abitare a Lugano. In occasione della ristrutturazione della sala teatrale, gli era venuta l’idea di organizzare una stagione per questa città. Fu così che nacque l’Associazione Amici del Teatro di Locarno, che ancora oggi si occupa di organizzare la stagione. A Locarno, infatti, il Comune non è coinvolto nella programmazione: l’Associazione paga un affitto per l’utilizzo degli spazi dedicati agli spettacoli teatrali.
I modelli di riferimento del pubblico sono cambiati: rispetto agli attori hanno più successo comici e opinionisti
Dunque, una forma di «autogestione» teatrale indipendente dal municipio, ma come funziona l’Associazione?
Grazie agli abbonati alla stagione e ai soci dell’Associazione; riceviamo inoltre qualche finanziamento da alcuni comuni del territorio e una percentuale degli utili del casinò. Un tempo il contributo pubblico era più importante, ma la scena è cambiata radicalmente, e negli anni sono arrivate nuove realtà come il LAC di Lugano, o il Teatro Sociale di Bellinzona. Agli inizi nel nostro teatro, che ha una capienza di circa cinquecento posti, riuscivamo a fare tre serate per un totale di circa 1200 abbonati, ora, con un’offerta grande e variegata come lo è quella ticinese odierna, facciamo al massimo due serate.
Un altro dato di cui dobbiamo tenere conto è che non c’è un vero e proprio turnover del pubblico: oggi i giovani vanno meno a teatro. E proprio a causa dell’invecchiamento del nostro pubblico, succede che perdiamo degli abbonamenti: qualcuno non guida più, un altro non ha nessuno che lo accompagni…
Quella di Locarno è una stagione rivolta soprattutto a un preciso segmento della popolazione?
È cambiato il sistema: noi non siamo più gli unici a proporre una stagione con degli spettacoli. Oggi ci sono anche le agenzie, che sempre più fanno la parte del leone, poiché propongono personaggi noti soprattutto dalla televisione, spesso rappresentanti di quella che è considerata la comicità odierna, quelli che chiamo «i comici della contemporaneità». Il costo del biglietto d’ingresso agli spettacoli da noi programmati si mantiene da anni su una cifra contenuta (35.00 CHF), una galleria di comici o opinionisti è venduta a costi tre volte superiori incontrando il favore del pubblico e, spesso, con più sere di replica. Credo che i modelli di riferimento popolari siano cambiati.
Le sue scelte per il teatro di Locarno si distanziano in questo senso?
Il mio predecessore, uomo di grande cultura, si concentrava soprattutto sulle commedie brillanti. Io ho cercato di cambiare, portando attori allora sconosciuti alle nostre latitudini e nuovi contenuti. Sono ad esempio molto legato alla Compagnia di teatro dell’Elfo, con tutto il suo valore culturale, e riesco a portarla a Locarno quasi ogni anno.
Quali scelte l’hanno invece guidata nella stagione 2026-27?
Ho cercato di seguire una linea attenta a quello che chiamo «rendere visibile l’invisibile». Come si è forse capito, non amo particolarmente la commedia brillante, quella in cui si finisce per parlare di corna e di ridere. Esiste però un grande mondo teatrale, forse un po’ nascosto, di certo dimenticato dai salotti televisivi, che ha una sua storia e i cui attori hanno delle cose da dire. La mia attenzione va anche al territorio nostrano, ed è per questo che proponiamo Monteforno, un’interessante produzione ticinese diretta dalla brava Laura Curino, che ha permesso anche la collaborazione tra i teatri del Cantone, un evento piuttosto insolito.
Gli spettacoli vengono scelti con grande anticipo?
Io li vedo quasi tutti l’anno prima; il teatro è come un vestito: prima di indossarlo, lo si deve provare. Gli spettacoli in programma li ho scelti dopo averli visti. Apriremo con Ostinata con Brio di e con Federica Molteni (che si è misurata con la storia della prima direttrice di orchestra nel mondo) la sera dell’assemblea dell’Associazione Amici Teatro di Locarno. A seguire, il divertente L’illusione coniugale di Eric Assous con Rosita Celentano. In questa stagione ci sarà Bertolt Brecht, grazie a Breaking Brecht di Giovanna Gra, con l’imperdibile trio composto da Veronica Pivetti, Manuela Mandracchia e Lucia Vasini. Molto bello anche Giusto, una storia portata da Rosario Lisma con la Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova. Imperdibile, poi, il capolavoro dell’Elfo Erano tutti miei figli di Arthur Miller, per la regia di Elio De Capitani. Tre variazioni della vita è invece una pièce di Yasmina Reza, autrice che amo molto, portata in scena dal Teatro Stabile di Verona. Protagonista quest’anno sarà anche Marco Balzano, dal cui omonimo libro è tratto Io resto qui, del Teatro Stabile di Bolzano in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano e interpretato da Arianna Scommegna e Mattia Fabris. Raffinato e dalla poetica delicata, lo spettacolo Il piacere nell’attesa di Michele La Ginestra. A Locarno debutterà anche Scaramuccia, portato dal gruppo Stivalaccio di Vicenza su soggetto di Marco Zoppello. Chiuderemo con Argo (ispirato al romanzo di Mariagrazia Ciani), storia forse un po’ triste, ma con tre attrici eccezionali come Ariella Reggio, Maria Ariis e Lucia Limonta; lo spettacolo ruota attorno al delicato tema della perdita della memoria. Credo sia importante focalizzarsi anche sui problemi della nostra società contemporanea.
«Partecipo volentieri a vernissage e presentazioni: è un modo per inserirmi nel territorio e stabilire vicinanza»
Come sono i suoi rapporti con il pubblico?
Mi piace molto incontrarlo. Per circa la metà degli spettacoli in programma, organizziamo anche un incontro aperto a tutti con la compagnia. Si tratta di momenti apprezzati, con un’ottima partecipazione: la gente ha bisogno di dialogo. Diverse persone mi contattano per mail, oppure mi telefonano, e per me è importante, è un modo di tastare il polso al pubblico. Quando c’è la presentazione di un libro o un vernissage partecipo volentieri, perché è un modo di inserirmi nel territorio e di conoscere nuove persone, stabilendo una vicinanza.
