«Quello che mi pesa di più è non vedere il cielo». Mentre lo dice, il suo sguardo non cerca il soffitto della sala colloqui ma rimane fissato su di me. Maria, nome di fantasia scelto per tutelarne l’identità, ha 25 anni e da sei mesi è una detenuta. Le hanno appena detto che a breve attraverserà pochi metri: dalla Farera, il carcere giudiziario di Lugano, si sposterà a La Stampa, il penitenziario accanto. Una distanza irrisoria che però cambia un mondo: tra poco in Ticino riapre, dopo vent’anni di vuoto, una sezione femminile pensata per l’esecuzione della pena.
Fino ad allora, per Maria, il luogo in cui trascorre il tempo fuori dalla cella è una terrazza con tre pareti di cemento armato e una di sbarre: non un cortile, non un prato, un rettangolo di cielo tagliato dal reticolato. Le ore d’aria sono due al giorno, contro le molte di più previste in un carcere ordinario; non esistono atelier dove imparare un mestiere come per i detenuti uomini, non c’è una cucina comune. Si sta soprattutto in cella, a non fare niente.
La vecchia sezione femminile? Smantellata nel 2006
Il motivo è tecnico quanto assurdo: la Farera è un carcere giudiziario, costruito per la carcerazione preventiva, destinato a chi è in attesa di processo o potrebbe compromettere l’inchiesta influenzando prove e testimonianze, non a chi sta già scontando una condanna definitiva come Maria. Il paradosso dura dal 2006, quando la vecchia sezione femminile della Stampa venne smantellata: poche detenute, si disse allora, non giustificavano uno spazio dedicato. Da allora le donne condannate a pene lunghe sono state trasferite oltre Gottardo, nei penitenziari di Hindelbank, nel Canton Berna, o La Tuilière, nel Canton Vaud, lontano da famiglie e affetti; quelle con pene più brevi, come Maria, sono rimaste alla Farera, dove continuano a vivere le restrizioni previste per la detenzione preventiva.
Oggi in Ticino le detenute sono una ventina; circa la metà avrebbe diritto, per legge, a un regime di esecuzione pena ordinario che, come detto, da ormai vent’anni non esiste più. Una situazione che ha alimentato per anni critiche e interrogativi, ma che ora si avvia verso una soluzione concreta. Nella nuova sezione, ricavata in un’ala del penitenziario nel quartiere luganese di Cadro, ci saranno dieci celle, tra cui una pensata per le madri con bambini fino a tre anni, un laboratorio per corsi di formazione, un orto, uno spazio comune con angolo cottura e lavanderia. Le celle resteranno chiuse solo dalle 21 in poi, non l’intera giornata come oggi, e le detenute potranno aprirle e richiuderle da sole: un cambiamento che all’esterno può sembrare minimo ma che nel linguaggio del carcere pesa come una rivoluzione.
Una donna vale quanto un uomo
Maria ne parla con una speranza cauta: da mesi sentiva parlare del progetto, la cui apertura è stata più volte rinviata proprio per far fronte al sovraffollamento del sistema carcerario ticinese, e temeva restasse l’ennesimo annuncio rimandato, finché pochi giorni fa non le hanno confermato che l’attesa sta per finire davvero. Ma quello che la commuove di più non è pensare a sé, tra undici mesi, quando la pena sarà scontata – sarà comunque libera – quanto alle detenute che restano più a lungo. «Nella condizione attuale è difficile prepararsi mentalmente per affrontare di nuovo il mondo da persona libera», dice con un sorriso sghembo. Un’osservazione che pesa più di tante statistiche: un carcere dovrebbe preparare al ritorno nella società, non limitarsi a contenere. «So di aver sbagliato e di doverne pagare le conseguenze, ma non è questo il punto», sottolinea Maria. Il punto, spiega, è che le condizioni per farlo non dovrebbero cambiare a seconda del sesso. Non chiede di uscire prima, né sconti particolari: chiede che una donna in carcere valga esattamente quanto un uomo.
La sua non è una storia isolata. Con lei, altre donne stanno vivendo la stessa condizione alla Farera, così come l’hanno vissuta negli anni molte altre prima di loro. «Non chiediamo un trattamento speciale», ribadisce Maria. «Vogliamo solo la stessa possibilità concessa agli uomini, quella che finora ci è stata negata». Quando accadrà sarà anche il giorno in cui il Ticino tornerà ad avere, dopo vent’anni, un carcere pensato anche per le donne.